PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

Continua

  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

Continua

  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

Continua

  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

Continua

 

  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  REGGAE… L’ALTRA FACCIA “SCURA” DEL BALLO!

Nella seconda metà degli anni ’70, con l’esplosione mondiale della “disco-music”, cominciano a far capolino tra le scalette dei DJs da discoteca, anche i successi reggae, dove quella mistura di suoni afro-tribal-caraibici ben s’intonava con il soul-funk dell’epoca, soprattutto per una comune matrice di derivazione R’n’B. Anche in Italia, nell’estate 1977, “Jammin” di Bob Marley and The Wailers era uno dei pezzi più ballati. Parafrasando Oscar Wilde, si potrebbe dire che il funk ed il reggae erano divisi dalla barriera, non solo di una lingua, ma anche di un’origine comune. In particolare, l’andamento ritmico si differenziava notevolmente: il reggae in levare, la disco-funk in battere. In genere, i testi degli Anglo-Giamaicani erano infarciti di contenuti mistico-politico-religiosi, mentre quelli degli artisti Afro-Americani contenevano mere invocazioni al ballo o al divertimento. Il reggae, nell’essenza e nel significato rappresenta la “danza” nella sua più immediata e fisica tribalità. II reggae, ovvero il ballo e il ritmo che rappresentano una delle più autentiche espressioni d'arte popolare della Giamaica, nasce agli inizi degli anni '60 come derivazione dello ska, una versione locale del rhythm & blues statunitense dalla quale escono alcuni successi internazionali come “My Boy Lollipop” di Millie Small. Nel reggae confluiscono le influenze più svariate: il rock, il calypso, le musiche popolari dell’entroterra rurale dell'isola, i ritmi rituali di chiara provenienza africana. Inoltre il reggae (nella sua ramificazione piu progressiva ed elettrica denominata rock steady) e intimamente legato alla dottrina mistico-rivoluzionaria detta "rastafarianesimo", uno strano credo basato sulle profezie di Marcus Garvey; i suoi seguaci, i rasta, predicano la non-violenza, denunciano il consumismo importato nell'isola dagli anglo-americani (Babylon, nel loro gergo) e le ingiustizie sociali; inoltre fumano marijuana e attendono il giorno in cui Ras-Tafari si reincarnerà (dopo la scomparsa di Haile Selassie, l’ultimo loro Dio in terra) per ricondurli nell’antica patria delle profezie, l’Etiopia. L'lnghilterra (il cui lungo dominio coloniale sulle Indie Occidentali determina fittissimi scambi con la Giamaica) e il primo paese estero dove il reggae fa la sua comparsa, estendendosi ben presto dal giro degli emigrati giamaicani a settori più vasti ed eterogenei di pubblico, tanto che a Londra nascono subito le etichette specializzate in musica giamaicana (Island, B&C e in seguito Trojan, Vulcan e Grounation). I primi Hit arrivano con “Al Capone” di Prince Buster e “Fatty Fatty” degli Heptones, ma soprattutto con i dischi di Desmond Dekker (007, Israelites, It Mek) e del più noto Jimmy Cliff (Wonderful World, Beautiful People, You Can Get It If You Really Try), e inoltre di alcuni altri esponenti del reggae disimpegnato, come Dandy Livingstone, Bob & Marcia e Judge Dread. In seguito a questo successo internazionale, nel giro di pochi anni, si sviluppa in Giamaica un'industria discografica agguerritissima, tanto che ancora oggi la produzione e esportazione di dischi figurano tra le principali voci dell’economia isolana. I suoi studi di registrazione (il più famoso e il Dynamic Sounds di Byron Lee, a Kingston) diventano mete fa¬vorite di artisti di punta del pop mondiale quali i Rolling Stones, Elton John, Eric Clapton, Cat Stevens, Paul Simon, ecc. Per gli interpreti più intransigenti del “roots reggae”, che mantengono i ritmi essenziali (nel caratteristico tempo in levare) affidati a basso e percussioni e testi crudamente realistici, l’affermazione commerciale e più problematica; ricordiamo tuttavia Laurel Ait-ken, Lloyd Terrel, Prince Buster e Max Romeo. II successo non tarda però ad arrivare, e in modo clamoroso, per Bob Marley, portavoce senza peli sulla lingua del reggae più estremista, oltre che rasta convinto. I suoi album con i Wailers (Natty Dread, Wallers Live, Rastaman Vibration, Exodus, Rasta Revolution) suscitano entusiasmo anche in Italia, sebbene in forte ritardo rispetto agli Usa e agli altri paesi europei. Vengono poi riscoperti i Maytals di Toots Hibbert (considerate uno dei capi storici del reggae) e conoscono parziali affermazioni internazionali artisti di piu o meno lunga esperienza, come I Roy, U Roy, Joe Higgs, Big Youth, Burning Spear, Aswad e gli Heptones. Anche Peter Mackintosh e Bunny Livingstone, che compaiono accanto a Marley nella prima formazione dei Wailers, si creano una fama individuale sotto gli pseudonimi di Peter Tosh e Bunny Wailer, rispettivamente. Anche se più volte la voga del reggae è stata data per tramontata, questo genere musicale ha continua a dimostrare, almeno nei migliori esponenti, di possedere grande vitalità e notevole validità artistica. Con la triste morte di Bob Marley, prima e di Peter Tosh dopo, sembrava che il reggae potesse perdere progressivamente credibilità ed importanza, al contrario, nei primi anni ’80 si sviluppò, soprattutto in Inghilterra, una scuola di new-reggae. Gruppi come I Police, prima e gli UB 40 in seguito (per citare solo i più famosi), crearono un felice connubio tra rock e reggae, per non parlare, sempre in quegli anni, di un ritorno di fiamma, dello Ska. Col passare del tempo, artisti di differente estrazione e sperimentatori a vario titolo anno tentato altre commistioni, portando spesso l’utilizzo delle ritmiche all’essenziale uso di un “drum and Bass” esasperato. Il riferimento è a quella particolare tendenza, o sub-cultura, della reggae-music chiamata “Dub”. In ogni caso, molti di questi prodotti hanno trovato calda accoglienza anche nelle discoteche. Un dettaglio non trascurabile:" Could you be loved" di Bob marley, Reggae Night" di Jimmy Cliff e "Gimme Hope to Johanna" di Eddy Grant , "Master Blaster" di Stevie Wonder e "Mystic Man" di Peter Tosh sono ancora tra i più suonati dai i DJs di tutto il mondo durante i Revival-Parties.
 


ALL RIGHTS RESERVED ©2000/2007 ADVNEWS.com