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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  LA DISCO MUSIC IN ITALIA

Nel 1976 troviamo tra i dischi più venduti in Italia quelli di White, Summer, Gaynor, Kelly, Silver Convention, Ritchie Family, Esther Phillips, McCoy e Deodato. Già l'anno seguente portò grossi cambiamenti: a Stevje Wonder, Donna Summer, Roberta Kelly, Ritchie Family si affiancarono una schiera di nomi nuovi, quelli di Cerrone, Boney M, Giorgio (proprio il produttore Moroder appena citato), Amanda Lear, Grace Jones, D.D. Sound, Santa Esmeralda, Belle Epoque, Salsoul Orchestra e così via. Il 1978 fu poi l'anno dei Bee Gees, che con le canzoni tratte dalla colonna sonora del film "Saturday Night Fever" divennero i protagonisti in assoluto della disco music mondiale  Altri emergenti furono Sheila & B. Devotion, l'indiana Asha Puthli, Andrea True Connection, Baciotti, Bionic Boogie, Lipstique, ecc. Una caratteristica interessante della disco music fu che in questo genere la tradizionale (nel pop) sottomissione del continente europeo alla produzione britannica e statunitense venne superata: nel confezionare prodotti di rapido consumo i tedeschi, i francesi e gli italiani (vedi il planetario successo dei Fratelli La Bionda, un tempo appassionati seguaci della "West Coast Music ") si dimostrarono altrettanto (se non più) abili di americani e britannici. Su versante italiano, oltre ai La Bionda, con l’operazione DD-Sound, si distinsero alcuni abili produttori come Celso Valli e Mauro Malavasi, basti ricordare i successi dei Change, Peter Jaques Band e Macho. Musicista, produttore e deejay, tra i più attivi della scena disco italiana (e non solo), tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. Per molto tempo Mauro Malavasi fu sinonimo di successo, e per molti dee-jay, il suo nome significava comprare i dischi sigillati. Proveniente dal conservatorio, inizialmente Mauro ebbe l'idea di cimentarsi in una jazz band, ma nel 1978, sotto la spinta dall'amico Marzio, alias Macho, decise di produrre una cover dello Spencer Davis Group, in versione disco-dance, ossia "I'm a man ", brano entrato di diritto nella storia della disco, sopratutto per le sue inusuali sonorità. Con Jacques Fred Petrus fondò l'etichetta Goody Music, che per molti anni diede alle stampe gruppi ed artisti di successo:: la già citata Peter Jacques Band, BB&Q Band, Change (con il vocalist Luther Vandross), Hypnotic Tango, Cube, Revanche, Rudy, etc. Inutile dire che Malavasi ha comunque continuato nella sua ingegnosa attività in questi ultimi anni, anche dopo il declino della disco. Infatti sono sue le produzioni pop di alcuni dei dischi di maggior successo di artisti italiani ed internazionali. L’Italia si mostrò subito propensa ad accettare anche tutti quegli artisti che dal Rock si gettano a capo fitto nel gorgo della “disco”: Rod Stewart con “Da Ya Think, I’m Sexy?”, I Rolling Stones con “Miss You” ed “Emotional Rescue”, i Kiss con “I was Made for lovin’ you” ed i Knack con “My Sharona”. Che la disco-music ebbe  pochissimo da offrire a livello culturale è un dato scontato. Lo conferma, infatti, la stessa volubilità degli appassionati del genere, prontissimi a spostare le loro preferenze da un artista all'altro nel giro di pochi mesi, talvolta di settimane, proprio perché ciò che veniva loro offerto era solo una sensazione epidermica. Il pubblico d'altronde otteneva quanto cercava: chiedeva solo delle occasioni di evasione, senza pretendere dalla musica i messaggi, l'elevazione spirituale o il piacere estetico che i veri appassionati sanno trarre da questa eccelsa e libera arte. Quindi lo smercio era rapido e  i dischi  duravano poco come i soldi vinti al gioco. Seppure il fenomeno “disco” serva a creare un più vasto consumo di musica (e in un paese come l'Italia salvò, addirittura, l'industria discografica da una grave crisi recessiva), non riuscì ad imprimere tra i giovani forti connotati culturali ed educativo. Anche dal punto di vista della creazione di nuove star usa e getta, non ci pare che la "disco-commerciale" abbia offerto personaggi di rilievo mediatico (come si direbbe oggigiorno), eccezione fatta per la stuzzicante, ambigua e intelligente  Amanda Lear, ancora in attività.

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  SIAMO ITALIANI E CI FACCIAMO RICONOSCERE!


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