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SALSOUL: ECCO COME NACQUE IL REMIX!!!
Nell’ambito della musica da discoteca i DJs
hanno sempre avuto un ruolo di primo piano e non soltanto per il potere di
“convincimento” operato sul pubblico delle piste da ballo o sui consumatori
attraverso l’air-play radiofonico. Già agli albori della “disco”, le case
discografiche si servirono di “pool” di DJs, uniti da comuni finalità e pronti a
promuovere questo o quel “prodotto” a seconda delle simpatie o dagli interessi
che li legavano a questa o quella “label”. Sulla scia dell’idea lanciata dal
mitico David Mancuso, i “pool”, che attingevano a piene mani alle regalie
dell’industria del vinile, erano proliferati a dismisura, tanto che, ad certo
punto, s’innescò una sorta di rivalità tra musicisti, compositori e
discc-jockeys, i quali cominciarono a pretendere dischi che rispondessero a
determinati criteri di ballabilità. Alcuni di essi, soprattutto i più seguiti
dal pubblico ed accreditati dal consenso,sovente, accampavano la pretesa
d’intervenire sulla struttura dei brani. I primi rudimentali remix, soprattutto
dopo l’introduzione del maxi-single (disco-mix), erano talvolta, semplicemente,
delle versioni allungate o raddoppiate nel “break-ritmico”, una specie di copia
ed incolla, taglia e cuci rispetto all’edit originale. La tecnologia dell’epoca
non consentiva a chiunque, come accade oggidì, di operare in tal senso ed i
discografici si mostravano assai gelosi nel concedere il master multitraccia con
le varie partiture separate. Già intorno al 1976, la situazione appariva assai
caotica e lo scontro-incontro fra DJs e discografici sembrava l’inizio di una
battaglia in campo aperto ed armi serrate in pugno. Ed Kushins (ex direttore
vendite della Scepter) nel 1976, iniziò, a dubitare della efficacia di talune
organizzazioni: “I DJs continuavano a venire in ufficio a richiedere vinili, ma
noi non sapevamo chi ne avesse il diritto e chi non: la situazione ci era
sfuggita di mano o quasi.” Le società offrivano più dischi in omaggio di quanti
ne vendessero ed il fenomeno stava diventando un male endemico per l’industria
discografica Anche in casa Salsoul, considerata, all’unanimità, la più
importante etichetta discografica dopo l'Atlantic, rifornendo più “pool” di
qualunque altra, fecero un primo passo indietro, riducendo drasticamente la
quota delle promozioni da tre mila a soli quattrocento dischi omaggio “Costa
troppo," - aveva ammesso a Billboard, alla fine di aprile 1977, Denise
“Sunshine” Chapman, capo delle promozioni alla Salsoul - “Ci costa circa 8.000
dollari rifornire 3.000 DJs. E' davvero eccessivo spendere ottomila dollari
quando invece potresti usare quel denaro per il marketing, la distribuzione e la
pubblicità.” In verità la Salsoul viveva una contraddizione in termini:
nonostante i numerosi brani pubblicati e le innumerevoli regalie verso questo o
quel “pool disckjockeistico”, non era ancora riuscita a piazzare un vero rande
successo. Il senso di frustrazione appariva alquanto palese nelle parole di
Denise “Sunshine” Chapman : “Siamo grandi per quanto riguarda la disco music, e
siamo felici che i DJs amino i nostri prodotti, ma dobbiamo ancora realizzare un
disco d'oro.” L'album dei Double Exposure, per quale era stata spesa notevole
energia, non aveva riscosso un grande consenso, mentre il secondo LP della
Salsoul Orchestra, “Nice 'n' Naasty”, finì per vendere meno del primo.
L’eclettico Vince Montana era riuscito a far tintinnare i registratori di cassa
solo con “Christmas Jollies”, che prodotto in soli trenta giorni, proponeva una
manciata di canzoncine natalizie arrangiate in chiave “disco”. L’album arrivò a
riempire duecentomila calze natalizie, ma non fu mai fonte d’orgoglio per i
dirigenti della Salsoul, i quali sognavano un personaggio alla Donna Summer
capace d’imporsi in tutto il mondo e dare lustro e prestigio all’etichetta. La
ricerca di una “superstar” divenne sempre più spasmodica, fino a quando le
scelte non ricaddero su tale Loleatta Holloway, una cantante R&B, nata a
Chicago, la quale era stata presentata alla Salsoul dal marito-manager, Floyd
Smith. Loleatta possedeva una voce straordinaria, cosi giunta a Filadelfia, fu
affidata a Norman Harris, Allan Felder e Ron Tyson, per la produzione di un
album.
Continua

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