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DISCOTECHE:
TRA LA VIA EMILIA E LAS VEGAS
Erano gli anni '70 e
chiunque si trovasse a viaggiare lungo le pianure emiliane, puntando verso la
riviera, s'imbatteva, con una certa frequenza, in una miriade di costruzioni
davvero particolare. In effetti, scendendo lungo la via Emilia, fra Parma e
Bologna, disseminate nella campagna, lontane dai centri abitati, si
incontravano, ogni pochi chilometri, grossi edifici anomali rispetto ad ogni
tipologia corrente, e che proprio lo scarto dalla norma rivelava come balere o
discoteche. Cupole troppo vistose per essere rifugi antiatomici, moschee senza
minareto, tendoni da circo di zinco o cemento, capannoni prefabbricati con solo
qualche oblò di troppo, una certa indulgenza nei colori e un nome disinvolto li
distinguevano da una qualsiasi fabbrica Salvarani o Scic a fortilizio
sull'autostrada. I nomi appunto: un impasto giocoso di anglo-padano con tendenza
all'interazione ritmica: Pira Pira, Taro Taro, Scacco Matto, Pick Pack,
Puntacapo, Picchio Rosso, Marabù, Bakara, e via, solfeggiando fra il bambinesco
e il vizioso. Le gazzette locali di Parma, Modena e Reggio mostravano pagine
piene dei programmi di questi locali, e sulle strade una segnaletica perentoria,
nello stile pop rivisto da un naif di Suzzarra, avverteva che il luogo era
prossimo ad essere raggiunto. Anche qui, alta sopra un crocicchio, una
Barbarella gigantesca centra nel faro di luce del suo sguardo la sagoma del
locale che prometteva « future sound ». La proiezione verso dimensioni
futuristiche era il dato comune al fenomeno delle grandi discoteche, esplose in
quegli anni in tutta Europa, ma che vide subito l'Italia in testa, con una
quarantina di locali nel Veneto, altrettanti in Piemonte e Lombardia, circa
cinquanta nell'Emilia Romagna, ed alcuni mega-locali anche nella verde Umbria,
in Puglia e Sicilia. Ma era solo lì, in una fascia che andava da Parma a Reggio
che il processo ricevette una legittimazione territoriale e storica, insieme ad
una vistosa integrazione con il substrato culturale autoctono. Proprio, nella
terra dei comunisti padani (con il 50% dei voti), tutti i bei programmi di
decentramento culturale, di recupero della creatività popolare, di educazione
delle masse, vennero scompaginati dal grande business del liscio e della Disco,
un fenomeno così radicato nell'humus della terra. Che non fosse il folk della
filologia ma, come si conveniva ad una regione dall'economia sapientemente
articolata fra agricoltura e media industria, con reddito medio tra i più alti e
distribuiti d'Italia, era la cultura della canzonetta, nata sull'aia, consacrata
a Sanremo e diffusa dappertutto come cultura di mass-media. Questa era la
Nashville della Val Padana, Stesso country falso d'annata, stessi gusti, stessi
consumi, stessi riti, stessi miti. Solo che in quegli anni sembrava una
Nashville che guardava a Las Vegas. All'inizio c’erano le balere di paese,
qualche sala nelle “Case del Popolo” e qualche cinema parrocchiale deserto e,
presto, trasformato, per ragioni di concorrenza, in “propaganda fide”. Ma verso
il '68, qualcuno tentò l'impresa in proprio, con un occhio ai tempi e l'altro al
registratore di cassa. Ci fu un milanese, l'ingegner Bini, che importò
dall'America un sistema di costruzione rapido e di poca spesa: si trattava di
una tenso-struttura, che permetteva di gettare una cupola di cemento con sezione
a spicchio rastremato verso l'alto. L'interno era disponibile per qualunque
soluzione di arredo. Le prime cupole sorsero a Castel Bolognese e a Budrio ed
erano tre mammelloni ciechi di altezza diversa e raccordati fra loro da brevi
passaggi a tunnel. Gli elementi di base di tutte le future discoteche c’erano
già tutti, l'architettura “casual” e provvisoria, i materiali posticci
dell'arredo, cemento, plexiglass, luci al neon e spots colorati. Ma soprattutto
si affermò una tipologia formale, che prevedeva la costruzione di un ingresso a
tunnel, dal quale si sboccava a sorpresa nel grande spazio circolare centrale,
dove solitamente era stata sistemata la pista da ballo. Questo processo, quasi
simbolico, d'iniziazione alla liberazione, si applicava anche a strutture di
diversa ispirazione come capannoni, cui qualcuno si affidava nell'incertezza
dell'investimento, come ai più facilmente riciclabili in magazzini (il Due
Stelle di Reggiolo o il Piteco di Godo, ne furono un esempio). Ma a partire
dagli anni '70, la tendenza dominante sembrò essere quella della megadiscoteca,
dove il ballo liscio diventava ormai un numero di programma settimanale e dove
dominava la disco-music, accompagnata dal richiamo delle stars canore o da
attrazioni di vario genere. La concorrenza imponeva all'edificio una funzione
immediata di richiamo. Ma a parte le meraviglie esterne, per attirare clienti,
per il resto sembrava che nell'interno non si riuscisse ad uscire dai soliti
riferimenti obbligati: separés, colonne, il bancone del bar, plexiglass, il
lamierino al plafond, il vinilpelle che rivestiva la lussuosa e rassicurante
imbottitura del bar. Solo la terza generazione delle grandi discoteche roppe lo
schema consolidato. Per il Marabù di Reggio Emilia, che fu l'unico a possedere
un grande palcoscenico, e per il Picchio Rosso di Formiggine, il progettista,
l'ingegnere Silverio Lelli, ed i proprietari andarono a curiosare a Las Vegas.
