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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

 DISCO MUSIC: UN FENOMENO “SOCIALE”, SPESSO, SOTTOVALUTATO.

Al contrario, David Mancuso sembrava assai diverso. Quasi timido, mentre l’essere stato un hippy gli aveva lasciato una calma gentile. Quando, però, si trattava di musica, acquistava un fervore mistico. A lui, alla sua ossessione per il suono (perfettamente riprodotto, perfettamente recepito: nel giusto ambiente, nella giusta atmosfera), si deve un altro luogo, un altro capostipite del “clubbing” moderno. The Loft, ossia, il loft dove Mancuso viveva. Qui, a partire dal '70, iniziò ad organizzare party di mezzanotte. Chi partecipa ai festini, lasciava un piccolo contributo in danaro, ma questo non sminuiva la genuina ospitalità del posto, l'atmosfera avvolgente come un amichevole abbraccio. L’intuizione fu semplice: creare un feeling intimo, trasformarlo in sistema riproducibile ogni volta. Una scienza esatta del party, algebricamente studiata: ospiti (un mix di gay e straight, uomini e donne, bianchi e neri), drink, ambiente. E ovviamente musica. Lo spirito di Mancuso era quello di un missionario. Se un disco gli piaceva si sentiva in dovere di condividerlo con il resto del mondo. L'intera avventura non sembrò che un contorno, un apparato invitante come la campana di un fiore, un gioco raffinato per indurre gli ospiti a staccarsi dal mondo esterno, rilassarsi, abbassare le difese, fino a raggiungere lo stato perfetto, essere pronti finalmente a cambiare attraverso la musica fatta di un equilibrato misto di soul e rock. Grazie all’'intervento del solito Alex Rosner, il sound system del Loft divenne uno standard per i locali da ballo moderni. (Rosner contribuì al successo di molti altri locali, prima di mettere la propria esperienza al servizio di altre inclinazioni, diventando progettista di sistemi di amplificazione per chiese e sinagoghe.) Ma fu in un altro senso che il Loft diventò un prototipo. David Mancuso non contribuì tanto ai progressi tecnici del “djing”, quanto alla fondazione del concetto di club. Fu proprio la natura ibrida, casa privata e insieme luogo pubblico, a permettere al Loft di incarnare questo concetto. II club nella definizione più classica, non è mai una discoteca, o, almeno, non solo quello. Il club costituisce un rifugio per gente legata da affinità elettive; il luogo dove musica, gente, spazio fisico, atmosfera creano una vibrazione unica e riconoscibile, quasi un'onda magnetica che avvolge i corpi, facendoli convivere (in provvisorio equilibrio, in stupefacente leggerezza) come un piccolo sistema celeste. La “club-culture” nasce dall'intreccio di questi elementi, e dall’armonia di ciascun elemento con gli altri. Il club rappresenta un mondo di appassionati, sognatori e visionari, uno “spazio altro”, intenso e protetto. Uno spazio-non spazio (poiché privo di limiti mentali), dove ognuno riesce a sentirsi più vero, in quanto libero, pronto a sciogliere la propria aura e a trovare la giusta dimensione. II club di Mancuso trovò echi immediati. Quel clima, quell'intimità, potevano essere ricreati anche in grande. Così accadde al Gallery della 22esima: su quella pista buia, con appena una mirror ball a lanciare brevi riflessi, in quell'aria umida e scura, la folla ballava in stato di ipnosi. Soprattutto gay, soprattutto neri, ispanici ed italo-americani La musica era incalzante. II Gallery rappresentava la sintesi: qui si combinavano, in perfetto equilibrio, le intuizioni di Grasso e Mancuso. Ancora una volta, l'autore dell'esperimento aveva un cognome italiano. Nicky Siano conosceva e sapeva alimentare l'energia della pista. Sapeva come raccoglierla e come rilanciarla: con un mixer Bozak e tre piatti che giravano a suon di soul-funk. L'illuminante idea di aggiungerne uno al paio d'ordinanza, disse, che gli era venuta in sogno (Secondo Vincent Aletti, forse il primo giornalista dance della storia, questo era l'identikit del tipico DJ newyorkese del tempo: “giovane, italiano e gay”). La sessualità dei DJs in questione, in realtà, non era sempre questa. Ma fu il pubblico a fornire l’energia, a costituire il motore per quei corpi cosi liberi ed instancabili. La linea dei bassi veniva spinta al massimo. Nella play-list del Gallery la facevano da padrone molti pezzi, divenuti poi dei classici, (come “Love is the message” dell'orchestra Mothers, Fathers, Sisters and Brothers, inevitabilmente storpiata in “Mother Fucking Sons of Bitch”). Proprio al Gallery si iniziò a delineare un nuovo gusto sonoro. Le scelte del DJ stavano marcando un territorio ben preciso: il mondo vasto e indifferenziato della musica “ballabile” si stava delineando e restringendo verso un stile ben preciso: il vecchio soul faceva largo alle parti ritmiche più dure e battenti del funk metropolitano. Fu un articolo di Vincent Aletti su Rolling Stone, nel 1973, a contenere il primo riferimento della stampa ufficiale al nuovo genere: la disco-music ( una mistura di moderno soul, tagliente