PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  ANNI ’70: DISCO, FUNK E DEE-JAYS DALLA PUNTINA “PRECOCE”!

Siamo i dieci dee-jay dalla puntina veloce, con lo scretch sopra un rap, ci riconosci dalla voce!”. Era questo l’urlo di battaglia, il manifesto programmatico di una nutrita banda di DJs italiani che negli anni Ottanta spopolava in radio e in discoteca. le cose, però, per i discc-jckeys non erano state sempre così agevoli; soprattutto passarono molti anni, prima che potessero avere riconoscimenti, onori e gloria. La figura chiave per l’evoluzione e la diffusione della musica da discoteca fu certamente quella del DJ. Il “fantino del disco”, che, inizialmente, era considerato come un semplice prolungamento animato del giradischi, non ebbe vita facile: sostituita l’orchestra con i dischi, i proprietari dei locali cercarono qualcuno che manovrasse i piatti e le luci, una specie esecutore materiale, un servizievole officiante, valutato alla stressa stregua di un cameriere che serviva tra i tavoli, talvolta pagato anche meno Non esisteva la tecnica, non c’erano le strumentazioni adatte, soprattutto la figura del DJ era mutuata dalla radio, dove oltre a scegliere dei brani, aveva la facoltà di parlare ad un microfono. Nei locali da ballo, a volte neppure questo, anche se, nei primi anni di avvento delle discoteche, qualcuno si avventurava al microfono, tentando di personalizzare il proprio show e favorire un maggiore coinvolgimento del pubblico presente in pista. La pratica del parlare tra un disco e l’altro cadde presto in disuso e molti DJs cercarono di concentrarsi sulla scelta musicale, proponendo sequenze che avessero un minimo di conseguenza logica, evitando eccessivi alti e bassi, cambi di umore nel ritmo e bruschi passaggi da un pezzo all’altro. Già dai primi anni ’70, qualcuno cominciò a trasformare quell’improvvisato mestiere in qualcosa di “artistico”: non c’erano le sofisticate strumentazioni di oggi, soprattutto non esistevano degli standard e all’interno dei club l’'acustica era decisamente low-fi,, l’impianto antidiluviano e due arcaici giradischi di legno e una primitiva postazione microfonica (dove il suono della voce sembrava uscire da un barattolo) erano il massimo che un DJ potesse avere in dotazione.. Pressoché inesistente e sconosciuto il controllo di pitch in grado di regolare la velocità dei vinili. Come tutti i pionieri di qualunque epoca e genere, i primi DJs possedevano talento a bizzeffe, voglia di fare e spirito innovativo. Francis Grasso, gran sacerdote del Sanctuary, sviluppò per primo alcune tecniche come quella del cosiddetto “slip-cueing”, che consisteva nel tenere fermo il disco tra il pollice e 1'indice di una mano, mentre il piatto del giradischi sotto continuava a girare, per poi lasciar andare il vinile nel preciso istante in cui si voleva che al brano in programmazione ne subentrasse uno nuovo, compatibile per numero di battute e simile per orchestrazione. Grasso escogitò anche il procedimento di far suonare due dischi simultaneamente per periodi assai lunghi, ottenendo un rudimentale e primitivo effetto “phaser”, che conferiva al suono una dimensione spaziale. Sperimentando instancabilmente, proponeva ibridazioni tra forme musicali diverse: brani soul dilatati con 1'inserimento di break di batteria scovati in pezzi rock. Ad esempio utilizzando il lamento di Robert Plant in “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin e le cadenzate ritmiche di “I’m a Man” dello Spencer Davis Group, riusciva a creare durante il proprio live-set una sorta di rudimentale antenato di “Love To Love You Baby” di Donna Summer. In quello stesso periodo, nel 1970, sempre a New York, ma in un'altra zona della città, nel quartiere di Soho, David Mancuso teneva i suoi weekend-party al Loft, programmando sequenze di brani secondo un'idea di svolgimento narrative, piuttosto che affidarsi a semplici sovrapposizioni ritmiche. In questo scenario, accanto a Francio Grasso, David Mancuso, Ray Caviano, David Rodriguez e Steve D'Aquisto, qusi tutti di sangue italico, cresceva una nuova generazione di DJs di colore consapevoli del loro nuovo ruolo creativo e comunicativo. Nel 1972, Nick Siano un diciassettenne italo-americano, nativo di Brooklyn, dopo aver visto Mancuso in azione al Loft, decise di aprire insieme al fratello un proprio locale, il Gallery. Divenuto presto celebre, il club attiro legioni di new-yorkesi ansiosi di assaporare il nuovo stile di vita notturna della città. Nick Siano pensava ad intrattenerli mixando una gran quantità di suoni stimolanti, a prescindere dalla loro provenienza come “Love's Theme” della Love Unlimited Orchestra e “Love Is the Message” di MFSB, brani destinati a diventare dei classici, ma che all'epoca erano completamente sconosciuti. Durante quegli anni Siano era assistito da due futuri DJs di rango, Larry Levan e Franckie Knuckles, ai quali insegno fine arte del mixaggio. Da sempre, orientato verso il black-sound ed affascinato dalla soul-dance (in seguito, resa famosa da Levan e Knuckles), Nick Siano non fu entusiasta di commercializzare il proprio sound, come gli venne richiesto al momento del suo ingaggio allo Studio 54. Nell’ambiente modaiolo e superficiale del “54”, la cosa non funzionò: dopo soli sei mesi Siano si vide licenziare su due piedi...

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