Nello spazio interno articolato su tre livelli, i segnali luminosi fissi e
intermittenti si erano moltiplicati, ed era cresciuta l'atmosfera da “futureland
disneyana”: laser traccianti ad illuminare il corrimano di plexiglass, scalinate
e percorsi luminosi, strobo, scritte alle pareti con colori cangianti et similia.
A quei tempi, le battaglie si vincevano sulle novità e soprattutto sul
gigantismo, compreso il gigantismo degli affari.
DATI RELATIVI AI LOCALI
PIU' IN VOGA
Ca' del Liscio-Ravenna, gruppo B.D.N., 1977, 3000 posti.
Picchio Rosso, Formiggine (Reggio Emilia), 1975-76, 1200 posti.
Tartuga, S. Paolo d'Enza (Reggio Emilia), 1971, 1000 posti.
Due Stelle, Reggiolo (Reggio Emilia), 1966, 1800 posti.
Puntacapo, Budrio (Bologna), 1972, 900 posti.
Le Cupole, Castelbolognese (Ravenna), 1972, 1100 posti.
Bakara, Lugo di Romagna, 1973, 1200 posti.
501, Gualtieri, (Reggio Emilia), 1972, 1200 posti.
Marabù, Reggio Emilia, 1976-77, 1900 posti.
Diedron, Oscasale (Cremona), 1975, 1500 posti.
La Mecca, Medicina (Bologna), 1975, 900 posti.
Picchio Verde, Carpi (Modena), 1968, 1000 posti.
Il Sesamo, S. Ilario (Reggio Emilia), 1972, 700 posti.
LA BAIA DEGLI ANGELI (Gabicce)
A cavallo tra il 1975/75 aprì i battenti la Baia degli Angeli. Situata sulla
collina di Gabicce Monte, la discoteca possedeva degli inediti e futuristici
effetti luce, l'arredamento era completamente bianco, mentre la cabina del DJ
appariva come un ascensore, che. dalla pista interna. saliva fino a trovarsi
affacciata su quella esterna, quest’ultima adiacente ad una grande piscina. Al
suo interno era possibile fare shopping in un esclusivo negozio di abbigliamento
“Happy Fashion”, mentre le foto di Marylin Monroe campeggiavano, ovunque, in
ogni angolo del locale. La fama della Baia venne incrementata dalla presenza di
Bob Day, DJ americano, a cui, presto, si affiancò anche Bom Sison: i due,
dichiaratamente gay, oltre a condividere la passione per la buona musica,
divennero anche compagni nella vita. Il duo "Bob e Tom" si producevano in
performance, decisamente avant-gard per il periodo: look eccentrico,
caratterizzato da attillate salopette e dischi rigorosamente importati dagli
States con particolare predilezione per il Philly-Sound. In genere, riuscivano a
suonare, con molte settimane d’anticipo, quelli sarebbero diventati i successi
dei mesi successivi: il vantaggio di avere un legame diretto con gli USA. La
Baia degli Angeli fu anche il primo locale a dilatare i tempi di durata della
nottata, chiudendo alle 6.00 del mattino: in poco tempo, la sua fama si sparse a
macchia d’olio presso tutti i discotecari d’Italia, che a torme vi giungevano da
ogni contrada come i pellegrini verso un santuario. Nel 1977, Bob e Tom
lasciarono la consolle della Baia e questo fu il primo passo verso il declino: i
più modesti DJs italiani subentranti diedero una svolta grossolana al genere
musicale, mutando i connati del locale, che cominciò ad essere frequentato da
gente più propensa allo sballo che all’happening. Quell’improbabile miscela di
pseudo-funk e di elettro-afro allucinata, inevitabilmente, indusse a forme di
divertimento più estreme. Nel 1979, la Baia degli Angeli venne chiusa per
vicende legate allo spaccio di sostanze stupefacenti.
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BEST DISCO IN TOWN: DISCOTECHE ITALIANE
THE
BEST DISCO IN TOWN: DISCOTECHE AMERICANE
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