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DISCO MUSIC: UN FENOMENO “SOCIALE”, SPESSO, SOTTOVALUTATO.
Al contrario, David Mancuso sembrava assai
diverso. Quasi timido, mentre l’essere stato un hippy gli aveva lasciato una
calma gentile. Quando, però, si trattava di musica, acquistava un fervore
mistico. A lui, alla sua ossessione per il suono (perfettamente riprodotto,
perfettamente recepito: nel giusto ambiente, nella giusta atmosfera), si deve un
altro luogo, un altro capostipite del “clubbing” moderno. The Loft, ossia, il
loft dove Mancuso viveva. Qui, a partire dal '70, iniziò ad organizzare party di
mezzanotte. Chi partecipa ai festini, lasciava un piccolo contributo in danaro,
ma questo non sminuiva la genuina ospitalità del posto, l'atmosfera avvolgente
come un amichevole abbraccio. L’intuizione fu semplice: creare un feeling
intimo, trasformarlo in sistema riproducibile ogni volta. Una scienza esatta del
party, algebricamente studiata: ospiti (un mix di gay e straight, uomini e
donne, bianchi e neri), drink, ambiente. E ovviamente musica. Lo spirito di
Mancuso era quello di un missionario. Se un disco gli piaceva si sentiva in
dovere di condividerlo con il resto del mondo. L'intera avventura non sembrò che
un contorno, un apparato invitante come la campana di un fiore, un gioco
raffinato per indurre gli ospiti a staccarsi dal mondo esterno, rilassarsi,
abbassare le difese, fino a raggiungere lo stato perfetto, essere pronti
finalmente a cambiare attraverso la musica fatta di un equilibrato misto di soul
e rock. Grazie all’'intervento del solito Alex Rosner, il sound system del Loft
divenne uno standard per i locali da ballo moderni. (Rosner contribuì al
successo di molti altri locali, prima di mettere la propria esperienza al
servizio di altre inclinazioni, diventando progettista di sistemi di
amplificazione per chiese e sinagoghe.) Ma fu in un altro senso che il Loft
diventò un prototipo. David Mancuso non contribuì tanto ai progressi tecnici del
“djing”, quanto alla fondazione del concetto di club. Fu proprio la natura
ibrida, casa privata e insieme luogo pubblico, a permettere al Loft di incarnare
questo concetto. II club nella definizione più classica, non è mai una
discoteca, o, almeno, non solo quello. Il club costituisce un rifugio per gente
legata da affinità elettive; il luogo dove musica, gente, spazio fisico,
atmosfera creano una vibrazione unica e riconoscibile, quasi un'onda magnetica
che avvolge i corpi, facendoli convivere (in provvisorio equilibrio, in
stupefacente leggerezza) come un piccolo sistema celeste. La “club-culture”
nasce dall'intreccio di questi elementi, e dall’armonia di ciascun elemento con
gli altri. Il club rappresenta un mondo di appassionati, sognatori e visionari,
uno “spazio altro”, intenso e protetto. Uno spazio-non spazio (poiché privo di
limiti mentali), dove ognuno riesce a sentirsi più vero, in quanto libero,
pronto a sciogliere la propria aura e a trovare la giusta dimensione. II club di
Mancuso trovò echi immediati. Quel clima, quell'intimità, potevano essere
ricreati anche in grande. Così accadde al Gallery della 22esima: su quella pista
buia, con appena una mirror ball a lanciare brevi riflessi, in quell'aria umida
e scura, la folla ballava in stato di ipnosi. Soprattutto gay, soprattutto neri,
ispanici ed italo-americani La musica era incalzante. II Gallery rappresentava
la sintesi: qui si combinavano, in perfetto equilibrio, le intuizioni di Grasso
e Mancuso. Ancora una volta, l'autore dell'esperimento aveva un cognome
italiano. Nicky Siano conosceva e sapeva alimentare l'energia della pista.
Sapeva come raccoglierla e come rilanciarla: con un mixer Bozak e tre piatti che
giravano a suon di soul-funk. L'illuminante idea di aggiungerne uno al paio
d'ordinanza, disse, che gli era venuta in sogno (Secondo Vincent Aletti, forse
il primo giornalista dance della storia, questo era l'identikit del tipico DJ
newyorkese del tempo: “giovane, italiano e gay”). La sessualità dei DJs in
questione, in realtà, non era sempre questa. Ma fu il pubblico a fornire
l’energia, a costituire il motore per quei corpi cosi liberi ed instancabili. La
linea dei bassi veniva spinta al massimo. Nella play-list del Gallery la
facevano da padrone molti pezzi, divenuti poi dei classici, (come “Love is the
message” dell'orchestra Mothers, Fathers, Sisters and Brothers, inevitabilmente
storpiata in “Mother Fucking Sons of Bitch”). Proprio al Gallery si iniziò a
delineare un nuovo gusto sonoro. Le scelte del DJ stavano marcando un territorio
ben preciso: il mondo vasto e indifferenziato della musica “ballabile” si stava
delineando e restringendo verso un stile ben preciso: il vecchio soul faceva
largo alle parti ritmiche più dure e battenti del funk metropolitano. Fu un
articolo di Vincent Aletti su Rolling Stone, nel 1973, a contenere il primo
riferimento della stampa ufficiale al nuovo genere: la disco-music ( una mistura
di moderno soul, tagliente funk e avvolgenti orchestrazioni) L'anno dopo, il
fenomeno conquistò la copertina di Billboard. Il termine “disco-music” trae
origine da “discoteque”: per la prima volta esisteva una musica espressamente
dance, che si poteva ascoltare e ballare in luoghi appositamente preposti per
questa attività umana di tipo ludico-evasivo. La discoteca, con le sue luci e i
suoi codici, entrò nel panorama dei luoghi di ritrovo di massa. Lo sviluppo fu
impressionante: i Continental Baths di Larry Levan e Franckie Knuckles, il
Galaxy 21 di Walter Gibbons e Francois Kevorkian, il Ginza e il Limelight di
David Rodriguez, l’Ice Palace di Bobby Guttadaro a Fire Island. Il numero dei
club storici della primissima scena di New York, ognuno associato a un DJ
altrettanto storico, lievitò rapidamente, contagiando anche la vecchia Europa.
