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CHI
SIAMO O CHI CREDIAMO DI ESSERE?
Questa è una storia lunga che comincia da
molto lontano. La prima volta che entrai una discoteca avevo quattordici anni.
Correva l'anno di grazia 1974, il 28 dicembre per l'esattezza. Mia sorella, di due anni più grande, era stata
invitata ad una festa privata a pagamento (private-rent), che si teneva in un
piccolo locale, capienza un centinaio di persone al massimo, ma alquanto carino.
C'erano le luci che illuminavano il pavimento della pista (dance-floor), la
sfera con gli specchi riflettenti, le stroboscopiche pulsanti, il rotor, il wood,
(utilizzato quando si mettevano i lenti, si proprio i lenti) quella strana luce
che ti rendeva la faccia ebano ed i denti bianchissimi, tanto da farti sembrare
uno dei Jackons Five. Per farla breve, il DJ, o presunto tale, il quale era uno
dei nipoti pel proprietario del locale, mi chiese di dare un'occhiata alla
consolle, mentre avrebbe ballato con una ragazza. Mi disse: "quando
finisce il disco, schiaccia questo tasto e poi gira questa manopola, è facile!".
Voi vi domanderete, perchè lo chiese proprio a me? Semplice, da circa un'ora, gli
stavo facendo domande su quello strano lavoro, il DJ, riferendogli dalla mia
prematura passione per il funk ed il soul e per quella strana cosa che molti
cominciavano a chiamare "Disco_Muisic" e soprattutto per James Brown, Barry
White, Gloria Gaynor, Otis Redding, Aretha Franklyn. A proposito, la consolle
era uno strano archibugio di legno in cui erano incastrati un amplificatore, due
giradischi ed una centralina per il controllo delle luci (simile a quella che
vedete nella fotoin basso, ma molto più antica). Il mixer non esisteva, quando un disco
stava per sfumare, si schiacciala lo start dell'altro giradischi, mentre con un
potenziometro (una rotellina) si alzava il volume, creando una specie di
effetto dissolvenza. Per capirci, a seconda che il potenziometro venisse
spostato a destra o a sinistra, il disco entrante acquistava tutto il volume a
detrimento di quello uscente. Di pre-ascolto, neanche a parlarne: Nessuno
all'epoca sapeva che cosa fosse. Si lavorava ad occhio e non ad orecchio. Ma
ritorniamo al momento in cui ebbi l'ardire di far "scivolare" il primo disco
della mia carriera di DJ (all''epoca neppure in nuce). Le mani mi tremavano, la
versione di latino che avevo fatto nel pomeriggio a confronto era stata una
passeggiata. Quando stava per arrivare il momento, il DJ mi lanciò un'occhiata
dalla pista, come per dirmi..adesso, vai! Fu così eccitante che neanche mi resi
conto che il disco stava già suonando. Era andato tutto bene, nessun disastro.
Al contrario, la pista cominciò a riempirsi ancora di più. Il DJ mi guardò
dapprima con aria severa, come aver dire - che hai fatto? -, ma poi sorrise,
facendo un gesto di approvazione e proferendo alcune parole. Dal labiale, capii
che mi stava dicendo bravo. In realtà, avevo sortito una piccola marachella.
