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MA
I VILLAGE PEOPLE ERANO DAVVERO UN GRUPPO GAY?
Intorno al 1978, la Salsoul possedeva
un’identità marcata ed una forte credibilità presso gli addetti ai lavori, ma la
TK disponeva di una varietà dì musica (forse, anche di artisti veri) più ampia.
In realtà, le varie etichette nate sull’onda lunga della disco-music possedevano
larghe quote di mercato a differenza delle multinazionali, che stentavano a
trovare il grimaldello per aprirsi una porta scorrevole sul nuovo mercato. I
primi a mostrare una certa sensibilità verso il fenomeno furono quelli della
Warner Bros. L’idea vincente fu quella di commissionare a Jim Burgess la
produzione di un remix sul dodici pollici di “Da Ya Think l'm Sexy" di Rod
Stewart. Nel giro di poche settimane il rocker si ritrovò a celebrare il singolo
più venduto della sua carriera. Finta o vera, la fortunata conversione del
biondo Stewart alla dance, divenne un’affare milionario, accovacciandosi sulla
cruna delle classifiche di mezzo mondo. “Stiamo per discotizzare tutta la
Warner," - dissero alcuni discografici al New York Times - "Saremo aggressivi.
Se ci sono canzoni ripetitive o senza senso, non saranno le nostre. Non si può
entrare in un mercato con queste potenzialità, e non essere ottimisti." La
trasformazione di Stewart, diventato roba da club, riuscì a far vibrare le corde
più nascoste dei dirigenti Warner. " Il dance-mìx di Burgess aveva reso quella
grande organizzazione discografica solo più contemporanea." Tuttavia, se era
vero che i sostenitori del rock venissero di fatto messi da parte nella guerra
di propaganda, in effetti, la disco stava opportunamente fornendo nuove basi
d'appoggio all’industria del vinile e, in particolare, ad un genere (il rock) in
difficoltà e, comunque, non disposto a rinunciare alla propria ideologia.
Stewart poteva pure ancheggiare ad un ritmo diverso, ma il messaggio non
cambiava. "Non preoccupatevi," – sembrava dire - "Sono ancora biondo, etero,
autentico, virile, promiscuo ed irresistibile. E' solo che se volete venire a
strofinarvi con me, dovete venire nel mio nuovo luogo di seduzione: la
discoteca." La contemporanea pubblicazione di "YMCA" dei Village People,
dimostrò che la tendenza era un’altra e che la disco non aveva bisogno di
assumere l'ingessata e “mascolina” postura del rock, per essere accettata come
musica per eterosessuali. La collezione di baffuti e coreografici fustacci di
Jaques Morali era il massimo del gay che un gruppo disco potesse rappresentare
e, qualora il messaggio visivo non fosse palese, sia il nome del gruppo che i
testi delle canzoni facevano riferimento a istituzioni e ambienti a lungo
associati con le opportunità omosessuali: l'YMCA era un posto dove "potevi
spassartela con tutti i ragazzi." Solo che, per quello che riguarda "YMCA," gli
stessi ragazzi non è che ne fossero così interessati, visto che le discoteche
gay di New York in genere ignorarono il pezzo, proprio come avevano già fatto
con l'ultimo album dei Village People. “Macho Man” non funzionava nei club gay,
ma in quelli regolari: i Village People erano il primo gruppo di “frontiera” tra
gay e etero, con un'immagine gay ed un seguito cresciuto nelle discoteche etero.
La cosa buffa è che gli etero non credevano che il gruppo fosse veramente gay.
Erano amati in posti come Las Vegas, ed in quegli appiccicosi locali da
cena-spettacolo tipici dei centri commerciali del Midwest. Probabilmente, la
gente voleva proteggere la propria identità ad ogni costo e, fino alla fine,
fece finta che fosse tutta una messinscena. L'opinione che i Village People
stessero semplicemente interpretando una mascherata non era completamente
infondata. Willis, il cantante principale, era eterosessuale, e per tutti quelli
che non coglievano i riferimenti delle canzoni, Morali ed il suo giocondo ed
etereo gruppo diventarono sempre più riluttanti ad esplicitare una certa
condizione. "Ognuno, nel gruppo, ci trova quello che vuole!" - spiegò Morali, a Newsweek - "Io provo sinceramente a fare canzoni che aiutino i gay ad essere più
accettati. Ma una canzone non può cambiare il mondo. E nemmeno puoi spaventare
il pubblico, così all'improvviso. Non voglio mica seppellire il mio successo!"
