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ANNI
’70: DISCO, FUNK E DEE-JAYS DALLA PUNTINA “PRECOCE”!
“Siamo i dieci dee-jay dalla puntina veloce,
con lo scretch sopra un rap, ci riconosci dalla voce!”. Era questo l’urlo di
battaglia, il manifesto programmatico di una nutrita banda di DJs italiani che
negli anni Ottanta spopolava in radio e in discoteca. le cose, però, per i
discc-jckeys non erano state sempre così agevoli; soprattutto passarono molti
anni, prima che potessero avere riconoscimenti, onori e gloria. La figura chiave
per l’evoluzione e la diffusione della musica da discoteca fu certamente quella
del DJ. Il “fantino del disco”, che, inizialmente, era considerato come un
semplice prolungamento animato del giradischi, non ebbe vita facile: sostituita
l’orchestra con i dischi, i proprietari dei locali cercarono qualcuno che
manovrasse i piatti e le luci, una specie esecutore materiale, un servizievole
officiante, valutato alla stressa stregua di un cameriere che serviva tra i
tavoli, talvolta pagato anche meno Non esisteva la tecnica, non c’erano le
strumentazioni adatte, soprattutto la figura del DJ era mutuata dalla radio,
dove oltre a scegliere dei brani, aveva la facoltà di parlare ad un microfono.
Nei locali da ballo, a volte neppure questo, anche se, nei primi anni di avvento
delle discoteche, qualcuno si avventurava al microfono, tentando di
personalizzare il proprio show e favorire un maggiore coinvolgimento del
pubblico presente in pista. La pratica del parlare tra un disco e l’altro cadde
presto in disuso e molti DJs cercarono di concentrarsi sulla scelta musicale,
proponendo sequenze che avessero un minimo di conseguenza logica, evitando
eccessivi alti e bassi, cambi di umore nel ritmo e bruschi passaggi da un pezzo
all’altro. Già dai primi anni ’70, qualcuno cominciò a trasformare quell’improvvisato
mestiere in qualcosa di “artistico”: non c’erano le sofisticate strumentazioni
di oggi, soprattutto non esistevano degli standard e all’interno dei club
l’'acustica era decisamente low-fi,, l’impianto antidiluviano e due arcaici
giradischi di legno e una primitiva postazione microfonica (dove il suono della
voce sembrava uscire da un barattolo) erano il massimo che un DJ potesse avere
in dotazione.. Pressoché inesistente e sconosciuto il controllo di pitch in
grado di regolare la velocità dei vinili. Come tutti i pionieri di qualunque
epoca e genere, i primi DJs possedevano talento a bizzeffe, voglia di fare e
spirito innovativo. Francis Grasso, gran sacerdote del Sanctuary, sviluppò per
primo alcune tecniche come quella del cosiddetto “slip-cueing”, che consisteva
nel tenere fermo il disco tra il pollice e 1'indice di una mano, mentre il
piatto del giradischi sotto continuava a girare, per poi lasciar andare il
vinile nel preciso istante in cui si voleva che al brano in programmazione ne
subentrasse uno nuovo, compatibile per numero di battute e simile per
orchestrazione. Grasso escogitò anche il procedimento di far suonare due dischi
simultaneamente per periodi assai lunghi, ottenendo un rudimentale e primitivo
effetto “phaser”, che conferiva al suono una dimensione spaziale. Sperimentando
instancabilmente, proponeva ibridazioni tra forme musicali diverse: brani soul
dilatati con 1'inserimento di break di batteria scovati in pezzi rock. Ad
esempio utilizzando il lamento di Robert Plant in “Whole Lotta Love” dei Led
Zeppelin e le cadenzate ritmiche di “I’m a Man” dello Spencer Davis Group,
riusciva a creare durante il proprio live-set una sorta di rudimentale antenato
di “Love To Love You Baby” di Donna Summer. In quello stesso periodo, nel 1970,
sempre a New York, ma in un'altra zona della città, nel quartiere di Soho, David
Mancuso teneva i suoi weekend-party al Loft, programmando sequenze di brani
secondo un'idea di svolgimento narrative, piuttosto che affidarsi a semplici
sovrapposizioni ritmiche. In questo scenario, accanto a Francio Grasso, David
Mancuso, Ray Caviano, David Rodriguez e Steve D'Aquisto, qusi tutti di sangue
italico, cresceva una nuova generazione di DJs di colore consapevoli del loro
nuovo ruolo creativo e comunicativo. Nel 1972, Nick Siano un diciassettenne
italo-americano, nativo di Brooklyn, dopo aver visto Mancuso in azione al Loft,
decise di aprire insieme al fratello un proprio locale, il Gallery. Divenuto
presto celebre, il club attiro legioni di new-yorkesi ansiosi di assaporare il
nuovo stile di vita notturna della città. Nick Siano pensava ad intrattenerli
mixando una gran quantità di suoni stimolanti, a prescindere dalla loro
provenienza come “Love's Theme” della Love Unlimited Orchestra e “Love Is the
Message” di MFSB, brani destinati a diventare dei classici, ma che all'epoca
erano completamente sconosciuti. Durante quegli anni Siano era assistito da due
futuri DJs di rango, Larry Levan e Franckie Knuckles, ai quali insegno fine arte
del mixaggio. Da sempre, orientato verso il black-sound ed affascinato dalla
soul-dance (in seguito, resa famosa da Levan e Knuckles), Nick Siano non fu
entusiasta di commercializzare il proprio sound, come gli venne richiesto al
momento del suo ingaggio allo Studio 54. Nell’ambiente modaiolo e superficiale
del “54”, la cosa non funzionò: dopo soli sei mesi Siano si vide licenziare su
due piedi...
Continua
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