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THE
BEST DISCO IN TOWN. LE (DISCOTECHE ITALIANE)
NUOVA IDEA (ex KURSAAL) (Milano)
Riaperto, intorno al 1978, dagli ex-gestori del Rosamunda si affermò presto come
una delle maggiori discoteche, esclusivamente, gay d'Europa. Era composta da due
sale separate. Una, la più grande, quasi una balera, il sabato e la domenica
sera, ospitava un'orchestra che faceva danzare i sempre numerosi presenti con
liscio e brani da discoteca molto conosciuti e poco impegnativi. La seconda
sala, a cui si accedeva, dopo aver costeggiato il lungo bancone del bar, era
invece in perfetto stile “Disco”. Per quanto la pista da ballo fosse un po'
angusta rimaneva una delle migliori sale per ballare. Le luci erano notevoli,
presenti anche tre sfere a specchi ruotanti, ed il volume sonoro era
abbondantemente sufficiente e di qualità. I frequentatori erano quasi
esclusivamente gay di tutti i tipi, solo nella zona Disco era presente un
ambiente leggermente più eterogeneo. Le poltrone non apparivano particolarmente
comode ed accoglienti, ma difficilmente ne sentiva il bisogno.
DIVINA (Milano)
Inizialmente si chiamava “Bang Bang”, caratterizzandosi come un locale assai
modesto frequentato dalla “mala”. Nella prima metà degli anni ’70, il cambio di
nome, cambio di “giro” e di gestione ed ecco il mito: il divina divenne la
discoteca dove tutti avrebbero voluto essere di casa. Dopo aver passato il
ferreo controllo alla porta s’incontrava, scendendo un'ampia scala a chiocciola,
la biglietteria ed, infine, si accedeva alla sala. Di fronte, appariva la pista
da ballo in marmo chiaro (se affollata si poteva, comunque, ballare benissimo
sulla moquette circostante) e la postazione-regia del DJ. L'impianto luci non
era particolarmente psichedelico: solo una grossa sfera a specchi centrale
illuminata da faretti e numerose luci colorate, ma riusciva con equilibrio ad
assolvere al proprio incarico. L'apparecchiatura del DJ era montata su pannelli
di plexiglass e comprendeva anche due grandi monitor-oscilloscopi, inutili al
fine della riproduzione sonora, ma originali e dall'effetto suggestivo. La
musica, di ottimo livello, veniva sprigionata senza tentennamenti
dall'esuberante impianto, tanto che i rapporti interpersonali di tipo orale
erano resi difficoltosi. Inconsueto l'accostamento dell'arredamento: rosse le
pareti, nera la moquette e i divanetti. La zona bar meritava qualcosa di più di
una rapida occhiata. Il bancone del bar, molto semplice si presentava sempre
affollato, facendo angolo con una parete costituita da un enorme specchio fumé.
Sul muro alle spalle del bancone venivano proiettate diapositive che ritraevano
i frequentatori del locale. Un proiettore era caricato ogni sera con cento
diapositive differenti mentre altri tre possedevano un soggetto fisso, grande
lotta quindi tra gli «estrosi » narcisisti per essere immortalati. Simpatica la
presenza nel locale di vasi con fiori freschi e di verdi piante d'appartamento,
peccato che quest'ultime fossero di plastica. A differenza di molte altre
discoteche, il Divina era sempre pieno, anche nei giorni feriali ed i
frequentatori erano soprattutto clienti abituali per sei giorni alla settimana.
PINK ELEPHANT (Milano)
Si pagava all'ingresso ed, attraverso una scala scoscesa, si accedeva alla sala,
dove un efficiente cameriere accompagna gli avventori ad un tavolo adatto alla
consistenza del gruppo. Pista abbastanza ampia, mancante però dell'impianto
luci, per cui si ballava illuminati da luci bianche fisse che venivano spente al
momento dei lenti (momento che si ripeteva più volte nel corso della serata).
L'impianto era molto potente, addirittura, una notte le vibrazioni fecero
crollare parte dell'intonaco del soffitto. Consumazioni sconsigliate anche se si
potevano ordinare ai camerieri stando accoccolati nelle accoglienti poltrone.
Ambiente impiegatizio (sognavano di trovarsi al «mitico» Divina), molti amanti
della penombra e gente a cui non piacevano le luci psichedeliche e le
stroboscopiche. Per trovare posto seduti era meglio arrivare sul presto.
Difficilissimo, invece, parcheggiare in zona.
Continua


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