La fama aveva cambiato i Village People che, dopo essere decollati nelle
discoteche gay, avevano messo da una parte, mano a mano che finivano sotto i
riflettori, il rischioso soggetto dell'identità sessuale. "Alla stampa gay dico
che sono omosessuale," - disse Felipe Rose - "Se me lo chiede la stampa etero,
dico di farsi gli affari loro o anche i cazzi loro, a seconda di come me lo
chiedono. Non capisco perché la gente crede che siamo sfacciatamente gay, visto
che non l'abbiamo mai messa in quel modo. Quelli che vivono nel resto degli
Stati Uniti, l'America media, quelli ancora neanche lo sanno." Naturalmente i Village People erano apertamente gay, ma la Casablanca calcolò che i consumatori
etero non volessero saperlo, e fossero perfettamente in grado di fingere di non
saperlo – una sorta di "segreto aperto," che rappresenta "una reminescenza del
rinnegamento freudiano" in quanto "sappiamo benissimo che il segreto è
conosciuto da tutti, ma ciononostante dobbiamo persistere, per quanto
scioccamente, a custodirlo." La conseguenza ed il risultato delle strategie di
Morali e soci fu un gruppo disco (una vera macchina mangiasoldi), che se ne
stava al confine tra "dentro e fuori," una forza potenzialmente sovversiva che,
in fondo, si era data i propri limiti. Questo stato di cose andava bene al
centro di potere eterosessuale, che perpetuava felicemente il “segreto aperto”
allo scopo di mantenere la sua posizione di controllo - l'omosessualità non
dilagava – mentre, contemporaneamente, teneva uno sguardo punitivo su una
istituzione che sapeva essere gay - vi teniamo d'occhio, è meglio che vi
comportiate bene. Gli etero non vedevano la cultura gay, al massimo intuivano
ciò che essa produceva, ossia degli stili puramente estetici. Un certo numero di
persone sottoposte al test di un frammento del film di “Thank God It's Friday”,
in cui sullo sfondo si intravedevano due uomini danzare insieme e sniffare
nitrato d'amile, ebbero reazioni differenti a secondo dell’inclinazione
sessuale: non un solo eterosessuale li aveva notati, nemmeno dopo aver visto lo
spezzone due o tre volte, al contrario, i gay li avevano visti subito. Alcuni di
loro videro anche la disco cambiare, forse in modo irreversibile, annoiati da
una certa deriva del fenomeno verso le sponde del prevedibile. In un articolo di
condanna, pubblicato nell'edizione di fine anno (1978) del New York, si
lamentava la "terribile uniformità di ritmo e stile, giunta a dominare la musica
disco," prima di concludere che "quella roba veloce, monotona, meccanica e
superficiale che veniva prodotta per il mercato di massa" era "anni luce lontana
dalla vecchia, oscura disco, che non sapeva di essere disco, ed era
semplicemente musica suonata in una stanza dove ci si ritrovava per ballare. La
disco-music in ascesa commerciale, ma in discesa qualitativa era diventata
artificiale, stilizzata, disimpegnata e apolitica, enfatizzando il suono, la
sensualità superficiale e lo stile, a spese dei contenuti. Forse i gay
rappresentava la vera "avanguardia” e la loro posizione dominante nella disco,
indicava che un giorno l'America avrebbe dovuto rendersi conto che i Village
People significarono qualcosa di più di un semplice divertimento fatto di abiti
eccentrici. Il gusto "in" di una minoranza, si era trasformato nel codice
estetico dominante e commercializzato, senza che nessuno fosse stato troppo
tempo a pensare da dove fossero uscite tutte quelle dive nere, i maschiacci, i
ritmi martellanti e le chitarre romantiche. In fondo, la disco ha rappresentato
il riscatto di alcune minoranze: neri, omosessuali, italo-americani e out-siders
di ogni fatta. Una vera rivoluzione, troppo inconsapevole, poiché priva di
ideologie, una rivoluzione finalizzata al divertimento, tesa non a cambiare il
sistema, ma a farsi fagocitare dal sistema stesso, fino a soccombere.


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