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LOCALI STORICI NEGLI USA
HIPPOPOTAMUS (New York
City)
Elegante e sofisticata, era una delle poche discoteche della prima onda che ha
resistito alle violente intemperie, mantenendosi in vita per parecchi annii. I
proprietari ritenevano che l'Hippopotamus avesse uno spiccato istinto di
sopravvivenza e, perciò, sapeva rinnovarsi ed aggiornarsi continuamente. Queste
le caratteristiche le permisero di crearsi una fedele e appassionata
clientela: una sala ben rifinita e costantemente invasa da combriccole di
danzatori entusiasti e di buona famiglia. Ottimo il sound proposto dal DJ,
grazie ad un impianto avveniristico. Il suo punto forte era costituito dal
ristorante, grazie ad un abile cuoco francese e un efficiente servizio. C’era
anche un bar indipendente e una sala da gioco, ove, in inverno, era possibile
giocare a carte di fronte al camino. La prenotazione era d'obbligo.
ODISSEY 2001 (Brooklyn, N. Y.)
Parliamo del locale reso famoso dalla “Saturday Night Fever” e dalle imprese di
Tony Manero e compagni. Night-club per circa trent'anni e poi trasformato in
discoteca. E’ necessario precisare che il locale aveva una struttura differente
da quella che ci viene mostrata nel film. Le modifiche apportate all’Odissey,
per esigenze di copione, furono considerevoli: ad esempio il famosissimo
dance-floor che ospitò le esibizioni di Travolta fu fabbricato apposta dalla
«Lite-Lab» di New York. Per la gioia dei visitatori, la Paramount Pictures (in
difficoltà finanziarie) lasciò il pavimento e le luci per indennizzare i
proprietari dei sei mesi resi necessari per le riprese. Chiacchierando con la
gente del posto, non era possibile evitare che la discussione cadesse sul film e
soprattutto, sul fatto che la vita del quartiere non era certo simile a quella
rappresentata dalla banda di Manero. Comunque, in realtà, I'Odissey, non era
così sfavillante come ci apparso nella pellicola: concediamo qualcosa
all'abilita di Robert Stigwood. Nonostante le variazioni architettoniche, negli
anni successivi alla febbre, il locale mantenne tutte le sue caratteristiche di sala popolare per giovanissimi. Poteva ospitare fino a
settecento persone. Il sabato e la domenica dall’una sino alle cinque del
pomeriggio, l’ingresso era riservato agli adolescenti ed il costo era di solo
tre dollari. Il prezzo del biglietto regolare ammontava invece a circa
dieci dollari. Qualche tempo addietro, pare che suo posto sia stato costruito un
supermercato.
INFINITY (New York City)
II motto del locale era: "If you could visit only one discotheque, Infinity
should be it!". Infinity, più che una discoteca, era soprattutto
un'esperienza, un' esperienza indimenticabile selvaggia, intensa fuori dal
consueto. Il dance
floor di questa ex-fabbrica, situata in fondo a Broadway, era costituita da un
lungo capannone. All’ Infinity si ballava ovunque: sulle sporgenze delle enormi
volte a specchio, sui basamenti delle colonne gotiche che si elevano fino a
raggiungere il nero soffitto. Sopra qualsiasi superfide piatta all’ Infinity,
insomma, si ballava e basta! Le casse acustiche erano dislocate dappertutto ed
il DJ, Jim Burgess era considerato uno dei migliori che il mercato locale
potesse esprimere all’epoca. II “light and sound system” risultava
efficacissimo: un creativo insieme di luci che lampeggiavano, roteavano,
correvano intorno al soffitto, alle arcate, si arrampicavano sulle pareti, si
attorcigliavano alle colonne. Degli archi al neon, attorno alle finestre, le
luci si accendevano ad intermittenza, al ritmo della musica,. I danzatori
urlavano e cantavano quando calava 1'oscurità e le luci strobo trasformavano
tutto in un lento movimento spastico. C’erano dei bar assai forniti per placare
la sete e, addirittura, venivano distribuiti piatti di cibi energetici: Frutta,
noci, uva passa, patatine, cioccolatini. I danzatori più stravolti potevano
rifornirsi tranquillamente: cibo era gratis. I frequentatori abituali del locale
erano giovani « bene » e impiegati desiderosi di sentirsi alla moda. Poteva
capitare di imbattersi in qualche personaggio noto. L'atmosfera dell'Infinity era sempre infuocata, anche quando le
altre discoteche si erano gia raffreddate. All’epoca era uno dei pochi locali
aperti fino alle cinque del mattina con una particolarità: a quell'ora il
servizio bar era sospeso.
PARADISE GARAGE
Per un decennio le martellanti frequenze basse dei più neri e infuocati brani
disco rimbalzarono sulle pareti, amplificati all'inverosimile, nell’immenso
spazio situato al numero 84 di King Street, a New York. II Paradise Garage, che,
in passato, era stato effettivamente un garage per camion, merita un posto tra i
clubs leggendari: ballare in quel posto era una sorta di rito collettivo per le
migliaia di devoti, pronti, una volta alla settimana, a prendere parte alla
"Messa in quattro quarti del Sabato Notte". L'ingresso era rigorosamente
riservato ai soci e ai loro ospiti, ma una manciata di outsider venivano sempre
scelti tra la folla accalcata davanti alla porta. II look di rigore era
costituito dalla più semplice tenuta da ballo: celebrità dei quartieri eleganti
e ragazzi ricchi e impomatati, che vi andavano per curiosare, non avevano
chance. Appena s'incominciava a salire per la ripida e buia rampa che portava
alla pista, si era investiti da un'intensa vampata di calore umano, prodotta da
un migliaio di luccicanti corpi seminudi. Gli omosessuali neri e latini
dell'ambiente underground, nonché i più selvaggi ballerini di tutta New York, si
riunivano al Garagage, ogni weekend, per venerare, come un sacro totem, quel
terrificante ed avvolgente sound system. L'autorità suprema della pista era
Larry Levan, forse il più geniale dei DJs dell'era disco. il quale aveva
debuttato al Continental Baths. Larry e plasmava le vogliosità danzerecce di
un’accanita torma di discinti ballerini con tre giradischi, un mixer Bozak e un
impianto audio costruito da Richard Long su specifiche richieste. Cupe linee di
basso potevano sfociare in un brano strepitoso di Loleatta Holloway o in
“Weekend” di Phreek di Patrick Adams, seguito dai prototipi techno dei Kraftwerk
o da un formidabile classico come “I Got My Mind Made up” degli Instant Funk”.
Normali e banali brani vocali di cinque minuti venivano trasformati in diretta
in incessanti dub percussivi lunghi un quarto d'ora, modificati con effetti
elettronici e fusi con elementi latini o new-wave. Dall’epopea d'oro della
disco, la festa al Paradise Garage durò fino ai primi anni Ottanta, con pezzi
come “Walking on Sunshine” di Rocker's Revenge, che cominciarono ad accendere
nei ballerini il desiderio di connettersi al nuovo stile della house-music. Dopo
il declino del club, e la sua definitiva chiusura per problemi di droga, nel
1986, iI potente sound system, per un periodo lunghissimo, il migliore al mondo,
fu trasportato a Londra. ed installato al Ministry of Sound. Dopo la morte di
Larry Levan. non ci fu nessuno, in nessun modo e in nessun luogo che potesse
sperare di ricreare 1'atmosfera speciale del Garage all'apice del suo splendore.
Continua


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