funk e avvolgenti orchestrazioni) L'anno dopo, il fenomeno conquistò la copertina di Billboard. Il termine “disco-music” trae origine da “discoteque”: per la prima volta esisteva una musica espressamente dance, che si poteva ascoltare e ballare in luoghi appositamente preposti per questa attività umana di tipo ludico-evasivo. La discoteca, con le sue luci e i suoi codici, entrò nel panorama dei luoghi di ritrovo di massa. Lo sviluppo fu impressionante: i Continental Baths di Larry Levan e Franckie Knuckles, il Galaxy 21 di Walter Gibbons e Francois Kevorkian, il Ginza e il Limelight di David Rodriguez, l’Ice Palace di Bobby Guttadaro a Fire Island. Il numero dei club storici della primissima scena di New York, ognuno associato a un DJ altrettanto storico, lievitò rapidamente, contagiando anche la vecchia Europa. La seconda città che assistette ad crescita esponenziale della scena disco fu San Francisco. Il numero dei locali da ballo americani, tra il '74 e il '75, passò da 1500 a 10.000. A fine decennio divennero 20.000. L’effetto “commerciale” del fenomeno, ridusse notevolmente i locali con uno spirito da vero club trasformando in puro “fenomeno consumistico” 1'iniziale connotazione underground. La disco, a parte l’importanza musicale, nacque e si sviluppò per sostenere un nuovo settore economico. Nell'America della crisi petrolifera e lacerata dal Vietnam, servivano investimenti ed un clima di ottimismo. In questo quadro si inserirono i tanti mutamenti sociali, legati anche all’evoluzione della cultura musicale degli afro-americani, il nuovo ruolo delle minoranze, la liberazione sessuale, i mutamenti nell'uso del tempo libero, le nuove esigenze del ceto medio. Fino alla fine degli anni 60, il fenomeno “clubbing” era stato un'altra faccenda, essendo riservato solo al jet-set e alle presunte celebrità. In America come in Europa, le serate nei club si fondavano su una connotazione glamour ed esclusiva, finalizzate ad alimentare il lavoro dei paparazzi ed a riempire l’immaginario popolare con le facce di gente inutile e vanesi da strapazzo. Quando questa società iniziò ad estinguersi, perdendo i riti più vistosi, si aprirono nuovi spazi all’immaginario collettivo. Sul versante pop-rock, la fine dei '60 suggellò il suo ciclo con una serie di avvenimenti negativi a catena: lo scioglimento dei Beatles, la morte di Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison, ma soprattutto la consapevolezza che il tempo della grande illusione, ossia cambiare il mondo con le canzoni, fosse finito. II cadavere del grande rock pesava sul nuovo decennio come un macigno, mentre la “disco”, procedendo a “pie’ leggero” come le divinità olimpiche, si fece largo tra i giovani e non solo. Così che i riflettori si accesero su altri soggetti: sulle minoranze , soprattutto nere, in fase di emancipazione, i giovani della working class. Quando i gay (ma anche i neri, gli ispanici, le donne) trovarono la via per uscire dal ghetto, si ritrovarono, quasi per incanto, in un mondo di edonismo, musica, lustrini e luci pulsanti, catapultati dal buio, talvolta dalla povertà, della strada su un palco illuminato da mille luci, un gigantesco luna-park dove tutto sembrava possibile: in primis il riscatto sociale. Che si trattasse di un universo virtuale ed effimero, un paese dei balocchi dove libertà ed identità tendevano a confondersi con la propria trasformazione in “oggetti di consumo”, poco contava. Il dado era oramai tratto e la strada aperta. Una piccola apertura in cui non tardò a infilarsi, con le sue ingombranti contraddizioni, la massa della gioventù occidentale (soprattutto quella che non aveva recepito le istanze sessantottesche, si trovava, quasi stordita, a chiedersi cosa fare di quell'inattesa liberta, quell'inaspettata autocoscienza). Rivoluzione gay e integrazione razziale ruppero il vaso di Pandora dell’'underground. Da quel giorno, dalle cantine più nascoste della società, uscirono i fenomeni della cultura di massa. La disco fu un paradigma, un modello ineluttabile, in cui la componente underground finì presto con l’assopirsi, asservendosi alle leggi di mercato. Anche il rock, nelle sue molteplici accezioni, aveva sempre fatto lo stesso. Così la disco-music, in particolare per la forte incidenza in termini mercantili, riuscì a condizionare un'epoca. Ovviamente si ballava anche prima, ma dagli anni ’70 in poi, si balla ininterrottamente alla stessa maniera: cambiano i suoni e le tecnologie, i DJs ed il numero di BPM, ma si balla sempre in quattro quarti. Forse fu questa la vera grande rivoluzione nell’ambito della cultura pop e, per la discografia mondiale, un vero miracolo. La disco-music, per certi versi, rimane un fenomeno ancora sottovalutato, forse, perché misconosciuto, almeno nella sua componente “sociale”, “razziale” ed “underground”. Il fatto di continuare identificarla solo con il “travoltismo e la “Saturday Night Fever”, significa solo perseverare in un madornale errore di valutazione storica.

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