Prima di allontanarsi, il DJ aveva preparato un disco di Les Humphries Singers,
ma io, con una certa spregiudicatezza, lo avevo sostituito con "Think"
di James Brown. Da allora sono passati trentatrè anni e, vi garantisco, che ogni
tanto prendo quel vecchio 45 giri di James Brown, lo riascolto e provo ancora le
stesse emozioni. Morale della favola (tutto vero, però), per me e quanti
mi sono vicini in questo "gioco", i favolosi anni 60, i rutilanti anni 80,
gli allucinati anni 90, gli anoressici anni 2000 non sono nulla a confronto dei
FRAGOROSI ANNI 70. In verità, avevo già una certa dimestichezza con il
vinile: merito di un mio zio che possedeva un giradischi ed una folta collezione
di dischi di ogni genere. Da lì a poco nacquero le prime Radio Libere, poi
diventate Private, Net-Work o altro, quindi potemmo cominciare a sfogare i
nostri istinti disco-funkoidi nell'etere ed in vari locali da ballo che in
quegli anni di "febbre sabatina" venivano fuori come i funghi. Dall'America ci
giungeva notizia di certi "Loft", di questi appartamenti adibiti a discoteche o
clubs privati. Non ci siamo fatti mancare neppure questa esperienza. Il 1976,
partecipai a molte feste private, alcune clandestine, nel senso che si
consumavano in matinèe, quando si marinava la scuola. Un mio compagno di liceo,
figlio di un ricco professionista della dentiera, aveva adibito una piccola
discoteca nello scantinato della villetta di famiglia, quando non ballavo,
cercando di corteggiare quella del terzo banco, anch'io mettevo i dischi,
utilizzando due anacronistici giradischi, quelli di Selezione del
Reader's Digest (ricordate?). Erano i tempi di Tony Camillo Bazooka, Brass
Construction, LTD, The Trammps. Che tempi ragazzi del 77!!! Pensate che
quando cominciammo a suonare con imitici LENCO L 76, ci sembrava di
toccare il cielo con un dito, soprattutto quando scoprimmo che togliere la gomma
dal piatto, sostituendola con una rudimentale "slipmap" ricavata da un tondo di
moquette, poteva rendere il lavoro più semplice e scorrevole. Per questo non
finirò mai di ringraziare un amico, all'epoca fonico alla Rai, il quale aveva
fatto un corso di perfezionamento negli USA. Durante il suo soggiorno a New
York, siamo nella prima metà degli anni '70, era andato ramingo per le varie
discoteche a caccia di idee e di spunti per il suo lavoro. Proprio in questo
girovagare notturno, aveva appreso che, bastava mettere sotto la "slipmap"
un sottile foglio di carta ed il piatto del giradischi avrebbe incontrato
ancora meno attrito. La mia tecnica di missaggio è rimasta sempre
molto essenziale ed asciutta, anche perchè sono un propugnatore ed un
divulgatore delle teorie del DJ-FILOSOFO
David Mancuso: la bella musica a discapito del tecnica, ossia i dischi vengono
proposti non per abbinamento di battute o per similitudine tecno-ritmica, ma quasi
per affinità elettiva. Personalmente, ho sempre proposto la musica, seguendo una
sorta di evoluzione "narrativa", partendo dai ritmi più caldi, più soul-funk dei
primi settanta, passando attraverso contaminazioni afro-rock-reggae, fino ai
motivi più calibrati e metronomici dei primi anni ottanta. (Eì importante
sapere che gli anni 70, musicalmente parlando, finiscono il 1983, poi cambia la
tecnologia, altri suoni, altre storie). Ho continuato a "mettere i dischi",
in vari locali, fino alle soglie del 2000, Funk, Afro, Rap, Reggae, tutta roba che
non ha nulla a che spartire con la perfezione di un cambio al millesimo di
battuta o con l'eccesso di tecnicismo sviluppatosi dopo la seconda metà degli
anni 80. Per capirci, gli ANNI 70 sono così: giradischi di legno, suoni caldi,
poca tecnica e tanto divertimento. Non sono però la festa di Carnevale sono una
filosofia di vita!!!
Francesco C. Verrina

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Osservate bene questa vecchia consolle da
"viaggio", alla fine degli anni 70, primi anni 80, era un lusso
per pochi. Nulla a che spartire, però, con la sofisticata
tecnologia attualmente in uso. Se osservate la foto sulla
sinistra, vi rendete conto di quanto fosse poco importante il
"mixing": le slitte del mixer sembrano poco più che dei
potenziometri, mentre i giradischi erano collocati ad una
distanza siderale. Eppure, le piste pullulavamo di gente: il
sabato in discoteca si caratterizzava come un vero e proprio
happening. Non ci risulta che alcuno sia andato mai allo
STUDIO 54 di New York, ho abbia sperato di andarci, (non
facevano entrare tutti) perchè c'era un DJ che miscelava bene
la musica. Ho citato lo STUDIO 54, ma in Italia la situazione
non era affatto dissimile.... |
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