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SIAMO
ITALIANI E CI FACCIAMO RICONOSCERE!
Vorrei citare un signore,
che non ha nulla a che vedere né col “Funk”, né con la “Disco”, tale Raul
Casadei, il quale “lisciava” e cantava di certi “Simpatici Italiani”. Sul suolo
italico, dove si sono consumate le gesta eroiche di condottieri e capitani di
ventura, dove sono state innalzate imprendibili vestigia, dove, nei secoli,
l’arte ha raggiunto la sua massima espressione., i simpaticoni si sono sempre
sprecati. Potevano noi, già “figli della lupa” e, da sempre, “figli ‘e ‘ntrocchia”,
farci mancare quella stucchevole mistura di “stunk-bumm-trallallà” non ben
definita e denominata “italo-disco”. In questa assolata penisola , circondata
dal mare e dai misteri, nonché patria di santi, poeti e navigatori, cineasti,
cantori e musici, i furbetti di quartiere (sono sempre esistiti) ed i simpatici
di mestiere, quelli con i denti rifatti, la camicia aperta fino all’ombelico e
l’anello d’oro al mignolo (modello “uora-uora”), sin dalle prime avvisaglie,
intuirono che il fenomeno “disco-music” poteva essere italianizzato, monetizzato
ed incassato. Così, sul calare degli anni ’70, mentre la corsa della “disco made
in USA” diventava inarrestabile, alcuni iniziarono a chiedersi da dove fosse
saltato fuori questo novello sound che tanta presa aveva sui giovani e le loro
fragili coscienze, (da qui, analisi sociali del dilagante fenomeno, sit-in,
forum et similia), altri, simpaticamente, cominciarono a farne una “versione
italiota”, destinata a divenire, nel giro di qualche anno, una vera e propria
scuola di stile e di pensiero. Era già accaduto qualcosa di simile col genere
cinematografico Western: anche sul quel versante, gli Italiani, dopo aver
prodotto alcuni “Cult-Movies”, si erano sprecati in una serie interminabile di
“scempiaggini”. I simpatici Italiani, fecero con la “dance” di quegli anni,
quello che i Cinesi fanno attualmente con taluni prodotti “voluttuari”, ossia
i replicanti. I dance-makers alla “pummarola” capirono subito che quella “musica
dall’incarnato nero”, figlia illegittima del rhythm'n'blues e del soul, troppo
ritmica e sincopata, andava, innanzitutto, addolcita con una notevole quantità di
melassa millefiori di produzione nostrana. In realtà, all’inizio, anzi agli
albori della “disco-music” era il verbo del funk ad essere cantato, osannato ed
diffuso, poi con l’arrivo “della febbre travoltina” ed i Bee-Gees si era
manifestata come un confluire di suoni e stili diversi: funky, soul, influenze
tropicali ed ispaniche, pop bianco ed easy-listenig. In prima istanza, gli
Italiani furono all’altezza della situazione, producendo alcuni dischi entrati
negli annali con artisti come Change, Peter Jaques Band, Macho, B.B. & Q. Band,
Easy Going. (fenomeni già analizzati nella sezione “la disco in Italia”), ma
poi, a parte qualche altra rara eccezione, si sprecarono in una serie
interminabile di motivetti fru-frù e di infantili filastrocche, tanto che,
all’estero, cominciò immediatamente a circolare il pittoresco appellativo di
spaghetti-dance. Al principio, le “disco-tracks”, a prescindere delle
peculiarità sonore delle differenti "scuole di pensiero” possedevano alcune
caratteristiche distintive comuni: un ritmo tra le 120 e le 140 battute al
minuto, una melodia sempre molto accattivante, ma ripetitiva ed essenziale ed un
andamento ritmico, quasi sempre, caratterizzato dalla tipica cassa "in quattro"
(vale a dire un colpo ogni misura, che con le battute tipicamente in quattro
quarti significava quattro colpi a battuta) e con il Charleston sulla misura
"in levare. Gli Italiani, i Francesi e soprattutto i dance-makers Tedeschi
cominciarono a fare uso massiccio di strumenti elettronici, di sintetizzatori e
dei primi campionatori, mentre quella americana era più legata ad una tradizione
sonora incentrata su fiati, basso, batteria, percussioni afro-tribali e, nel
caso del Philly-Sound, addirittura di vere orchestre d'archi. L’industria
discografica americana prevedeva brani tradizionalmente della durata di 3-4
minuti, diversamente non sarebbero mai stati trasmessi dalle radio, per
converso, quella italiana ed europea cominciò ad esasperare l’uso dei
maxi-singles e di quelle interminabili "suite alla Cerrone" della lunghezza
15-20 minuti, 8-10 nella media. Molti degli LPs pubblicati contenevano due o tre
brani al massimo. “Melius est abundare, quam deficere”, dicevano i Latini e
qualcuno decise di prendere l’antico detto alla lettera. Tanta quantità, ma poca
qualità. Con questo non si vuole gettare tutto dalla rupe o mettere ogni cosa in
un calderone. L’altro elemento non trascurabile va ricercato nel fatto che i gruppi
“disco” americani, come T-Connection, Ohio Players, Brass-Construction, People
Choice, BT-Expess, Chic, Earth,Wind & Fire e gli stessi Bee Gees (pur di
differente estrazione), erano costituiti da musicisti in piena regola con tanto
di cartellino. Diversamente sul versante Euro-Italo-Disco, gli artisti venivano
costruiti in vitro, o se preferite in studio, talvolta l’immagine era più
importante del contenuto. Addirittura, in molti casi, l’artista di facciata era
un altro, rispetto a quello che cantava ed altri escamotages di tale fattezza o
“bassezza”. Come direbbe qualcuno:”Io mi dissocio!” Sono Italiano in tutto e per
tutto: quando gioca l’Italia strillo come un dannato; amo il vino italiano, la
cucina italiana, fumo solo sigari italiani. A proposito di “disco-music”, però,
adoro sentirmi dire:”Tu vo’ fa’ l’americano!” ed io rispondo:” Ciao fratello,
strut your funky stuff!!!”
CHI
SIAMO O CHI CREDIAMO DI ESSERE?

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