La seconda città che assistette ad crescita esponenziale della scena disco fu
San Francisco. Il numero dei locali da ballo americani, tra il '74 e il '75,
passò da 1500 a 10.000. A fine decennio divennero 20.000. L’effetto
“commerciale” del fenomeno, ridusse notevolmente i locali con uno spirito da
vero club trasformando in puro “fenomeno consumistico” 1'iniziale connotazione
underground. La disco, a parte l’importanza musicale, nacque e si sviluppò per
sostenere un nuovo settore economico. Nell'America della crisi petrolifera e
lacerata dal Vietnam, servivano investimenti ed un clima di ottimismo. In questo
quadro si inserirono i tanti mutamenti sociali, legati anche all’evoluzione
della cultura musicale degli afro-americani, il nuovo ruolo delle minoranze, la
liberazione sessuale, i mutamenti nell'uso del tempo libero, le nuove esigenze
del ceto medio. Fino alla fine degli anni 60, il fenomeno “clubbing” era stato
un'altra faccenda, essendo riservato solo al jet-set e alle presunte celebrità.
In America come in Europa, le serate nei club si fondavano su una connotazione
glamour ed esclusiva, finalizzate ad alimentare il lavoro dei paparazzi ed a
riempire l’immaginario popolare con le facce di gente inutile e vanesi da
strapazzo. Quando questa società iniziò ad estinguersi, perdendo i riti più
vistosi, si aprirono nuovi spazi all’immaginario collettivo. Sul versante
pop-rock, la fine dei '60 suggellò il suo ciclo con una serie di avvenimenti
negativi a catena: lo scioglimento dei Beatles, la morte di Janis Joplin, Jimi
Hendrix e Jim Morrison, ma soprattutto la consapevolezza che il tempo della
grande illusione, ossia cambiare il mondo con le canzoni, fosse finito. II
cadavere del grande rock pesava sul nuovo decennio come un macigno, mentre la
“disco”, procedendo a “pie’ leggero” come le divinità olimpiche, si fece largo
tra i giovani e non solo. Così che i riflettori si accesero su altri soggetti:
sulle minoranze , soprattutto nere, in fase di emancipazione, i giovani della
working class. Quando i gay (ma anche i neri, gli ispanici, le donne) trovarono
la via per uscire dal ghetto, si ritrovarono, quasi per incanto, in un mondo di
edonismo, musica, lustrini e luci pulsanti, catapultati dal buio, talvolta dalla
povertà, della strada su un palco illuminato da mille luci, un gigantesco
luna-park dove tutto sembrava possibile: in primis il riscatto sociale. Che si
trattasse di un universo virtuale ed effimero, un paese dei balocchi dove
libertà ed identità tendevano a confondersi con la propria trasformazione in
“oggetti di consumo”, poco contava. Il dado era oramai tratto e la strada
aperta. Una piccola apertura in cui non tardò a infilarsi, con le sue
ingombranti contraddizioni, la massa della gioventù occidentale (soprattutto
quella che non aveva recepito le istanze sessantottesche, si trovava, quasi
stordita, a chiedersi cosa fare di quell'inattesa liberta, quell'inaspettata
autocoscienza). Rivoluzione gay e integrazione razziale ruppero il vaso di
Pandora dell’'underground. Da quel giorno, dalle cantine più nascoste della
società, uscirono i fenomeni della cultura di massa. La disco fu un paradigma,
un modello ineluttabile, in cui la componente underground finì presto con
l’assopirsi, asservendosi alle leggi di mercato. Anche il rock, nelle sue
molteplici accezioni, aveva sempre fatto lo stesso. Così la disco-music, in
particolare per la forte incidenza in termini mercantili, riuscì a condizionare
un'epoca. Ovviamente si ballava anche prima, ma dagli anni ’70 in poi, si balla
ininterrottamente alla stessa maniera: cambiano i suoni e le tecnologie, i DJs
ed il numero di BPM, ma si balla sempre in quattro quarti. Forse fu questa la
vera grande rivoluzione nell’ambito della cultura pop e, per la discografia
mondiale, un vero miracolo. La disco-music, per certi versi, rimane un fenomeno
ancora sottovalutato, forse, perché misconosciuto, almeno nella sua componente
“sociale”, “razziale” ed “underground”. Il fatto di continuare identificarla
solo con il “travoltismo e la “Saturday Night Fever”, significa solo perseverare
in un madornale errore di valutazione storica.
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