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ANNI
’70: DISCO, FUNK E DEE-JAYS DALLA PUNTINA “PRECOCE”!
Intanto tecnica dei DJs andava affinandosi, non solo per l’evoluzione di
talune sptrumentazioni, ma anche per l’arrivo di uno standard: Earl Young
(batterista dei Trammps) con “Love I Lost” di Harold Malvin & The Blue Notes
aveva inventato il famoso “four-to-floor”, il classico quattro quarti da
discoteca, che cominciava a rendere più facile il passaggio da un disco a
l’altro. Inoltre grazie alla genialità del produttore Tom Moulton arrivava anche
il disco-mix, il 12 pollici capace di contenere brani più lunghi e dotati di
lunghi breaks e di una migliore dinamica. Nick Siano, dal canto suo, continuò
imperterrito a seguire la propria ispirazione, entrando nell’industria
discografica, producendo e creando la musica che più amava. Fu poi il momento
della ribalta per talenti con tutte le credenziali in ordine, come Wayne Scott,
attivo in due famosi locali gay di New York, il Flamingo e il Saint, e Jim
Burgess che lavorava in club altrettanto intransigenti come il 12 West e 1'Infinity.
Il Thursday Club a Manhattan e il Metro700 a Long Island rimbombavano dei suoni
sparati da Jenny Costa, una delle prime DJ donne di quegli anni pionieristici.
Sulla West Coast, al Trocadero Transfer Club di San Francisco, Bobby Viteretti,
ancora un italo-americano, creava i suoi miraggi, utilizzando due registratori a
bobine, che gli permettevano di ottenere effetti di riverbero e metalliche
sonorità elettroniche, con risultati spesso affascinanti. Figure come Viteretti
ispirarono una schiera di seguaci che approntavano rudimentali stazioni di
miraggio anche con un modesto 'impianto stereo, al fine di dare un'impronta
personale ai pezzi preferiti. Utilizzando il pulsante di pausa della piastra a
cassette, registravano porzioni dei brani in un ordine diverso da quello
originario o inserivano frammenti strumentali ottenendo inedite sequenze. Così,
la figura del DJ diventava sempre più importante: nel 1975 David Mancuso diede
vita al primo “record-pool”, un servizio che recapitava agli abbonati dischi
promozionali da parte di diverse compagnie. I risultati furono alterni e a volte
gli acquirenti di un particolare pool si ritrovavano tra le mani canzoni gia
passate di moda. Il gruppo dei Fantastic Four mise in musica il problema in
“Disco Pool Blues”, che nel '77 entrò nelle classifiche di Billboard: una
dance-song in stile Philly, che raccontava gli alti e bassi di un DJs in balia
di un servizio consegne particolarmente lento. La Disconet, con sede a New York,
compagni tra le più conosciute e affidabili dell'epoca, distribuiva dei medley
gia fatti della durata di 18 minuti impressi su speciali dischi a 12", pronti
per 1'uso in discoteca. Per i DJs più seri ed avveduti, però, 1'effettiva
utilità di questo tipo di dischi fu limitata, dato che non si poteva prendere in
giro il pubblico delle discoteche, proponendogli, a più riprese, sequenze
esattamente identiche. In Europa, dove molti DJs seguivano le classifiche di
Billboard, queste emissioni Disconet risultarono invece molto comode. Quelli che
erano interessati al genere soul, allargarono i propri orizzonti, scoprendo
trascinanti pezzi funky. Compresa l'enorme importanza dei DJ nel determinare il
successo di una canzone, le case discografiche cominciarono a utilizzare i più
dotati per attribuire credibilità alle produzioni “disco” di punta (un fenomeno
che prese piede principalmente in America, dove ad esempio Francois Kervokian fu
ingaggiato per manipolare in studio brani popolari come “In the Bush di Musique”).
La scritta "mixato da Savarese" in copertina significava che anche pezzi, in
origine assolutamente insignificanti, meritavano un occhio di riguardo, sia da
parte dei DJs, che dagli appassionati. Nonostante la maggior parte dei 12 Inch
continuava a essere stampata solo in quantitativi limitati, un numero maggiore
di brani per specialisti cominciò a essere distribuito al di fuori delle grandi
aree metropolitane. Per attirare i compratori, molti di essi erano corredati da
copertine con immagini sexy più o meno spinte.. A partire dal 1979, un certo
numero di grandi etichette commerciali come la RSO pensarono di affldare ai DJs
il compito di rielaborare i loro prodotti mainstream. Al fine di dotarli di
maggiore forza di penetrazione sul mercato, impiegarono personaggi come Jim
Burgess e Jimmy Thompson. Così, invece di essere menzionati in fondo alla
copertina dell'album, i nomi dei remixers venivano stampati a caratteri cubitali
vicino al titolo del brano. I ruoli del cantante, del gruppo e del remixer-DJ
cominciarono a fondersi, segnando 1'inizio di una nuova era per la cultura della
produzione musicale proprio mentre la disco-music e le prime avvisaglie di una
rudimentale house si immergevano nuovamente nella palude dell’underground: quasi
un ritorno alle origini. Ovviamente, a quei tempi, l’inventiva, sovente era
superiore alla tecnica,, mentre a partire dai primi anni ’80, l’arrivo di certe
tecnologie offri ai DJs ed ai produttori notevoli possibilità di crescita, ma,
al contempo, iniziò a favorire, la banalizzazione e l’uso improprio delle
moderne strumentazioni. Con l’arrivo dei campionatori e dei sequencers la
tecnica si sostituì definitivamente alla creatività, mentre la tecnologia rubò
l’anima al groove!
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