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MUSICA PER ORGANI CALDI: E VENNE LA “DISCO”…SESSO, (S)BALLO E SUDORE!
In qualunque manifestazione artistica, in
particolare la musica contemporanea, la componente erotico-sessuale, sovente, è
stata la rappresentazione estetica del fenomeno stesso: in talune circostanze ne
ha addirittura favorito il propagarsi, incrementato il successo o compensato le
carenze creative. Rock, Pop, Disco e Sex-Appeal hanno sempre avuto un legame
assai intimo. Per una migliore comprensione, diciamo che il “sex-appeal” si
riferisce alle persone, per le cose si preferisce solo “sexy”; in particolare,
le stars del pop prima e dalla disco-music poi, stelle sostenute dalla potenza
dei watts, fruite dal consumo giovanile, a partire dalla fine degli anni ’60,
hanno cominciato a manifestarsi come la versione aggiornata delle altre
“divinità effimere” di epoca cinematografica-hollywoodiana, circondate da
piscine a forma di cuore e lustrini, che avevano infiammato le fantasie erotiche
delle generazioni precedenti. Prima dell’avvento del Pop moderno – con tale
definizione s’intendano tutti quelle espressioni musicali che vanno dal Rock’n’Roll
anni ’50 fino alla più recente Street (Hip-Hop) e Club Culture ( Dance, o House)
– le canzoni, l’atto del cantare o una qualunque tipologia di “performance”
hanno sempre una stretta connessione con l’erotismo sia pure di superficie, ma
talvolta con una sessualità diretta od ambigua, ma decisamente dichiarata.
Volendo fare qualche esempio di facile comprensione “Urbis et Orbis”, andiamo
nei primi anni ’80, con la celeberrima “Relax” di Frankie Goes To Hollywood, che
recitava: “Relax…relax…if you wanna come…(Rilassati.. rilassati…se vuoi venire.
Di certo non a prendere un caffè.)”. Se facciamo mente locale alla vulcanica
“Sex Machine” di James Brown, scopriamo tutto il potenziale di una macchina
“nera” adusa a dispensare piaceri legati al sesso ed alle movenze corporee, in
netta contraddizione con il “perbenismo” bianco” di marca anglo-sassone, rigido,
bigotto ed ancora schiacciato nel “complesso del pene piccolo”. Nell’evoluzione
della black-music, il binomio ballo-sesso costituisce una forma di libertà
ante-litteram (o di territorio franco in cui esprimersi) anche sotto un profilo
“sociale”. Fu proprio il Rhytm’n’Blues a riversare tutta la sua carica
eroto-sessuale nel Rock degli anni ’50: le roteate pelviche di Elvis o i
saltelli indiavolati di Little Richard rappresentarono un atto di liberazione
dei freni inibitori: ancor prima della parola o del testo scritto, furono le
movenze del corpo a decantare le delizie de sesso. Nell’ambito della cultura pop
non esiste “divo” che non sia dotato di un marcato sex-appeal, sia che si tratti
di uno sfuggente Jim Morrison col la sua aria parigina da “poeta maudit” o di un
ruspante John Travolta, nei panni di Tony Manero, che celebra i fasti della
disco-music in una New York piena di smog, tra balli sfrenati e veloci amplessi
consumati sul sedile posteriore di auto lanciate verso il nulla. Per intenderci,
piccole o grandi stars, comunque, divi. Divo da divino, e non a caso furono
proprio gli dei i primi a calcare le scene, nati, del resto, come spazio della
rievocazione-rappresentazione sacra. Al tempo dell'adolescenza della società
occidentale, nel culto, specie quello delle divinità elleniche, etrusche o
romane, i “simulacri” fecero la loro prima apparizione ed insieme ad essi si
manifestò la determinazione sessuale delle divinità. Nei riti sacri, nei ludi
scenici gli dei, dapprima con statue, poi impersonati da attori, si
rappresentavano gli amori dissoluti dell'Olimpo. Sul piano della vita sessuale,
1'esperienza era ristretta alla funzione procreativa, ma la religione la integrò
all'esperienza stessa dell'universo. I riti liberavano l'atto dalla sua
monotonia e ne moltiplicano l’immagine. L'immagine, e forse ancor più
l’immaginario, cominciarono a liberare l'animalità dalla sua funzione biologica
e le aprirono una nuova sfera espressiva, ossia i ludi e le loro forme, che la
congiungevano, sia pur idealmente, alla segreta “licenziosità” dell'universo
divino. La musica contemporanea, in virtù di una naturale laicità, trovò
immediatamente un nesso con l’antichità pagana, dove le divinità olimpiche erano
impersonate dai divi della discografia mondiale, mentre i loro fans
rappresentavano torme di fedeli pronti all’adorazione nei nuovi templi
dell’esaltazione collettiva: arene per concerti o discoteche. In questi novelli
luogo di culto, certe pratiche dissolute potevano venir considerate, al
contempo, espressione del mondo liturgico e di quello teatrale, oscillando
continuamente tra la libera improvvisazione e la regola rituale.
Continua

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