|
1977/78:
QUANDO LA “DISCO” VINCEVA SU TUTTO.
Anche a San Francisco la situazione dei
club era in forte sviluppo. “Non abbiamo avuto flessioni durante tutto
l'inverno," ricorda Tom Sanford, proprietario della City Disco, il miglior locale della Baia, in cui si
erano esibite star come Dee Dee Bridgewater, Grace Jones, Esther Phillips,
Silver Convention, e i Village People. "Gli affari andavano a gonfie vele dal
lunedì al giovedì." La ristrutturazione del Dance Your Ass Off (che disponeva di
un impianto suono e luci maggiorato) e l'apertura del I-Beam (situato nell'area
recuperata di Haight-Ashbury) erano ulteriori prove della fioritura notturna di
San Francisco ed il lancio del Trocadero Transfer (il primo locale after-hour
della città) dimostrò come l'espansione fosse intimamente collegata agli aspetti
più commerciali della esplosione della disco. "La prima volta che ho messo piede al Trocadero fu per un White Party," - racconta il cronista David Diebold. - "Ero
già stato in locali etero prima di allora, ma il Trocadero fu un 'esperienza
completamente nuova. Diventai una presenza fissa, mi piaceva." Nel breve volgere
di qualche stagione, la moda disco aveva assunto, comunque, una portata
internazionale, con il Giappone divenuto uno dei centri più animati. Dopo aver
rispecchiato l'ondata americana di crescita e declino degli anni sessanta,
quando vi furoreggiavano James Brown, i Four Tops e le Supremes, il mercato
giapponese era ora in preda agli effetti della “disco mania” e, anche se la
maggior parte dei club era di dimensioni relativamente piccole, il Bottom Line
di Osaka e il Tomorrow di Shinjuku raccoglievano folle di oltre tremila persone.
L'America rimaneva il punto di riferimento: ai primi del 1974 i Bumps avevano
avuto l'effetto di un incendio e l'anno seguente "The Hustle" di Van McCoy,
rimase in testa alle classifiche per più di venti settimane. All’'incirca nello
stesso periodo qualcosa come quaranta DJs giapponesi si recarono negli Stati
Uniti per studiare la cultura dei club americani, sebbene dopo il loro ritorno
avessero continuato con la pratica chiaramente poco americana del parlare
sincopato sulla musica. "La 'sessione rap' del dj giapponese ha lo scopo di
mettere a suo agio un pubblico solitamente timido." sanciva Billboard.
Anche l'Europa si era imposta come una fiorente zona dance - e non solo grazie
allo spessore musicale di personaggi come Henry Belolo, Cerrone, Alex R.
Costandinos, Michael Kunze, Jacques Morali e Giorgio Moroder. Importanti
discoteche tedesche erano il Trinity, il Blue Bell e il Lifel ad Amburgo,
l'Edith ed il Why Not? a Monaco, ed il Biba a Francoforte. In Italia, facevano
proseliti La Baia degli Angeli in Romagna, lo Studio 54 e l’Odissea 2001 a
Milano, l’Easy Gong ed il Much More a Roma. La Francia, patria mistica delle
discoteche, ospitava circa 3.500 locali, tra cui il Palace di Parigi, che aveva
aperto nell'aprile del 1978 in un teatro degli anni '20 e proponeva una volta al
mese un DJ di New York. In Inghilterra le discoteche si affermarono soprattutto
sotto forma di grandi catene di sale da ballo per proletari, appartenenti a
Mecca e Top Rank, mentre all'altra estremità del mercato, un club-ristorante
chiamato Embassy fungeva da equivalente londinese dello Studio 54 (nel 1978
assunse il DJ americano Greg James, che non faceva certo infiammare il pubblico
negli States, per mostrare a ballerini e colleghi i vantaggi delle tecniche base
di mixaggio). Solo l'Unione Sovietica (l’allora blocca dell’Est) rimase, come
previsto, terreno proibito per i promotori della disco, nonostante la Voice of
America continuasse ad proclamare che il nuovo programma dance, della durata di
un'ora il sabato sera, stava riscuotendo un inaspettato successo. Verso la fine
dell'anno, il giornalista della Tass Genrikh Borovik, pubblicò un articolo in
cui dipingeva i club americani come luoghi di decadenza e solitudine, dove i
ballerini sniffavano cocaina e passavano la notte "agitandosi seguendo il ritmo
delle luci, e sognando fama, successo e denaro." Borovik non scrisse la
corrispondenza da Mosca ma da New York, ed era la sua testimonianza diretta di
una serata allo Studio 54. I fortunati invitati, annotò, erano sbalorditi dalle
distrazioni offerte dalla discoteca che forniva "un nirvana per giovani solitari
che non vogliono contatti con nessuno e nemmeno potrebbero averne." In un
articolo per l'Esquire, il critico musicale Albert Goldmann riecheggiava le
conclusioni di Borovik. "La cosa che veramente lega tra loro questi luoghi
altrimenti diversi è la musica, e la comune atmosfera di iperstimolazione,"
scrisse. "Se la disco è l'emblema del presente stato di cose, allora la
pro-fusione stupefacente di luci, suoni, ritmi, droghe, spettacoli, e illusioni
che costituisce l'ambiente disco deve essere interpretata come la formula
contem-poranea per il piacere e l'eccitazione. Esaminandola, si vede presto che
la con-centrazione degli estremi ne è l'essenza. Tutto va portato al limite
estremo, poi va mescolato con tutti gli altri estremi, fino a produrre la
definitiva distruzione del sensorium umano." Proseguendo la critica del
giornalista sovietico all'egoismo occidentale, aggiunse, "La vera fede della
cultura disco non è l'amore per il prossimo, ma quello per se stessi, principale
oggetto del desiderio in questa epoca di sesso a circuito chiuso, masturbatorio
e da vibratore. Fuori l'ingresso di ogni discoteca dovrebbe essere eretta una
statua della divinità regnante: Narciso."
La disco-music, in piena deflagrazione, trovò sul suo cammino ben altri e più
coriacei detrattori: piccoli intellettuali frustrati, incapaci dare una
valutazione effettiva del fenomeno, almeno da un punta di vista dell’impatto
sociale. La discomania di massa era, comunque, dilagante ed i ballerini, non
davano alcuna importanza al ballare in solitudine: non c'era alcun divertimento
se eri la sola persona nel club, soprattutto non davano importanza alle voci
contrarie che in quegli anni giungevano da ogni contrada. Piuttosto, ad essi
piaceva stare in una sala con altri che ballavano ed un DJ che suonava, e ciò
voleva dire che la loro esperienza era, nel contempo, individuale e collettiva.
Il piacere diventava più intenso quando i movimenti individuali raggiungevano
una sincronia sinergica. Il mondo aveva voglia di ballare e per alcuni anni,
nessuno riuscì a fermarlo.
Inizio

|