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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  1977/78: QUANDO LA “DISCO” VINCEVA SU TUTTO.

 Anche a San Francisco la situazione dei club era in forte sviluppo. “Non abbiamo avuto flessioni durante tutto l'inverno," ricorda Tom Sanford, proprietario della City Disco, il miglior locale della Baia, in cui si erano esibite star come Dee Dee Bridgewater, Grace Jones, Esther Phillips, Silver Convention, e i Village People. "Gli affari andavano a gonfie vele dal lunedì al giovedì." La ristrutturazione del Dance Your Ass Off (che disponeva di un impianto suono e luci maggiorato) e l'apertura del I-Beam (situato nell'area recuperata di Haight-Ashbury) erano ulteriori prove della fioritura notturna di San Francisco ed il lancio del Trocadero Transfer (il primo locale after-hour della città) dimostrò come l'espansione fosse intimamente collegata agli aspetti più commerciali della esplosione della disco. "La prima volta che ho messo piede al Trocadero fu per un White Party," - racconta il cronista David Diebold. - "Ero già stato in locali etero prima di allora, ma il Trocadero fu un 'esperienza completamente nuova. Diventai una presenza fissa, mi piaceva." Nel breve volgere di qualche stagione, la moda disco aveva assunto, comunque, una portata internazionale, con il Giappone divenuto uno dei centri più animati. Dopo aver rispecchiato l'ondata americana di crescita e declino degli anni sessanta, quando vi furoreggiavano James Brown, i Four Tops e le Supremes, il mercato giapponese era ora in preda agli effetti della “disco mania” e, anche se la maggior parte dei club era di dimensioni relativamente piccole, il Bottom Line di Osaka e il Tomorrow di Shinjuku raccoglievano folle di oltre tremila persone. L'America rimaneva il punto di riferimento: ai primi del 1974 i Bumps avevano avuto l'effetto di un incendio e l'anno seguente "The Hustle" di Van McCoy, rimase in testa alle classifiche per più di venti settimane. All’'incirca nello stesso periodo qualcosa come quaranta DJs giapponesi si recarono negli Stati Uniti per studiare la cultura dei club americani, sebbene dopo il loro ritorno avessero continuato con la pratica chiaramente poco americana del parlare sincopato sulla musica. "La 'sessione rap' del dj giapponese ha lo scopo di mettere a suo agio un pubblico solitamente timido." sanciva Billboard. Anche l'Europa si era imposta come una fiorente zona dance - e non solo grazie allo spessore musicale di personaggi come Henry Belolo, Cerrone, Alex R. Costandinos, Michael Kunze, Jacques Morali e Giorgio Moroder. Importanti discoteche tedesche erano il Trinity, il Blue Bell e il Lifel ad Amburgo, l'Edith ed il Why Not? a Monaco, ed il Biba a Francoforte. In Italia, facevano proseliti La Baia degli Angeli in Romagna, lo Studio 54 e l’Odissea 2001 a Milano, l’Easy Gong ed il Much More a Roma. La Francia, patria mistica delle discoteche, ospitava circa 3.500 locali, tra cui il Palace di Parigi, che aveva aperto nell'aprile del 1978 in un teatro degli anni '20 e proponeva una volta al mese un DJ di New York. In Inghilterra le discoteche si affermarono soprattutto sotto forma di grandi catene di sale da ballo per proletari, appartenenti a Mecca e Top Rank, mentre all'altra estremità del mercato, un club-ristorante chiamato Embassy fungeva da equivalente londinese dello Studio 54 (nel 1978 assunse il DJ americano Greg James, che non faceva certo infiammare il pubblico negli States, per mostrare a ballerini e colleghi i vantaggi delle tecniche base di mixaggio). Solo l'Unione Sovietica (l’allora blocca dell’Est) rimase, come previsto, terreno proibito per i promotori della disco, nonostante la Voice of America continuasse ad proclamare che il nuovo programma dance, della durata di un'ora il sabato sera, stava riscuotendo un inaspettato successo. Verso la fine dell'anno, il giornalista della Tass Genrikh Borovik, pubblicò un articolo in cui dipingeva i club americani come luoghi di decadenza e solitudine, dove i ballerini sniffavano cocaina e passavano la notte "agitandosi seguendo il ritmo delle luci, e sognando fama, successo e denaro." Borovik non scrisse la corrispondenza da Mosca ma da New York, ed era la sua testimonianza diretta di una serata allo Studio 54. I fortunati invitati, annotò, erano sbalorditi dalle distrazioni offerte dalla discoteca che forniva "un nirvana per giovani solitari che non vogliono contatti con nessuno e nemmeno potrebbero averne." In un articolo per l'Esquire, il critico musicale Albert Goldmann riecheggiava le conclusioni di Borovik. "La cosa che veramente lega tra loro questi luoghi altrimenti diversi è la musica, e la comune atmosfera di iperstimolazione," scrisse. "Se la disco è l'emblema del presente stato di cose, allora la pro-fusione stupefacente di luci, suoni, ritmi, droghe, spettacoli, e illusioni che costituisce l'ambiente disco deve essere interpretata come la formula contem-poranea per il piacere e l'eccitazione. Esaminandola, si vede presto che la con-centrazione degli estremi ne è l'essenza. Tutto va portato al limite estremo, poi va mescolato con tutti gli altri estremi, fino a produrre la definitiva distruzione del sensorium umano." Proseguendo la critica del giornalista sovietico all'egoismo occidentale, aggiunse, "La vera fede della cultura disco non è l'amore per il prossimo, ma quello per se stessi, principale oggetto del desiderio in questa epoca di sesso a circuito chiuso, masturbatorio e da vibratore. Fuori l'ingresso di ogni discoteca dovrebbe essere eretta una statua della divinità regnante: Narciso." La disco-music, in piena deflagrazione, trovò sul suo cammino ben altri e più coriacei detrattori: piccoli intellettuali frustrati, incapaci dare una valutazione effettiva del fenomeno, almeno da un punta di vista dell’impatto sociale. La discomania di massa era, comunque, dilagante ed i ballerini, non davano alcuna importanza al ballare in solitudine: non c'era alcun divertimento se eri la sola persona nel club, soprattutto non davano importanza alle voci contrarie che in quegli anni giungevano da ogni contrada. Piuttosto, ad essi piaceva stare in una sala con altri che ballavano ed un DJ che suonava, e ciò voleva dire che la loro esperienza era, nel contempo, individuale e collettiva. Il piacere diventava più intenso quando i movimenti individuali raggiungevano una sincronia sinergica. Il mondo aveva voglia di ballare e per alcuni anni, nessuno riuscì a fermarlo.

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