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E LA DISCO MUSIC DIVENNE TECHNO…VENT'ANNI PRIMA!
La musica techno, (da intendersi come un primo
tentativo di ottenere musica, magari ballabile, attraverso l’utilizzo dei
primi sintetizzatori), aveva guadagnato terreno in Europa, particolarmente in
Germania con i Kaftewerk, i cui dischi, pur avendo una marcata componente rock,
venivano suonati in discoteca, anche degli esigentissimi DJs della “Grande
Mela”: alcuni di essi, utilizzando due copie dello stesso brano, si divertivano
a mixarli all’infinito, creando delle lunghe ed interminabili suite. Nel 1977,
l’arrivo del disco di Donna Summer “I Remember Yesterday”, per decenni album di
riferimento della dance-sintetica, provocò un vero e proprio terremoto, segnando
una linea netta di demarcazione tra la disco americana di matrice R’n’B e l’eurodisco,
oramai proiettata verso la sperimentazione. II titolo del brano-guida era un
motivo di lampante ispirazione nostalgica, una specie di techno-charleston
sostenuto da un tappeto sonoro corposo ed aperto ad improbabili contaminazioni
pop-elettroniche, mentre l'LP, nel suo insieme, sembrava volesse rappresentare
l’avvio verso la maturità di una ssensuale starlet, usa e getta, pronta a
mutarsi in un artista più completa, quasi dimentica del suo recente passato (la
scena disco che l’aveva fatta conoscere, grazie ai suoi sospirosi e sdolcinati
afflati orgasmici). I DJs di Manhattan, punto di riferimento per gli addetti ai
lavoro di tutto il mondo e rodati maestri del mixaggio avvezzi al classico
quattro quarti “funkoide” con ritmiche più dilatate e con breaks studiati ad hoc
per favorire il passaggio da un disco all’altro, quando ascoltarono l'album
furono sul punto di rinunciare alla loro diva oramai proiettata versa una
dimensione non più congeniale a quelli che erano i parametri dell’allora
imperante club-culture. In realtà, tra atmosfere finto-musical, “Love’s Unkind”,
e terzinati saltellanti, “Back in love again”, sembrava davvero che Donna Summer
volesse mandare in fumo la sua giovane carriera di reginetta delle dance-floors.
In realtà, il disco, nell’insieme, possedeva un ottimo gradiente di ballabilità,
ma si discostava troppo dallo standard del periodo come Philly-Sound e Miami
Sound, distante anni luci dallo stile Atlantic, Salsoul o Prelude. Nel
microsolco della Summer c’erano tutti i prodromi di quella che sarebbe stata la
disco di marca europea: una variegata pattumiera compattante di suoni
indistinti, in cui gettare di tutto al fine di ottenere qualcosa di “vendibile”.
Giorgio Moroder, sopraffino artefice delle fortune della versatile Donna Summer,
come egli stesso, avrà modo di spiegare più avanti, si considerava “un
produttore di dischi commerciali”. Ritenere che egli fosse un dance-maker, pur
essendolo stato per un certo periodo, sarebbe un errore di valutazione ed una
forte limitazione dello spettro creativo di un alchimista sonoro di ben altra
caratura. Moroder, non era un produttore puro, come ad esempio, Patrick Adams,
Norman Harris, Vincent Montana, Cerrone, Alec R. Costandinos, Gregg Diamond o Tom Moulton, ma semplicemente uno
sperimentatore affascinato dalle novità e dalle evoluzioni delle musica in ogni
sua sfaccettatura. Fu proprio questo suo distintivo elemento di eclettica
genialità, che salvò la carriera della Summer, rendendolo ancora più “bello di
fama e di ventura”. Infatti, 1'ultimo brano del lato B di “I Remember Yestarday”,
possedeva qualcosa di speciale: grazie alla brillante combinazione tra un
vibrante sintetizzatore e l'estasiante ed onirica voce della Summer, "I Feel
Love" non era paragonabile a nessuna delle altre tracce presenti nell’album.
