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LA DISCO CAMBIO’ ANCHE LA RADIO!
La “disco”, almeno nella sua prima fase di
sviluppo, si lega a taluni mutamenti che investirono in pieno gli
Afro-americani. Pur non determinando o influenzando i vari fenomeni sociali ed
economici, che portarono ad un generale miglioramento delle condizioni di vita
della gente di colore, ne seppe amplificare i significati, facendo da cassa di
risonanza a quel cambiamento che, soprattutto nella musica, sembrava dare i suoi
frutti migliore: prima dell’avvento della “disco”, non si erano mai visti in
giro, per le classifiche o negli scaffali dei negozi di dischi, tanti “artisti
neri condivisi”, ossia accettati e ballati col medesimo trasporto emotivo sia
dai bianchi che dai neri. Quella musica, apparentemente frivola e leggiadra,
nonché foriera di una sorta di “trionfo dell’ottimismo nero”, ben si adattava ad
un piacevole clima di ascesa verso la vetta della scala sociale. Agli inizi
degli anni ’70, Otis Redding, Richie Havens, Marvin gaye e Sly Stone apparivano
sugli stessi palchi degli artisti rock, ma lo stile “black”, in genere,
risultava molto più accessibile e gradito ai bianchi di quanto non lo fosse
negli inquieti anni Sessanta. Questa “accessibilità” procedeva di pari passo con
la crescita della middle-class nera: la trasformazione degli Afro-americani da
“fuori casta” a partecipanti a pieno titolo del sogno americano era oramai in
divenire. La percentuale di famiglie di colore, al di sotto della soglia di
povertà, si ridusse dal 48,1% del 1959 al 27,8% del 1974. L’orgoglio nero
ritrovato, che ben si adattava al mondo delle discoteche, innescò un
inarrestabile processo di mutamento anche nelle dinamiche radiofoniche: non solo
la radiofonia di “colore” venne investita da questo “terremoto dell’etere”. Nel
1979 le radio "black" statunitensi avevano mutato aspetto, da medium radicato
nella realtà locale ed orientato alla comunità afro-americana a soggetto
mainstream in linea con assunti della cultura dominante. Antesignano ed
anticipatore di questo fenomeno, che avrebbe avuto molti epigoni, fu Frankie
Crocker, uno dei conduttori più innovativi ed imprevedibili della storia della
radio americana. A metà degli anni settanta, Crocker era il DJ del drive-time,
ossia della fascia oraria corrispondente al rientro in automobile dagli uffici
e, soprattutto, ricopriva la carica di direttore della programmazione della più
grande radio di proprietà nera di New York, la WBLS. Anziché aspettare che i
promoters delle etichette discografiche si presentassero da lui per chiedere il
lancio e pubblicizzazione di un album, Crocker girovagava per le discoteche,
frequentando, puntualmente, il Leviticus, ambiziosa discoteca di colore al 45
della 33a Strada Ovest, lo Studio 54 ed il Paradise Garage, autentica fucina di
tendenze e d’innovazioni tecniche. Le incursioni notturne di Crocker erano
finalizzate non solo alla scoperta, in prima persona, dei dischi di artisti del
circuito underground da inserire nella playlist, ma anche per annusare l’aria e
capire con anticipo, rispetto alla concorrenza, quelle che sarebbero state le
nuovi trends. Crocker era solito mandare in onda pezzi del tutto inusuali per
una radio “nera”: i Led Zeppelin , Bob Dylan ed altri artisti, non propriamente
di estrazione R&B, facevano sovente capolino tra le sue scalette. Sotto la sua
guida, la WBLS si trasformò il modulo espressivo, destinato ad un tipo d’ascolto
esclusivamente nero, in un sound fruibile facilmente anche dai bianchi. Quando
andava in onda, Crocker chiudeva a chiave la porta dello studio, spegneva le
luci e accendeva una candela per creare l'atmosfera più aderente al suo stile
elegante e raffinato. In quel periodo Crocker si faceva chiamare “Hollywood”,
agognando un mondo post lotta per i di ritti civili, di cocktail party pieni di
chiacchiere educate a bordo piscina, e "fratelli neri” eleganti ed impomatati,
in abiti dai toni beige, che trattavano affari. Il mondo di Crocker si
caratterizzava come una filosofia che permea la nuova scena disco, un'autostrada
di seduzione diretta al cuore di tutti i festaioli più accaniti: niente a che
fare con la droga. La musica di Crocker era solo un momento di sospensione della
realtà, ma non una fuga. Così, le sue parole risuonavano nell’etere: "Hollyw-o-o-o-d!
