PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  FRATELLO BIANCO, FRATELLO NERO!
 

Parlando di “disco-muisic”, nell’accezione più larga del termine, appare chiaro, ed universalmente acclarato, che il fenomeno abbia essenzialmente la “pelle d’ebano”. Al principio la “musica da discoteca” era essenzialmente “roba da neri”, gente per natura abituata a muoversi ed agitarsi a suon di note. Tutto ciò che, all’inizio degli anni ’70, finiva in pasto ai frequentatori delle sale da ballo consisteva in uno strano miscuglio di “soul rinfrescato”, dove le componenti ritmiche iniziavano ad essere più dilatate ed ossessive, mentre i testi, abbandonata “la lamentosa poetica nera” del travaglio interiore e del disagio sociale, cominciavano ad inneggiare al divertimento collettivo fatto di movenze con argomento a piacere, all’interno di un quadrato o di un tondo denominato pista. E’ d’uopo, per verità storica o narrativa, fare un salto indietro agli anni ’50, quando i “neri d’America, inventarono il rock’n’roll, ammorbidendo il vecchio R&B, dopo averlo reso più danzabile con l’aggiunta di qualche “rollin” di derivazione “country and western”. Per la prima volta, i giovani, non solo americani, potevano ballare o ascoltare una musica fatta da altri giovani e pensata per un mercato di adolescenti. Musicisti di colore, quali Little Richard e Chack Berry, solo per citarne alcuni, misero in azione un meccanismo perpetuo che avrebbe cambiato per sempre le sorti della musica contemporanea. Dopo l’inarrestabile successo del Jazz, i neri stavano per assestare un altro colpo micidiale alla “fabbrica dei sogni americani”. L’America, bacchettona e perbenista, all’inizio, non diede peso al fenomeno, sottovalutandolo. I “conservatori” pensarono: “Se i neri vogliono divertirsi, ballare e far baldoria, tanto meglio, almeno la smettono quella vecchia storia di parità sociale e di diritti civili!” L’epidemia divenne, però, inarrestabile, il rock’n’roll invase i collages e le high-schools, i ciuffi a banana ed i basettoni fecero la comparsa anche sulle teste dei “giovani rampolli di buona famiglia”. Quella musica indiavolata dall’anima nera mise in allarme perfino il Ku Klux Clan. L’industria discografica, fino ad allora popolata da cantanti rigidi ed impostati, dovette cedere sotto il peso di tanta “novità”. Via libera al rock’n’roll, ma con qualche variante rispetto all’originale, soprattutto nella forma e nell’aspetto formale. Per intenderci, meglio far vedere al “Grande Paese” ed al mondo intero che quella nuova musica era fatta non dai neri (almeno non solo), ma dai bianchi. Le principali etichette discografiche si prodigarono, immediatamente, al fine di scovare vecchi cantanti ed interpreti di ballate country, con l’intento di riciclarli sul fronte del rock’n’roll. Le radio ed i DJs iniziano a passare “quella musica”, ma solo se interpreta da bianchi; negli show televisivi a presentare pezzi rock, in prima istanza scritti o lanciati da neri, c’erano solo “visi pallidi”, magari con la pancetta da ragioniere come Bill Haley. Poi, un giorno, arrivo un bel ragazzo del Sud, ex-camionista, bianco come il latte, ma con una voce da nero, tale Elvis Presley e l’America poté, finalmente, acclamare il proprio eroe nazionale, battezzandolo solennemente come “The King of Rock’n’Roll”. Ovviamente, Elvis”The Pelvis” non è in discussione: il valore di un artista non si misura dalla pigmentazione dell’epidermide. I neri avevano creato il rock’n’roll, ma l’industria del perbenismo statunitense, c’aveva “schiaffato” la faccia di un bianco. Era accaduto un qualcosa che, negli anni a venire, avrebbe messo in evidenza una tipica “mania” degli Anglo-Americani, ossia appropriarsi indebitamente tutto ciò che i musicisti di colore sapevano (e sanno) inventare. Nel decennio successivo molte formazioni, soprattutto inglesi, come gli Animals o i Rolling Stones si fecero largo nelle classifiche di mezzo mondo, copiando lo stile dei neri; perfino i Beatles, almeno nella prima fase della carriera, s’inerpicarono in cima alle charts, devastando il repertorio di artisti di colore: tutti sanno che la loro mitica “Twist and Shout” era appartenuta in origine al repertorio degli Isley Brothers, i quali avevano avuto al loro servizio anche il più grande chitarrista rock di tutti i tempi: Jimi Hendrix. Lungi dal voler mettere alla gogna suddetti artisti, ma la storia non finisce qui. Con gli anni ’70, le discoteche diventarono un fenomeno di aggregazione giovanile e la tanto deprecata “disco” portò nelle casse dell’industria del vinile somme di danaro, fino a quel momento, neanche immaginate. Il funk e la disco sono un’altra invenzione dei “neri”, ma, con l’avvento della “febbre del Sabato Sera”, l’America dei perbenisti e l’Europa dei furbi non provarono alcun pudore a “schiaffarci” le belle facce dei Bee Gees, i quali da abili e consumati musicisti, ebbero solo la scaltrezza di saper cavalcare l’onda del fenomeno. I fratelli Gibb, artisti di vaglia e di caratura mondiale, non hanno però il merito di aver inventato “il genere”, né tanto meno di averlo perpetuato: dopo un paio di singoli di grande successo, sono ritornati al loro travaglio usuale. A partire dai primi anni ’80, inizia ad affermarsi la cultura della strada rap-hip-hop, quale valvola di sfogo dei quartieri neri più disagiati. A tutt’oggi, l’hip-hop costituisce uno degli esempi di più duraturi e stabili che la storia della musica moderna abbia mai conosciuto. Il cantilenante parlottare dei ghetti neri, il modo di atteggiarsi e di vestirsi dei “maestri di cerimonia” ha contagiato i giovani di ogni razza o estrazione sociale. I pilastri dell’industria discografica si reggono sull’intuizione e la creatività dei “neri”, eppure, ad un certo punto, qualcuno, ha pensato bene di “schiaffarci” la faccia di Eminem, che è bravo-bravissimo, ma non è nero e non ha inventato nulla di quello che canta, che rappa, che dice e che pensa. Morale della favola, ce la vogliono sempre raccontare a modo loro, ma noi non ci siamo cascati. E voi??? Mauro Malavasi, abile produttore di disco-funk italica di classe sopraffina (leggasi Change), alla domanda:”Ma qual’era la differenza tra voi e gli Chic?” – con molta onestà intellettuale – ha sempre risposto: “ Il nostro era un prodotto estetico, ben orchestrato, ma loro avevano il “groove”, inteso non come base ritmica, ma come “humus sociale”, dove attingere spunti e idee”. Si potrebbe continuare, parlando. ad esempio. dell’”house-music”, moderna espressione della “disco”, creata dai neri nella Chicago di fine anni ’80, nel cui stampo risalta la matrice R&B; eppure, Inglesi, Tedeschi ed Italiani, particolarmente negli ultimi anni, ne hanno fatto scempio. Questa è, però, un’altra “vexata quaestio” che meriterebbe un trattamento più approfondito
 


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