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FRATELLO
BIANCO, FRATELLO NERO!
Parlando di “disco-muisic”, nell’accezione più
larga del termine, appare chiaro, ed universalmente acclarato, che il fenomeno
abbia essenzialmente la “pelle d’ebano”. Al principio la “musica da discoteca”
era essenzialmente “roba da neri”, gente per natura abituata a muoversi ed
agitarsi a suon di note. Tutto ciò che, all’inizio degli anni ’70, finiva in
pasto ai frequentatori delle sale da ballo consisteva in uno strano miscuglio di
“soul rinfrescato”, dove le componenti ritmiche iniziavano ad essere più
dilatate ed ossessive, mentre i testi, abbandonata “la lamentosa poetica nera”
del travaglio interiore e del disagio sociale, cominciavano ad inneggiare al
divertimento collettivo fatto di movenze con argomento a piacere, all’interno di
un quadrato o di un tondo denominato pista. E’ d’uopo, per verità storica o
narrativa, fare un salto indietro agli anni ’50, quando i “neri d’America,
inventarono il rock’n’roll, ammorbidendo il vecchio R&B, dopo averlo reso più
danzabile con l’aggiunta di qualche “rollin” di derivazione “country and
western”. Per la prima volta, i giovani, non solo americani, potevano ballare o
ascoltare una musica fatta da altri giovani e pensata per un mercato di
adolescenti. Musicisti di colore, quali Little Richard e Chack Berry, solo per
citarne alcuni, misero in azione un meccanismo perpetuo che avrebbe cambiato per
sempre le sorti della musica contemporanea. Dopo l’inarrestabile successo del
Jazz, i neri stavano per assestare un altro colpo micidiale alla “fabbrica dei
sogni americani”. L’America, bacchettona e perbenista, all’inizio, non diede
peso al fenomeno, sottovalutandolo. I “conservatori” pensarono: “Se i neri
vogliono divertirsi, ballare e far baldoria, tanto meglio, almeno la smettono
quella vecchia storia di parità sociale e di diritti civili!” L’epidemia
divenne, però, inarrestabile, il rock’n’roll invase i collages e le high-schools,
i ciuffi a banana ed i basettoni fecero la comparsa anche sulle teste dei
“giovani rampolli di buona famiglia”. Quella musica indiavolata dall’anima nera
mise in allarme perfino il Ku Klux Clan. L’industria discografica, fino ad
allora popolata da cantanti rigidi ed impostati, dovette cedere sotto il peso di
tanta “novità”. Via libera al rock’n’roll, ma con qualche variante rispetto
all’originale, soprattutto nella forma e nell’aspetto formale. Per intenderci,
meglio far vedere al “Grande Paese” ed al mondo intero che quella nuova musica
era fatta non dai neri (almeno non solo), ma dai bianchi. Le principali
etichette discografiche si prodigarono, immediatamente, al fine di scovare
vecchi cantanti ed interpreti di ballate country, con l’intento di riciclarli
sul fronte del rock’n’roll. Le radio ed i DJs iniziano a passare “quella
musica”, ma solo se interpreta da bianchi; negli show televisivi a presentare
pezzi rock, in prima istanza scritti o lanciati da neri, c’erano solo “visi
pallidi”, magari con la pancetta da ragioniere come Bill Haley. Poi, un giorno,
arrivo un bel ragazzo del Sud, ex-camionista, bianco come il latte, ma con una
voce da nero, tale Elvis Presley e l’America poté, finalmente, acclamare il
proprio eroe nazionale, battezzandolo solennemente come “The King of Rock’n’Roll”.
Ovviamente, Elvis”The Pelvis” non è in discussione: il valore di un artista non
si misura dalla pigmentazione dell’epidermide. I neri avevano creato il rock’n’roll,
ma l’industria del perbenismo statunitense, c’aveva “schiaffato” la faccia di un
bianco. Era accaduto un qualcosa che, negli anni a venire, avrebbe messo in
evidenza una tipica “mania” degli Anglo-Americani, ossia appropriarsi
indebitamente tutto ciò che i musicisti di colore sapevano (e sanno) inventare.
Nel decennio successivo molte formazioni, soprattutto inglesi, come gli Animals
o i Rolling Stones si fecero largo nelle classifiche di mezzo mondo, copiando lo
stile dei neri; perfino i Beatles, almeno nella prima fase della carriera,
s’inerpicarono in cima alle charts, devastando il repertorio di artisti di
colore: tutti sanno che la loro mitica “Twist and Shout” era appartenuta in
origine al repertorio degli Isley Brothers, i quali avevano avuto al loro
servizio anche il più grande chitarrista rock di tutti i tempi: Jimi Hendrix.
Lungi dal voler mettere alla gogna suddetti artisti, ma la storia non finisce
qui. Con gli anni ’70, le discoteche diventarono un fenomeno di aggregazione
giovanile e la tanto deprecata “disco” portò nelle casse dell’industria del
vinile somme di danaro, fino a quel momento, neanche immaginate. Il funk e la
disco sono un’altra invenzione dei “neri”, ma, con l’avvento della “febbre del
Sabato Sera”, l’America dei perbenisti e l’Europa dei furbi non provarono alcun
pudore a “schiaffarci” le belle facce dei Bee Gees, i quali da abili e consumati
musicisti, ebbero solo la scaltrezza di saper cavalcare l’onda del fenomeno. I
fratelli Gibb, artisti di vaglia e di caratura mondiale, non hanno però il
merito di aver inventato “il genere”, né tanto meno di averlo perpetuato: dopo
un paio di singoli di grande successo, sono ritornati al loro travaglio usuale.
A partire dai primi anni ’80, inizia ad affermarsi la cultura della strada
rap-hip-hop, quale valvola di sfogo dei quartieri neri più disagiati. A tutt’oggi,
l’hip-hop costituisce uno degli esempi di più duraturi e stabili che la storia
della musica moderna abbia mai conosciuto. Il cantilenante parlottare dei ghetti
neri, il modo di atteggiarsi e di vestirsi dei “maestri di cerimonia” ha
contagiato i giovani di ogni razza o estrazione sociale. I pilastri
dell’industria discografica si reggono sull’intuizione e la creatività dei
“neri”, eppure, ad un certo punto, qualcuno, ha pensato bene di “schiaffarci” la
faccia di Eminem, che è bravo-bravissimo, ma non è nero e non ha inventato nulla
di quello che canta, che rappa, che dice e che pensa. Morale della favola, ce la
vogliono sempre raccontare a modo loro, ma noi non ci siamo cascati. E voi???
Mauro Malavasi, abile produttore di disco-funk italica di classe sopraffina
(leggasi Change), alla domanda:”Ma qual’era la differenza tra voi e gli Chic?” –
con molta onestà intellettuale – ha sempre risposto: “ Il nostro era un prodotto
estetico, ben orchestrato, ma loro avevano il “groove”, inteso non come base
ritmica, ma come “humus sociale”, dove attingere spunti e idee”. Si potrebbe
continuare, parlando. ad esempio. dell’”house-music”, moderna espressione della
“disco”, creata dai neri nella Chicago di fine anni ’80, nel cui stampo risalta la matrice R&B; eppure, Inglesi, Tedeschi ed Italiani, particolarmente
negli ultimi anni, ne hanno fatto scempio. Questa è, però, un’altra “vexata
quaestio” che meriterebbe un trattamento più approfondito

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