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OLTRE
AL SABATO….GRAZIE A DIO, C’E’ STATO PURE UN VENERDI' .
La “Saturday Night Fever” segnò il punto più
alto , almeno da un punto di vista commerciale della “disco-music”: folle
oceaniche di danzatori improvvisati si accalcarono nelle piste da ballo di tutto
il mondo, sospinti dall’onda “travoltina”. Volendo usare una metafora
cinematografica, la musica da discoteca diventò “protagonista” e non più
“antagonista frivola e disimpegnata” della musica rock, che proprio in quel
periodo non faceva altro che “sputarsi addosso”sotto le eccentriche sembianze di
un fenomeno da baraccone chiamato “punk”. Perfino i grandi nomi del pop mondiale
trovarono la maniera d’infilarsi in discoteca, o, almeno di farsi apprezzare da
questi nuovi, disinvolti e leggiadri consumatori di musica. L’industria del
vinile, fino a quel momento attanagliata nella morsa di una crisi senza
predenti, iniziò una sorta di nuova vita, incamerando migliaia di dollari: non
si erano mai venduti tanti dischi come in quel periodo. Si calcoli che il 1977,
il giro d'affari della disco-muisc si aggirava intorno ai 4 miliardi di dollari,
una cifra da capogiro, riferibile ai soli introiti delle case discografiche
statunitensi. Il conteggio non comprendeva i guadagni delle numerose discoteche
con tutto il loro indotto, le serate fatte dagli artisti e dai DJs. In tal caso,
la cifra superava i 6 miliardi di dollari: 6000 milioni di dollari. Da semplice “fenomeno di
costume”, la disco divenne anche “fenomeno sociale”, oggetto di studio da parte di
tuttologi a vario titolo, pronti a discettare sui gusti e gli atteggiamenti dei
giovani. Parafrasando Umberto Eco, anche in questo campo, vi fu una scissione
netta tra “Apocalittici e Integrati”. I primi ravvisarono nel fenomeno la
“longa manus” di un potere occulto, intento a spingere i giovani verso i consumi
più sfrenati, intenti solo a dissipare tempo e denaro all’inseguimento di falsi
miti ed eroi di plastica; gli altri tirarono un liberatorio sospiro di sollievo:
finalmente, un fenomeno musicale, sia pure di consumo, ma dai connotati
fortemente “democratici”, capace di mettere su un piano paritetico ricchi e
poveri, sognatori e materialisti, bianchi e neri, gente istruita e gente incolta. Nulla fu mai
più “trasversale” della disco: la pista da ballo univa, non erigeva barriere
razziali, se mai le abbatteva. La disco-music, poiché scevra da intellettualismi
di casta, avulsa da spocchiose elucubrazioni mentali, si andava collocando sul
gradino più alto di musica POPolare, fatta per le masse, dove il concetto di
massa, nel senso filosofico-sociologico del termine, è da intendersi come un
insieme “indistinto di individui, senza colorazione o collocazione di natura
sociale e politica”. Il picco raggiunto sul calare degli anni ’70, porto la
“disco” verso una sorta di deriva: decadenza ed evoluzione (o involuzione) verso
fenomeni altri. In molti, sovente, si sono interrogati sul valore del film “La
Febbre del sabato Sera”. Oggi, a mente fredda, possiamo dire che, se non avesse
avuto una colonna sonora di quella fatta, rappresentata da artisti (all’epoca
nel mirino dei discotecari: DJs e ballerini) di tale risma, sarebbe poca
cosa. In verità, il film in quanto tale non incassò moltissimo, almeno
all’inizio il bottino lo fece soprattutto la colonna sonora capitanata dai
“furbissimi” Bee Gees. Da lì a poco, un altra pellicola, ignota alle masse, fece la
comparsa nelle sale cinematografiche, sottesa da un’altrettanto sostanziosa
colonna sonora. “Grazie a Dio è Venerdì”, aveva una finalità ed una morale ben
diversa da quella della “Saturday”. Niente conflitti amorosi e sociali, ma solo
“pura esaltazione” del divertimento. In questo “tranche-de-vie disco” targato
Casablanca, che indugia sugli aspetti fantasiosi della "febbre notturna", ognuno
otteneva ciò che desiderava. La storia non faceva altro che aggiornare luoghi
comuni delle commediole anni Cinquanta basate sui problemi degli adolescenti. TGIF (il marchio dei
gadget relativi all'operazione) si presentava dolce e leggero come una mousse di cioccolato.
