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MUSICA PER ORGANI CALDI: E VENNE LA “DISCO”…SESSO, (S)BALLO E SUDORE!
Le forme dell'emozione voluttuosa avevano
rivelato una connessione, segreta e insieme tragica, con il fenomeno
antropomorfo dell’'economia e degli scambi, dove il mediatore non era più il
“divino”, la rock-star, ma l’industria del “consumo voluttuario”. Il rock delle
proteste recitava: “Make Love, Not War”, “fate l’amore , non la guerra”.
L’amore, dunque il sesso, inteso come antitesi, contrapposto a, al posto di,
mentre la “disco” sembrava lusingare il mondo intero con l’assioma: “Sesso è
bello, perché sesso è ballo!” Mentre le rughe del rock segnavano la fronte dei
principali alfieri d’un tempo, le discoteche, con i propri miti a presa rapida,
cominciarono a proporre dei veri e propri happening collettivi, dove la regola
imperante potrebbe essere così sintetizzata: “Vieni e divertiti. Per essere dei
nostri non devi essere arrabbiato con nessuno. Per essere felici non c’è bisogno
di cambiare il mondo, perché è bello già così com’è. Buttati in pista, lasciati
andare….la musica farà il resto!”. La cultura pop, legato al rock della
contestazione era andata a vuoto, forse perché aveva tentato la carta della
grande illusione. L’aver fatto credere (o istigato a credere) a milioni di
giovani, ingenui e sognatori, che facendosi di sesso, di sostanze e di chimere,
li avrebbe trasportati nell’utopia di un mondo migliore, fu una delle più grandi
truffe sociali di tutti i tempi ad opera di artisti e discografici senza
scrupoli. Il risveglio per tutti, molti non si sono mai svegliati (suicidi,
morti per overdose e poi l’AIDS) si concretizzò in un gran mal di testa
collettivo. Quasi tutte le rock-stars, quelle ancora vive o, purtroppo,
trapassate, erano, all’epoca, consapevoli di recitare una parte. Alcuni hanno
pagato di persona e con la vita, l’aver voluto eccedere col sesso o le droghe,
altri hanno invece continuato a fingere, vivendo nel lusso e da conformisti in
quel mondo che dicevano di voler cambiare, ma che non avrebbero mai cambiato per
nulla e per nessuno. Alcuni di essi, si rifugiarono nei “templi dell’effimero”
per chiedere al mondo, se li trovasse ancora sexy o meno. Il 1978, Rod Stewart
approdò, felicemente pentito e miliardario, in discoteca, urlando: “Da Ya Think,
I’m sexy?” David Bowie, che nei primi anni ’80 ebbe un forte rilancio in
discoteca, grazie alle alchimie sonore degli Chic, non tardò a rivedere le sue
posizioni: “In realtà non sono quello che sembro. Sono un attore, non un
omosessuale o un bisessuale. Recito una parte, uso frammenti di me stesso.” Non
era lui quello che aveva gridato al mondo intero: “Ho conosciuto mia moglie,
perché andavamo a letto con lo stesso uomo!” Che dire di Pete Townshed, leader
degli Who, che in “My Generation” cantava: “Voglio morire, prima di diventare
vecchio…” Molti gli hanno creduto e forse l’hanno preso in parola, ma lui è
ancora vivo e vegeto, nelle sembianze di un attempato signore, che, ogni tanto,
trasgredisce solo per eccesso di velocità con l’auto o per qualche rissosa
sbronza al fast-food sotto casa. I miti dell’eterno “sogno americano”, quali
James Dean e Marion Brando, che si erano ricoperti di torbido maquillage e
tramutati in Lou Reed, decadente sacerdote del vizio e della morte, finirono con
assumere le sembianze dei Bee Gees e dei Village People, mentre le stars del
cinema hollywoodiano della grande epoca (Marlene Dietrich, Luareen Bacall,
Marilyn Monroe, ecc.) risorgevano nelle sfavillanti vesti delle prorompenti
regine delle piste da ballo, Donna Summer, Gloria Gaynor. Mentre la disco era al
climax dello splendore, il Punk, sostenuto dal più imberbe nichilismo teso
all’autodistruzione, assestò uno dei colpi più duri al precaria tenuta della
musica rock, oramai sul viale della decadenza. Se da una parte Neil Young si
ostinava a cantare: “Hey hey, may may, rock’n’roll will never die (il rock non
morirà mai)…this the story of Johnny Rotten (leader dei Sex Pistols)”, proprio i
Sex Pistols, deridevano il Punk, prendendosi gioco di quanti c’avevano creduto,
con una pellicola finto-autocelebrativa dal titolo “The Great Rock’n’Roll
Swindle”, ossia “La più grande truffa del Rock”. In quei giorni la “disco”, dove
beltà splendea, si appropriava delle classifiche di tutto il mondo. A
prescindere dalla sociologia spicciola o dal fanatismo e dal settarismo di
sorta, sarebbe d’uopo una rivalutazione storica del fenomeno, basata su dati
economici reali: l’industria discografica, portata al collasso dal fallimento
del rock dei primi’70, nell’arco di tre anni, dal 1976 al 1979, raggiunse
traguardi di vendita, prima impensabili, consentendo a molti artisti rock di
vaglia di poter continuare ad incidere dischi e fare concerti. Un esempio su
tutti: grazie ai successi di Donna Summer, Neil Bogart della Casablanca poté
lanciare e far conoscere al mondo il fenomeno Kiss. Proprio la tanto deprecata
disco-music, che aveva fatto di ambiguità virtù, facendo leva sullo
pseudo-androginismo di Amanda Lear, trasformato ex-porno star, come Andrea True
Connection, in reginette delle piste da ballo, che aveva promesso e mantenuto
sesso facile con le pacchiane copertine dei Love & Kisses di Alec R. Costandinos,
esaltato la virilità del funk, nella prestanza sessuale dell’uomo di colore,
riuscì dove il rock aveva fallito: propugnare ed ottenere una libertà ed
un’uguaglianza sessuale, talvolta con eccessi negativi, ma senza alzare
barricate, distruggere il pre-esistente…e fare l’amore, solo per non fare la
guerra. A pensarci bene, proprio in quel “Disco Inferno”, per la prima volta,
Angeli e Diavoli, belli e brutti, bianchi e neri, etero e omo, trovarono il
coraggio di parlarsi, poiché tutti figli di uno stesso Dio: la musica. Del resto
gli stessi Trammps cantavano: “The Whole World Dancing”…il mondo intero sta
ballando….e, grazie a Dio, continua a farlo. La musica è sempre la stessa, quel
magico quattro quarti inventato da un geniale batterista di nome Earl Young, nel
1974, in un giorno non ben precisato, nel mitico Sigma Sound Studio di
Filadelfia.
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