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1977/78:
QUANDO LA “DISCO” VINCEVA SU TUTTO.
Da uno zoppicante uno virgola tre di percentuale
d'ascolto, la stazione si ritrovò all'undici virgola tre, affiancando la WABC e
la WBLS, prima ben lontane. La notizia del colpaccio viaggiò veloce. "Nel
periodo che ero a New York, non potevi andare da nessuna parte senza sentire la
WKTU," racconta Ed Boyd, vicepresidente e direttore generale della KISS-FM di
Los Angeles, che passò alla disco in novembre. "Il suo impatto fu enorme e si
rivelò fondamentale nella nostra decisione di fare il cambio." WKTU-FM divenne
la stazione numero uno del mercato emergente, e per la fine dell'anno circa
duecento radio avevano già adottato un formato solo-disco. Il dominio del rock
nell'etere era finito. I proprietari delle discoteche furono ancora più abili ad
approfittare del boom, con finanzieri del calibro di Michael O'Harro - il
padrone del Tramp's di Washington e tre volte vincitore del titolo rilasciato da
Billboard di "consulente dell'anno per la musica disco" - che capirono come i
club potessero diventare di diritto nuove icone commerciali. O'Harro iniziò la
sua campagna marchio nel 1977, vendendo duemila pacchetti di sigarette Tramp's,
e realizzando il potenziale del nome del club, aprì in seguito una boutique
Tramp's, che gli permise di vendere migliaia di collane, magliette e posters con
il marchio Tramp's. Tutto ciò, merita di essere sottolineato, da parte di un
magnate il cui principio era stato quello di creare "una discoteca per coloro ai
quali non piacevano le discoteche." Verso la fine del 1978, negli Stati Uniti,
c'erano, dalle quindici alle ventimila discoteche, di cui una percentuale
significativa apriva in catene alberghiere o ristoranti, come Bobby McGee's,
Smuggler's Inn, Ramada Inn, Hilton, Sheraton, Hyatt Regency, Holiday Inn e
Marriott. La maggior parte aspirava ad eguagliare l'attrattiva di massa del Club
2001 che, con ventiquattro locali in esercizio ed oltre un centinaio in
preparazione, era diventato il marchio più popolare del paese nel campo delle
discoteche. "I nostri complessi sono equipaggiati come l'IBM," - dichiarò il
proprietario Thomas Jayson al New York Times - "Una volta che sei in affari con
noi, provvediamo a tutti i particolari, fino alle decorazioni in macramè alle
pareti." Altri locali appartenevano più al genere capannone, commercializzando
così in America l'atmosfera e gli spazi delle feste downtown. "Un vecchio garage
può andar bene," - consigliava Wayne Rosso, un ex DJ itinerante, che era
diventato direttore operativo per la Audio Concepts Inc. Dave Kelsey Sound,
società di consulenze artistiche per discoteche di Hollywood - "Bisogna avere
interni essenziali, con pochi posti a sedere. La gente deve stare in piedi e
girare. Il bar deve funzionare perlopiù a self-service, la botta gliela dai
all'ingresso col biglietto d'ammissione. In media, per aprire un locale, sei
cifre potevano bastare per iniziare: La maggior parte dell’investimento se ne
andava per l'amplificazione e le luci, che erano la vera attrattiva.
Duecentomila dollari era la spesa ideale, ma ce la si poteva fare anche con
cento-centocinquantamila. Considerata l'influenza di “Saturday Night Fever”, era
ovvio che a Brooklyn, luogo d'elezione del film, si vivesse un'ondata disco.
"Ero molto scosso dopo aver visto il film," dice Dj Pucciarelli, un altro
italo-americano con le idee molto chiare: "Ero appena sul punto di iniziare, ed
era chiaro che tutto stava per esplodere." Quando, nel maggio 1978, il Nite
Gallery aprì a Bay Ridge, i proprietari ingaggiarono a suonare Pucciarelli, che
era del posto, e nel giro di un mese il locale attraeva, il sabato sera, folle
di migliaia di avventori. Il Nite Gallery era cinque volte più grandi del 2000
e, dato che il pubblico delle periferie contava ormai sempre di più nel mercato
musicale, divenne l'unico e solo referente da Brooklyn per Billboard per le
classifiche musicali. Dal punto di vista delle dimensioni, per comprendere, il
Nite Gallery era Manhattan che si spostava a Brooklyn. Sebbene i clubs
generassero profitti lordi annuali stimati dai sei agli otto miliardi di
dollari, ben pochi erano di alto livello. C'erano centinaia di locali che
aprivano ed erano mal gestiti. Anche O'Harro, che aveva venduto più di mille
copie del suo manuale “Disco Concepts” da 75 dollari l'uno, ricorda: "C'era in
giro un numero impressionante di artisti che pretendevano di fare soldi
facilmente, un sacco di gente senza esperienza," La discoteca Arthur, che
riscuoteva un gran successo a New York, istituì una sorta di affiliazioni
commerciali con altri locali. Nessuna di queste "succursali" ebbe successo,
tanto che alla fine l'affare mandò in rovina anche il locale originale.
Manhattan rimase il termine di paragone con cui venivano misurate tutte le altre
metropoli della dance, compresa Los Angeles, che sperava, con lo Studio One in
testa, di contendere alla rivale della East Coast la supremazia nello scenario
dance del dopo “Saturday Night Fever”. Con soli otto grandi club che offrivano
musica disco agli oltre cinque milioni di cittadini in cerca di divertimento,
Los Angeles era ancora dietro a New York, che conservava l'ambito titolo di
città americana della disco-music. Comunque, con nuovi club che spuntavano
dappertutto e l'assistenza di due grandi stazioni radio, la KISS-FM e la KUTE-FM,
che programmavano musica da discoteca, nonché il crescente supporto di una
stampa attenta alle mode, l'opinione diffusa era che Los Angeles avesse il
potenziale per superare o almeno contendere a New York il titolo di capitale
nazionale della disco.
Continua

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