Droghe, sesso e pene d'amore erano stati ricoperti con uno strato di miele
millefiori dal
regista Robert Klane, che proponeva luccicanti clichè in stile Judy Garland. A
differenza delle film di Travolta, non c’era finale drammatico e neppure
antagonismo tra Italo-Americani Neri ed Ispanici. Ecco quanto il film racconta:
lo Zoo, favolosa discoteca di Los Angeles, ha organizzato una grande gara di
ballo e tale evento attira una composita folla di nottambuli. C'e una giovane
coppia (Mark Lonow e Andrea Howard) venuta dalla zona periferica della San
Fernando Valley, che muove i primi passi nel seducente mondo disco. Ci sono due
ragazze quindicenni (Valeric Landsberg e Terri Nunn) che arrivano al club in
autostop, entrano furtivamente per spiare i Commodores dal vivo e sperano di
vincere il premio per andare a vedere un concerto dei Kiss. Ci sono due
impiegate (Debra Winger e Robin Menken) che cercano l'uomo giusto. E c'e Nicole
Sims (Donna Summer) decisa a diventare celebre, irrompendo nel radio-show del
trascinante DJ di colore Bobby Speed (Ray Vitte). Girato tutto in esterni alla
discoteca Osko's (all'incrocio tra la Terza strada e la Cienega Boulevard, a Los
Angeles), “Grazie a Dio e venerdì” non pretendeva di lanciare messaggi come “La
febbre del sabato sera” dove alla fine si faceva capire a tutti che i gli Afro-Americani e gli Ispanici, in fondo, erano più bravi a ballare e a far
musica dei bianchi. Thanks God It’s Friday non faceva altro (e lo fece
egregiamente) che trasportare lo spettatore in un eccitante, euforico ed ottimistico ambiente disco, comunicando
l'attitudine a star bene insieme,
rappresentata da quel movimento musicale trasversale, democratico ed ecumenico.
Il film costituì per tanti il punto più vicino ad un'autentica esperienza tipo Studio 54, al quale siano mai
stati portati gli spettatori, anche quelli che non ebbero mai la
possibilità di mettere piede nella più famosa discoteca di tutti i tempi. Forse
per queste sue caratteristiche, più consone al fenomeno “disco”, “Grazie a Dio e
Venerdì” è da considerarsi superiore alla “Febbre del Sabato Sera”, non tanto
sotto il profilo strettamente cinematografico, ma in quanto rappresentazione
fedele della “disco-music. Di notevole porta anche la colonna sonora che si
fregia di un nutrita schiera di artisti Casablanca e Motown come “Love Masterpiece”
di Thelma Houston, “From here to eternità” di Giorgio Moroder, “Hollywood” dei
Village People e “After Dark” di Pattie Brooks. Ottima la title-track di Love
and Kisses, “Trapped in a Stairway” di Paul Jabara ed il brano di Donna Summer,
vincitore dell'Oscar, “Last Dance” ed ancora Commodores, Cameo ed altri. Thank
God It's Friday (titolo originale). ANNO:1978. PRODUTTORE: Rob Cohen. PRODUTTORE
ESECUTIVO: Neil Bogart. REGIA Robert Klane. SCENEGGIATURA: Barry Armyan
Bernstein. INTERPRETI: Valeric Landsburg, Terri Nunn, Chick Vennera, Donna
Summer, Ray Vitte, Mark Lonow, Andrea Howard, Jeff Goldblum, Robin Menken, Debra
Winger, Paul Jabara, i Commodores. DURATA: 89 minuti. Consigliatissima, la
colonna Sonora, all’epoca spalmata su un doppio vinile con un disco-mix , quale
bonus track, stampato su una sola facciata, è oggi disponibile su un singolo CD.
Molto difficile, almeno in Italia, reperire il VHS o il DVD del film.

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