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DAVID
MANCUSO: NO MIX!!!
Profilo di Dave Mancuso
a cura di Fabio De Luca, tratto "Discoinferno: i dieci anni che cambiarono il
clubbing a New York", pubblicato su Rolling Stone, marzo 2005.
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David Mancuso non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di
coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna. È
l’uomo che nella New York di inizio anni Settanta ha - senza volerlo fare -
inventato da zero il mestiere di dj e la nozione stessa di "club". Lo guardi:
massiccio, con una enorme camicia a quadri color vino fuori dai pantaloni. Non
sapessi che è lui potrebbe sembrare uno degli elettricisti. Anzi no: lo sguardo
è uno strano misto di vivacità, profondità e "qualcosa" di inquietante e
misterioso. E unico. È come un Charles Manson "buono", uno dei Grateful Dead. Ha
sessant’anni compiuti da pochi giorni e l’entusiasmo ed il sorriso di un bambino
quando ti spiega - riuscendo a non essere mimimamente retorico - che "la musica
è una manifestazione di Dio, dell’energia primaria, o in qualunque modo tu Lo
voglia chiamare". Ti vengono in mente le storie lette su di lui. Sono tutte
bellissime: a partire da quella di Sister Alicia, la suora che lo ha allevato
nell’orfanatrofio dove è vissuto fino all’età di cinque anni. Un’orfanatrofio
nella New York degli anni Quaranta non dev’essere davvero stato un gran posto,
ma Sorella Alicia non perdeva occasione per tirar fuori il grammofono e
organizzare piccole "feste" per i bambini: "si", dice David, "probabilmente è
lei che mi ha trasmesso il piacere per la condivisione della musica".
Poi ci sono le storie sulla sua amicizia con il guru lisergico Timothy Leary,
sulla decisone (nel 1969) di abbandonare il mondo dei beni materiali, sulle
giornate passate immobile nella posizione yoga del loto fino ad essere
ricoverato in ospedale vittima di una grave forma di catatonia. Poi il rientro
"tra i vivi": il trasferimento a NoHo (North Houston), un’area precedentemente
industriale dove - mano a mano che l’industria si trasferiva nel New Jersey -
arrivavano gli artisti ed occupavano gli enormi loft dove l’affitto costava
(ancora) pochissimo. Il loft di Mancuso era al numero 64 della Broadway. E’ li
che - ispirandosi alla tradizione nera dei rent parties (feste private a
pagamento che il proprietario di casa teneva per mettere insieme i soldi per
pagare l’affitto) - Mancuso comincia a organizzare delle feste. Strettamente su
invito: e lui che mette la musica non perchè abbia ambizioni da dj, ma perchè
vuole creare un perfetto bozzolo emotivo per i suoi ospiti in ogni singolo
momento della serata. "Poi, col tempo, ho capito che c’è come un terzo orecchio
che guida l’interazione tra chi mette la musica ed il pubblico", racconta oggi.
Il suo club nasce così: si chiama The Loft, una festa in casa, un reale momento
di condivisione settimanale al suono del soul e della disco-music degli albori.
I testimoni dell’epoca raccontano che Mancuso aveva raggiunto livelli sublimi
nel suo obiettivo di costruire il perfetto bozzolo emotivo per i propri ospiti,
lavorando sulle luci, l’apertura delle finestre e soprattutto sul suono. Già
prima del Loft Mancuso era un frequentatore dell’alta fedeltà: dopo ne diventa
il più straordinario esegeta. Al Loft nulla è lasciato al caso: la disposizione
degli altoparlanti (Klippschorn, creati negli anni venti dall’ingegnere Paul
Klippsch) risponde a precise leggi acustiche, la diffusione del suono è
calibrata sin nei minimi dettagli e le puntine dei giradischi sono fatte su
misura da una fonderia giapponese specializzata in spade da samurai!
L’ultima leggenda tramandata dice che oggi Mancuso suona raramente in giro
perchè il suo dj-set ha un costo esorbitante. E non perchè lui pretenda chissà
quale cachet astronomico, ma perchè Mancuso gira il mondo con quegli stessi
giradischi, quello stesso amplificatore e quelle stesse casse acustiche che
c’erano al Loft. Che poi non è nemmeno esattamente così - non sempre, almeno -
però qualcosa di vero c’è. Ed è assolutamente vero che lui è un maniaco del
controllo, che arriva nei posti dodici ore prima per sincerarsi che l’impianto
sia stato installato secondo le sue scrupolose indicazioni. Ed è anche vero che
- per essere un dj - David Mancuso è uno che ama il silenzio. O meglio, il suono
silenzioso della natura. Lo ha detto in una storica intervista del 1975 al
Village Voice, oggetto di culto tra i suoi fan, ma a chiederglielo lo conferma
anche oggi: "la natura è il suono perfetto. Il modo graduale in cui il sole
sorge, in cui il calore aumenta fino al mezzogiorno. il modo in cui i grilli
cominciano a cantare dopo che ha fatto buio".
Continua


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