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THE
BEST DISCO IN TOWN. LE (DISCOTECHE ITALIANE)
NEPENTHA (Milano)
Il Nepentha fu inaugurato l’11 settembre del '69 ed è sempre stato uno dei
locali più raffinati e apprezzati della città. L'ingresso, nella centralissima
piazza Diaz, facilmente individuabile perché accanto all'impalcatura «stellata »
che nascondeva i resti di un american bar bruciato durante una manifestazione,
era veramente piacevole. Sul portone blu troneggiava il simbolo bianco del
locale e appena entrati, prima di scendere le classiche scale, una sobria
composizione floreale « sottovetro » e appeso al muro un quadretto su cui
venivano segnate le consumazioni. La moquette delle scale era di color blu
mentre quella del locale era verde bottiglia, un brutale accostamento,
giustificato dalla fretta di rendere agibile nel più breve tempo possibile il
locale, dopo i danni causati dall'incendio dell'adiacente bar. Sulla destra,
seminascosto, il guardaroba mentre di fronte la zona bar e i tavolini. Le pareti
apparivano ricoperte da una strana tappezzeria su cui erano stati applicati
alberelli dalle foglie dorate, tra cui spuntavano «inquietanti» occhietti di
vetro colorato; il soffitto blu scuro si mostrava frastagliato da stelle
luminose: l'immagine d'insieme del locale era comunque positiva. Chi arrivava
prima della mezzanotte, si trovava immerso in un ambiente rilassato; da
mezzanotte alle 2:00, il DJ dava vita alle danze su di una pista rettangolare in
parquet. Locale raffinato ed equilibrato, certamente non adatto agli inguaribili
del “Sabato Sera”, dove non era difficile incontrare il « grosso nome di
passaggio ».
PANTHEA (Milano)
Inizialmente si chiamava “Voom-Voom”, poi “7,40” (dalla mitica canzone di Lucio
Battisti), infine, divenne il Panthea. L'entrata, in una strada buia, come via
Carducci, si notava facilmente. Il locale era diviso in due grandi sale
rettangolari, una con poltroncine in raso rosso, tavolini e il bar
dall'architettura decadente; l'altra, due gradini più in basso, ospitava la
pista da ballo (né di parquet né d'acciaio, ma era un orrendo mosaico
raffigurante una donna nuda) attorniata da altre poltroncine, e la postazione
del DJ. Il volume della musica risultava molto alto ed insieme al pregevole
impianto luci (2 strobo, molte luci intermittenti bianche, bolla (sfera)
centrale a specchi illuminata da farciti colorati) riusciva facilmente a
soddisfare il giovane pubblico (18/25 anni), ragazzi di tutti i tipi, il cui
unico denominatore comune sembrava essere il desiderio di ballare
forsennatamente e magari, con una punta di narcisismo, darsi contemporaneamente
un'occhiata negli enormi specchi. Ci si poteva vestire in ogni maniera, bastava
non essere troppo drappeggiati, quando la pista e le sale era stracolme di gente
perché, il caldo diveniva asfissiante. Questo locale, in tanti anni d'attività,
rimase sempre immutato nella decadente struttura architettonica, mentre seppe
rinnovarsi in quello che necessitava ad una buona discoteca: la componente più
squisitamente tecnica (hi-fi e luci).
BIBERON (Milano)
Inaugurato alla fine degli anni ’60, fu una delle discoteche più note, anche
perché facilmente raggiungibile da fuori Milano. Insegna luminosa, ed
oltrepassata la porta di vetro e ferro battuto, la biglietteria. Il locale si
componeva di tre sale: nella prima, per quanto fosse piccola e sprovvista
dell'impianto luci, era possibile ballare; le altre due, costruite su piani
paralleli erano invece provviste di ampie piste da ballo e di identico impianto
luci/hi-fi. Per accedere alla prima vera pista, contornata da grandi specchi e
da divanetti in velluto, bisognava costeggiare il bancone del bar e la
postazione del DJ (l'impianto Hi-Fi non era dei migliori, mancava, ad esempio,
il compressore) dopodiché si potevano muovere i piedi sulle piastrelle marroni,
il colore dominante che contrastava con il bianco delle pareti. Le luci erano
bianche, integrate, però, anche tre sfere di specchi che, illuminate da farciti
colorati, creavano suggestivi effetti di luce. La «colonna sonora» era composta
da brani molto conosciuti e poco impegnativi (sia lenti che veloci), la musica
veniva irradiata dalle casse acustiche ad un volume abbastanza basso. La sala
superiore si mostrava simile a quella già descritta, cambiavano solo gli
specchi, fatti a mosaico come le bolle rotanti. Le consumazioni si potevano
ordinare ai numerosi camerieri girovaganti per le sale. I frequentatori non si
presentavano molto belli o eccessivamente curati nel look: vi erano molte
coppiette con un’età media superiore ai 25 anni.
Continua


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