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REGGAE…
L’ALTRA FACCIA “SCURA” DEL BALLO!
Nella seconda metà degli anni ’70, con
l’esplosione mondiale della “disco-music”, cominciano a far capolino tra le
scalette dei DJs da discoteca, anche i successi reggae, dove quella mistura di
suoni afro-tribal-caraibici ben s’intonava con il soul-funk dell’epoca,
soprattutto per una comune matrice di derivazione R’n’B. Anche in Italia,
nell’estate 1977, “Jammin” di Bob Marley and The Wailers era uno dei pezzi più
ballati. Parafrasando Oscar Wilde, si potrebbe dire che il funk ed il reggae
erano divisi dalla barriera, non solo di una lingua, ma anche di un’origine
comune. In particolare, l’andamento ritmico si differenziava notevolmente: il
reggae in levare, la disco-funk in battere. In genere, i testi degli
Anglo-Giamaicani erano infarciti di contenuti mistico-politico-religiosi, mentre
quelli degli artisti Afro-Americani contenevano mere invocazioni al ballo o al
divertimento. Il reggae, nell’essenza e nel significato rappresenta la “danza”
nella sua più immediata e fisica tribalità. II reggae, ovvero il ballo e il
ritmo che rappresentano una delle più autentiche espressioni d'arte popolare
della Giamaica, nasce agli inizi degli anni '60 come derivazione dello ska, una
versione locale del rhythm & blues statunitense dalla quale escono alcuni
successi internazionali come “My Boy Lollipop” di Millie Small. Nel reggae
confluiscono le influenze più svariate: il rock, il calypso, le musiche popolari
dell’entroterra rurale dell'isola, i ritmi rituali di chiara provenienza
africana. Inoltre il reggae (nella sua ramificazione piu progressiva ed
elettrica denominata rock steady) e intimamente legato alla dottrina
mistico-rivoluzionaria detta "rastafarianesimo", uno strano credo basato sulle
profezie di Marcus Garvey; i suoi seguaci, i rasta, predicano la non-violenza,
denunciano il consumismo importato nell'isola dagli anglo-americani (Babylon,
nel loro gergo) e le ingiustizie sociali; inoltre fumano marijuana e attendono
il giorno in cui Ras-Tafari si reincarnerà (dopo la scomparsa di Haile Selassie,
l’ultimo loro Dio in terra) per ricondurli nell’antica patria delle profezie,
l’Etiopia. L'lnghilterra (il cui lungo dominio coloniale sulle Indie Occidentali
determina fittissimi scambi con la Giamaica) e il primo paese estero dove il
reggae fa la sua comparsa, estendendosi ben presto dal giro degli emigrati
giamaicani a settori più vasti ed eterogenei di pubblico, tanto che a Londra
nascono subito le etichette specializzate in musica giamaicana (Island, B&C e in
seguito Trojan, Vulcan e Grounation). I primi Hit arrivano con “Al Capone” di
Prince Buster e “Fatty Fatty” degli Heptones, ma soprattutto con i dischi di
Desmond Dekker (007, Israelites, It Mek) e del più noto Jimmy Cliff (Wonderful
World, Beautiful People, You Can Get It If You Really Try), e inoltre di alcuni
altri esponenti del reggae disimpegnato, come Dandy Livingstone, Bob & Marcia e
Judge Dread. In seguito a questo successo internazionale, nel giro di pochi
anni, si sviluppa in Giamaica un'industria discografica agguerritissima, tanto
che ancora oggi la produzione e esportazione di dischi figurano tra le
principali voci dell’economia isolana. I suoi studi di registrazione (il più
famoso e il Dynamic Sounds di Byron Lee, a Kingston) diventano mete fa¬vorite di
artisti di punta del pop mondiale quali i Rolling Stones, Elton John, Eric
Clapton, Cat Stevens, Paul Simon, ecc. Per gli interpreti più intransigenti del
“roots reggae”, che mantengono i ritmi essenziali (nel caratteristico tempo in
levare) affidati a basso e percussioni e testi crudamente realistici,
l’affermazione commerciale e più problematica; ricordiamo tuttavia Laurel
Ait-ken, Lloyd Terrel, Prince Buster e Max Romeo. II successo non tarda però ad
arrivare, e in modo clamoroso, per Bob Marley, portavoce senza peli sulla lingua
del reggae più estremista, oltre che rasta convinto. I suoi album con i Wailers
(Natty Dread, Wallers Live, Rastaman Vibration, Exodus, Rasta Revolution)
suscitano entusiasmo anche in Italia, sebbene in forte ritardo rispetto agli Usa
e agli altri paesi europei. Vengono poi riscoperti i Maytals di Toots Hibbert
(considerate uno dei capi storici del reggae) e conoscono parziali affermazioni
internazionali artisti di piu o meno lunga esperienza, come I Roy, U Roy, Joe
Higgs, Big Youth, Burning Spear, Aswad e gli Heptones. Anche Peter Mackintosh e
Bunny Livingstone, che compaiono accanto a Marley nella prima formazione dei
Wailers, si creano una fama individuale sotto gli pseudonimi di Peter Tosh e
Bunny Wailer, rispettivamente. Anche se più volte la voga del reggae è stata
data per tramontata, questo genere musicale ha continua a dimostrare, almeno nei
migliori esponenti, di possedere grande vitalità e notevole validità artistica.
Con la triste morte di Bob Marley, prima e di Peter Tosh dopo, sembrava che il
reggae potesse perdere progressivamente credibilità ed importanza, al contrario,
nei primi anni ’80 si sviluppò, soprattutto in Inghilterra, una scuola di
new-reggae. Gruppi come I Police, prima e gli UB 40 in seguito (per citare solo
i più famosi), crearono un felice connubio tra rock e reggae, per non parlare,
sempre in quegli anni, di un ritorno di fiamma, dello Ska. Col passare del
tempo, artisti di differente estrazione e sperimentatori a vario titolo anno
tentato altre commistioni, portando spesso l’utilizzo delle ritmiche
all’essenziale uso di un “drum and Bass” esasperato. Il riferimento è a quella
particolare tendenza, o sub-cultura, della reggae-music chiamata “Dub”. In ogni
caso, molti di questi prodotti hanno trovato calda accoglienza anche nelle
discoteche. Un dettaglio non trascurabile:" Could you be loved" di Bob marley,
Reggae Night" di Jimmy Cliff e "Gimme Hope to Johanna" di Eddy Grant
, "Master Blaster" di Stevie Wonder e "Mystic Man" di Peter Tosh sono ancora
tra i più suonati dai i DJs di tutto il mondo durante i Revival-Parties.

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