è soltanto qualcosa di buono, di molto buono... è solo un altro sogno... tutti
abbiamo bisogno di sognare". La visione fantastica di una bella vita, come
quella propugnata dalla Philadelphia International, era alimentata dalla
tecnologia, come la musica stessa. La sintonia tra Crocker ed il Philly Sound
divenne perfetta. Nessuna radio FM, allora, utilizzava davvero tecniche stereo:
la WBLS fu la prima a farlo sistematicamente. Anche nei loro annunci, quando il
jingle pronunciava lo spelling di W-B-L-S , i suoni sembravano provenire da
tutte le direzioni del panorama stereo. La WBLS, innanzitutto cominciò a passare
pezzi che le altre radio non trasmettevano: la programmazione musicale della
radio era ancora ferma ad una lunghezza media di tre minuti e quarantacinque al
massimo per ogni pezzo trasmesso, non di più. La WBLS fu la prima ad infrangere
la regola dell’omologazione, uscendo dallo standard e mandando in onda stralci
interi di album o versioni integrali di brani di successo. "Love Is the Message",
pezzo strumentale di cui non esisteva la versione edit, tagliata per l’airplaying
radiofonico, divenne un classico della programmazione della WBLS, mettendo in
rilievo questa caratterizzazione, imperniata su una diversità a tutti i costi.
Il sontuoso suono stereo della WBLS richiedeva un tipo di sound più moderno ed
evoluto: la disco-music fu il migliore alleato di questo cambiamento.
Ovviamente, gli arrangiamenti sfarzosi della Philadelphia International e le
fastose orchestrazioni di Barry White erano perfette, ma anche il R&B
relativamente ortodosso, presto, iniziò a farsi più "raffinato", più vicino allo
stile “Crocker”. Il risultato fu un nuovo genere di musica rhytm-and-blues nera,
del tutto diversa dall'incalzante e ruvido soul ballabile degli anni sessanta. I
nuovi pezzi erano come un immenso pubblico di fans che agitava le braccia
saltellando, facevano venir voglia di ballare sui pattini a rotelle, erano più
soft, giocosi, quasi frivoli, i testi avevano ben poco a che fare con l’impegno
sociale, risultando più allegri, più eterei. Pochissimi pezzi avevano voci
granitiche, stridule e rabbiose da bluesmen, mentre i fiati non erano più
sottotono, alla King Curtis o alla Jr. Walker; ma squillanti e presenti. Un
gruppo vocale di Los Angeles, la Hues Corporation, si mostrò subito come il
perfetto compendio di questo nuovo sound. St Clair Lee, Fleming Williams e H.
Ann Kelley si unirono nel 1969, prendendo il nome dalla società del miliardario
Howard Hughes, allora in carcere. Nei primi anni Settanta pubblicarono un paio
di dischi insignificanti, prima di coprire tre interessanti tracce della colonna
sonora di “Eiacula”, del 1972. Nel 1973, entrarono in studio con il supporto dei
Crusaders. Il risultato fu “Freedom Far the Stallion”, un album di scarsa
fortuna, ad eccezione del singolo, "Rock the Boat", che divenne molto popolare
nelle discoteche, divenendo un tormentone nella programmazione delle radio e, ad
un anno dalla sua pubblicazione, arrivò perfino in cima alle classifiche pop. Il
pezzo era una tortuosa ed estesa metafora di un incontro d'amore sulle rocce, ma
la frase che gli dava il titolo, ripetuta all’infinito, sembrava riecheggiare il
messaggio di promozione sociale che stazioni come la WBLS stavano diffondendo:
"Don't rock the boat", non fate dondolare la barca. La musica, giocata su una
linea di basso ritmata con delicatezza, alimentata archi sfreccianti come brezze
tropicali ed imbevuta intrecci vocali da gospel surrogato modello un night di
lusso, segnava l’inizio di un cambiamento epocale nella musica degli
Afro-americani. Crocker ed musicisti “disco” come la Hues Corporation, Barry
White, George McCrae, The Originals, Van McCoy, Jimmy Ruffin e Carol Douglas
sostituirono gli attici alle roadhouse e le discoteche ad i luoghi di culto. La
disco rappresentava l'ideale di integrazione delineato dalla legislazione dei
diritti civili degli anni sessanta. La disco, procedendo con levità, a
differenza di altri media di intrattenimento, mostrava una naturale inclinazione
ad unire persone di differente colore, razza, ideologia, religione, preferenza
sessuali e situazione economica, in un dialogo ecumenico fatto musica e ballo in
grado di trascendere molte limitazioni imposte dai pregiudizi della vita
quotidiana. Una rivoluzione pacifica all’insegna dell’insostenibile leggerezza
dell’essere!
DISCO
70: JINGLES AND RADIO DOWNLOAD

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