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MUSICA PER ORGANI CALDI: E VENNE LA “DISCO”…SESSO, (S)BALLO E SUDORE!
Quando gli dei
calcavano le scene lo spettacolo raggiungeva l'apice dell'oscenità e mai, come
in quel momento, 1'uomo si affrancava dalla funzione naturale della
sessualità-biologia, legata alla sola perpetuazione della specie. Durante alcuni
concerti dei Beatles, le fans raggiungevano un grado di eccitazione, al punto da
toccare scene d’isterismo e di incontenibile delirio, fino a (s)venire; come
pure, nei primi anni della “disco”, le martellanti pulsazioni sonore del
metronomico quattro quarti, accompagnato dalle sensualità delle ugole nere,
inducevano chiunque ad una maggiore licenziosità sessuale o a consumare sesso
facile (con partners occasionali) come atto conclusivo di un inebriante rito
collettivo. Perfino “la casalinga di Voghera” avrebbe potuto comportarsi alla
stessa stregua delle matrone romane, le quali arrivavano a rinunciare ai
privilegi di casta, pur di poter recitare senza pena di sanzioni (la cosa era
loro proibita) nei ludi scenici, al fine di potersi abbandonare alla più
sfrenata dissolutezza. Che fossero i sospiri orgasmici di Donna Summer, o il
membro mostrato in pubblico da Jim Morrison, le movenze ambigue dei Village
People o Mick Jagger intento a dimenare l’anca fasciata di raso e la cintura
tesa verso il pubblico a mo’ di frusta, a prescindere dalle valenze artistiche
del personaggio in questione, l’intento nei confronti uditorio era sempre il
medesimo, ossia scatenarne estasi dei sensi. E’ proprio la musica, per quel suo
essere “arte invisibile” – come la definiva Duke Ellington” – espressione
volatile senza materia ad insinuarsi rapidamente, come un gas venefico, tra le
meningi del fruitore, pervadendone ogni piega dell’epidermide, complice la forza
prorompente dei watts o la presenza di un “divino officiante”. Svetonio,
Tertulliano, S. Agostino denunciavano, da pulpiti diversi le nefandezze che
venivano rappresentate in nome delle “divinità”. Catone il censore, con sapienza
politica, si limitava ad abbandonare, seguito da applausi, il teatro, quando si
accorgeva che la sua presenza imbarazzava ed infastidiva il pubblico. La musica
moderna, come le antiche rappresentazioni, qualsiasi spettacolo, atto teatrale o
immagine, che proponga una scena in cui consumare sesso, che non sia il recinto
familiare (in cui generalmente si è condannati al conformismo) non poteva che
essere temuta dallo “potere”, intesso come insieme di regole sociali o religiose
da osservare. La musica, o altre manifestazioni artistiche, trascinando fuori
dal ghetto familiare 1'economia degli scambi erotico-sessuali, raggiungeva
un’ampiezza incontenibile, al punto da innescare una vera e propria
contraddizione tra quello che poteva essere un atteggiamento spontaneo del divo
e ciò che era invece studiato a tavolino sul piano di un’evidente (sfrutt)abilità
e prevaricazione dell’elemento commerciale. Il divo, talvolta per contratto,
doveva esibire quel dispendio vistoso di energia, sudore e sesso, quel suo
essere “unicum”, un soggetto-oggetto di desiderio, che gli proveniva dal
successo, quindi dall’essere inarrivabile rispetto ad un comune mortale: al fan,
quattro metri più giù dal palcoscenico, era negata quella gratuità, ossia la
capacità di manifestare e di esibire senza limiti, che, invece, legava la star
ad una sorta di ordine divino di concezione assai terrena, fatto di sesso facile
da ottenere e da consumare, ma soprattutto di privilegi materiali: soldi a
palate, ville, bolidi e gioielli. Complice una generale aria di “contestazione”
e di povera uguaglianza finto-politically-correct, alla fine degli ’60, finito
il miraggio della società opulenta, certi beni materiali ed il loro accumulo
attraverso una ricchezza determinata dal successo, perdevano il valore di
attributi di prestigio da esibire per richiamare a sé il consenso delle masse,
essendo sfumato, con la speranza del loro possesso, anche il consenso sociale,
che li faceva apparire desideri obiettivi e perseguibili. La sfera
erotico-sessual-sentimentale, con tutto quel corollario di emozioni che ne
scaturivano, sembrò la strada maestra da percorrerete. In un’epoca in cui i
figli della ricca borghesia, si camuffavano da finti-straccioni, i feticci della
ricchezza avrebbero allontanato il pubblico, se fossero stati esibiti “sic et
sempliciter” con disinvoltura, come avevano fatto i divi del cinema e della
musica degli anni ’50 e dei primi anni ’60. La contestazione giovanile e la
crisi di certi valori tradizionali portavano all'ideologia dell'essenziale, al
realismo economico, foriero di un altrettanto pericoloso realismo politico,
poiché strumentalizzato da persuasori occulti, organizzatori di concerti e
discografici-vampiri con i canini insanguinati. Nulla fu mai più studiato a
tavolino dei grandi raduni concertistici, modello Woodstock, di fine ’60, inizio
’70, dove l’unica nota di spontaneità fu rappresentata dall’ingenuità delle
folle oceaniche che vi convenivano.
Continua

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