Dopo averlo ascoltato, molti DJs dovettero ricredersi: il ritmo intenso e
coinvolgente, con gli effetti del sintetizzatore particolarmente aggressivi e
carichi di emozioni, esplose nei clubs di mezzo mondo in tutto il suo innovativo
fascino, eguagliando e superando, nel tempo, il successo di "Love to Love You
Baby". Moroder aveva iniziato a sperimentare il sintetizzatore diversi anni
prima, incuriosito dalle apparenti innumerevoli possibilità dei suoni che ne
scaturivano. Egli stesso racconta: "Avevo utilizzato un grande e vecchio Moog
per registrare 'Son of My Father. Lo avevo preso in prestito da un compositore
classico a Monaco. Credo che avesse il secondo ed unico Moog. II periodo di
prova duro poco. Lo avevo utilizzato per ottenere dei suoni truccati agli inizi
degli anni settanta, ma poi ci avevo rinunciato, perchè la risposta del pubblico
non era stata quella sperata ed io ero pur sempre sia un compositore, ma anche
un produttore commerciale." Moroder, forse perché sospinto da uno strano
presentimento, utilizzò ancora il Moog per la registrazione di "I Feel Love" nel
suo studio di registrazione Musicland di Monaco. Ecco le sue parole: "Volevo
concludere con una canzone ultramoderna e avevo deciso di realizzarla con un sintetizztore." Rompendo con la prassi ed eludendo talune regole, egli aveva
composto l’accompagnamento prima della melodia, sviluppando una linea di basso
che, a causa dei limiti tecnici del Moog, comprendeva una breve sequenza di
note. Giorgo riferisce: "Era molto difficile lavorare perchè gli oscillatori non
avevano un quarzo per mantenere costante la frequenza e, così, era sempre fuori
tono." A questo punto l’imprevedibile Moroder introdusse un grado di
variabilità, alterando la chiave ad intervalli regolari, tuttavia trovare un
suono sintetizzato che assomigliasse alla batteria fu possibile solo in parte.
La sua spiegazione è assai eloquente: "Riuscimmo a riprodurre il suono di un
rullante e di un Charleston, ma non eravamo riusciti ad ottenere una bella cassa
potente, abbastanza efficace. Alla fine avevamo ottenuto solo un doppione." Per
uno strano gioco del destino, la melodia di Moroder acquisì una spaventosa
risonanza fuori chiave, quando Donna Summer, giocando su una tecnica vocale
vicina al gospel, si adatto con estrema versatilità alle strutture sintetizzate
della registrazione. Ciò dovrebbe far comprendere al mondo la cifra, non tanto
della bravura dei protagonisti, ma della loro abilità nella sperimentazione: "A
volte Donna faceva delle cose pazze solo per divertimento. Il più delle volte
non ci facevamo caso, ma il modo in cui cantava “I Feel Love” andava benissimo."
Alla fine Moroder decise di raddoppiare la linea dei bassi con un leggero
ritardo al fine di ottenere un effetto più pieno. Il risultato non raggiunse,
però, la perfezione: il ritardo veniva percepito dall'orecchio e le linee del
basso erano divise tra il canale destro e quello sinistro. Rammenta lo stesso
Moroder: "Se stavi ballando in una discoteca vicino all'altoparlante di sinistra
andava bene, perchè sentivi il suono basso, ma se eri vicino a quello di destra,
sentivi solo la pausa. Ricordo che Donna, di ritorno da un club, mi disse che
forse c’era qualcosa che non andava bene nella registrazione, ma la
tranquillizzai dicendole che sapevo che cosa ci fosse di sbagliato, tuttavia,
andava abbastanza bene." In realtà andò benissimo: “I Feel Love” costituì un
precedente: a tutt’oggi rimane il caposaldo, il punto di riferimento degli
cultori della dance-techno-elettronica. Molti maghi dell’elettronica si
cimenteranno nel tempo con versioni “remix” di questo brano. Alcune di dubbio
gusto rispetto all’originale, che possedeva il fascino improvvisato della
semi-artigianalità. Fare cose del genere con le odierne nuove tecnologie
informatiche sarebbe un gioco da ragazzi. Vale la pene ricordare, comunque, la
roboante versione dell'indimenticabile Patick Cowley, maestro d'armi nella
guerra dei suoni cibernetici. Gloria Gaynor era stata, per primogenitura,
l'indiscussa
regina delle discoteche, ma Donna Summer, unendo la propria versatilità vocale
alla pionieristica tecnologia di Moroder, divenne la prima principessa, per
diritto dinastico, della
cyborg.-dance. Ancora una volta la Dea Bendata aveva baciato sulla bocca il
tandem Summer-Moroder, proprio come quando, un paio d'anni prima, Giorgio aveva
lasciato sulla scrivania di Neil Bogart della Casablanca l'acetato con
l'incisione di "Love to Love You Baby", il resto è storia.


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