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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO: PROFETA DEL NO MIX. David Mancuso non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  THE BEST DISCO IN TOWN. LE (DISCOTECHE ITALIANE)

NEPENTHA (Milano)
Il Nepentha fu inaugurato l’11 settembre del '69 ed è sempre stato uno dei locali più raffinati e apprezzati della città. L'ingresso, nella centralissima piazza Diaz, facilmente individuabile perché accanto all'impalcatura «stellata » che nascondeva i resti di un american bar bruciato durante una manifestazione, era veramente piacevole. Sul portone blu troneggiava il simbolo bianco del locale e appena entrati, prima di scendere le classiche scale, una sobria composizione floreale « sottovetro » e appeso al muro un quadretto su cui venivano segnate le consumazioni. La moquette delle scale era di color blu mentre quella del locale era verde bottiglia, un brutale accostamento, giustificato dalla fretta di rendere agibile nel più breve tempo possibile il locale, dopo i danni causati dall'incendio dell'adiacente bar. Sulla destra, seminascosto, il guardaroba mentre di fronte la zona bar e i tavolini. Le pareti apparivano ricoperte da una strana tappezzeria su cui erano stati applicati alberelli dalle foglie dorate, tra cui spuntavano «inquietanti» occhietti di vetro colorato; il soffitto blu scuro si mostrava frastagliato da stelle luminose: l'immagine d'insieme del locale era comunque positiva. Chi arrivava prima della mezzanotte, si trovava immerso in un ambiente rilassato; da mezzanotte alle 2:00, il DJ dava vita alle danze su di una pista rettangolare in parquet. Locale raffinato ed equilibrato, certamente non adatto agli inguaribili del “Sabato Sera”, dove non era difficile incontrare il « grosso nome di passaggio ».

PANTHEA (Milano)
Inizialmente si chiamava “Voom-Voom”, poi “7,40” (dalla mitica canzone di Lucio Battisti), infine, divenne il Panthea. L'entrata, in una strada buia, come via Carducci, si notava facilmente. Il locale era diviso in due grandi sale rettangolari, una con poltroncine in raso rosso, tavolini e il bar dall'architettura decadente; l'altra, due gradini più in basso, ospitava la pista da ballo (né di parquet né d'acciaio, ma era un orrendo mosaico raffigurante una donna nuda) attorniata da altre poltroncine, e la postazione del DJ. Il volume della musica risultava molto alto ed insieme al pregevole impianto luci (2 strobo, molte luci intermittenti bianche, bolla (sfera) centrale a specchi illuminata da farciti colorati) riusciva facilmente a soddisfare il giovane pubblico (18/25 anni), ragazzi di tutti i tipi, il cui unico denominatore comune sembrava essere il desiderio di ballare forsennatamente e magari, con una punta di narcisismo, darsi contemporaneamente un'occhiata negli enormi specchi. Ci si poteva vestire in ogni maniera, bastava non essere troppo drappeggiati, quando la pista e le sale era stracolme di gente perché, il caldo diveniva asfissiante. Questo locale, in tanti anni d'attività, rimase sempre immutato nella decadente struttura architettonica, mentre seppe rinnovarsi in quello che necessitava ad una buona discoteca: la componente più squisitamente tecnica (hi-fi e luci).

BIBERON (Milano)
Inaugurato alla fine degli anni ’60, fu una delle discoteche più note, anche perché facilmente raggiungibile da fuori Milano. Insegna luminosa, ed oltrepassata la porta di vetro e ferro battuto, la biglietteria. Il locale si componeva di tre sale: nella prima, per quanto fosse piccola e sprovvista dell'impianto luci, era possibile ballare; le altre due, costruite su piani paralleli erano invece provviste di ampie piste da ballo e di identico impianto luci/hi-fi. Per accedere alla prima vera pista, contornata da grandi specchi e da divanetti in velluto, bisognava costeggiare il bancone del bar e la postazione del DJ (l'impianto Hi-Fi non era dei migliori, mancava, ad esempio, il compressore) dopodiché si potevano muovere i piedi sulle piastrelle marroni, il colore dominante che contrastava con il bianco delle pareti. Le luci erano bianche, integrate, però, anche tre sfere di specchi che, illuminate da farciti colorati, creavano suggestivi effetti di luce. La «colonna sonora» era composta da brani molto conosciuti e poco impegnativi (sia lenti che veloci), la musica veniva irradiata dalle casse acustiche ad un volume abbastanza basso. La sala superiore si mostrava simile a quella già descritta, cambiavano solo gli specchi, fatti a mosaico come le bolle rotanti. Le consumazioni si potevano ordinare ai numerosi camerieri girovaganti per le sale. I frequentatori non si presentavano molto belli o eccessivamente curati nel look: vi erano molte coppiette con un’età media superiore ai 25 anni.

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