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ANNI
80: DOPO LA DISCO, DI TUTTO UN POP!.
Le generazioni degli anni 80
dovettero muoversi fra eventi e cambiamenti epocali decisamente frettolosi: la
morte di John Lennon, la nascita delle tv commerciali, la tv a colori per tutti
e la diffusione dei video-registratori su larga scala, avvento dei video-clips,
con conseguente affermazione dell’immagine sull’immaginazione, l’introduzione
del CD e l’inizio del superamento del vecchio vinile, mentre i computers e le
macchine cominciarono a sostituire l’uomo, non in tutto, ma con un evidente calo
della creatività e, poi, il crollo delle ideologie comuniste (ma non solo), la
caduta del muro di Berlino, la tragedia di Cernobyl, la triste scoperta
dell'AIDS (che produsse un certo irrigidimento dei costumi), la consapevolezza
di un mondo attanagliato dai problemi della povertà e della fame, culminata nel
Live-Aid / USA For Africa, il più grande raduno di pop-rock-stars di tutti i
tempi, al cospetto del quale, finanche Woodstoock, sembrò roba da niente, se non
altro perché il LiveAid ebbe una finalità benefica. E’ innegabile che chi
governava il mondo dei suoni, talvolta, appariva invisibile ed impalpabile,
altre volte inesistente, ma sarebbe, storicamente inesatto, fare d’ogni erba un
fascio: molti dei gruppi nati in quegli anni, U2, Simple Minds, REM, Red Hot
Chilli Peppers, Depeche Mode, Simply Red, sono ancora attivi e con
riconoscimenti lusinghieri in termini di mercato, per non parlare di Prince,
Madonna, Sting, Michael Jackson , Lionel Richie e tanti altri che riescono a
catalizzare le attenzioni di radio, tv, giornali, internet ad ogni stormir di
fronde. Si pensi al grande clamore suscitato dalla “reunion “dei Police. In
molti casi, non furono gli uomini ad inventare il “gioco” ma le macchine.
L’evoluzione dei media, portò, in molte circostanze, allo sfruttamento degli
stessi, attraverso il linguaggio che essi proponevano: più immagine e meno voce,
più notizia o gossip e meno musica. Oggi sarebbe, pressoché, impossibile non
tener conto della rete, del computer, dell’I-pod, degli MP3, dei DVD, così, gli
Ottanta furono le specchio fedele dei mezzi e delle tecnologie che imperavano in
quegli anni. Tutti coloro che sognavano capigliature scarmigliate, chitarroni
graffianti e pantaloni a zampa d’elefante, sobbalzarono nel vedersi,
improvvisamente circondati da giovinetti efebici, circondati da tastiere,
drum-machines, intenti ad intessere lodi sonore al verbo elettronico, sovente,
alimentate da un ripetitivo quattro/quarti, pronto all’uso in discoteca, e, di
tanto in tanto, attraversate da testi deliranti, finto-poetici e votati
all’esaltazione dell’apparire, più che dell’essere. Già, la new-wave, nella sua
più raggelante ed ibernata corrente, definita dagli storici “cold-wave”, aveva
mandato in pensione le chitarre tipiche del vecchio rock fatto di due accordi
rubati al rhythm & blues, ma senza per questo scadere di qualità e capacità
innovativa. Molti di questi alfieri dell’onda-gelida, avevano metabolizzato la
lezione impartita dai maestri germanici (Kraftwerk) e dagli antesignani della
sperimentazione in perenne divenire, David Bowie, Brian Eno e Robert Fripp,
distillando dei lavori assai interessanti sotto il profilo dell’intuizione: Gary
Numan, John Foxx, Stranglers, Bauhaus, Joy Division, solo per fare qualche nome.
Anche in Italia, con l’arrivo degli anni ’80, le cose migliorarono notevolmente.
Dopo il declino della stagione cantautorale, nuovi idoli si affacciarono
all’orizzonte, in primis Vasco Rossi, capace di tenere insieme tradizione ed
innovazione, Pino Daniele, raffinato cesellatore di suoni dal sapore nero,
filtrati attraverso un gusto per una mediterraneità aperta a Sud, Franco
Battiato, genio della sinfo-elettronica, incompreso negli anni ’70, ed ora
capace di fondere suoni e culture lontane in un esaltante meltimg-pot di razze
ed etnie musicali; mentre sul versante più melodico si affermarono artisti del
calibro di Eros Ramazzotti, oggi acclamato all’estero come una rock-star e Raf,
ritornato (in quegli anni) al bel canto italico, dopo aver conquistato le
discoteche di mezzo mondo, usando l’albionico idioma e, non ultimo, Zucchero
capace d’inventarsi l’idea di un bianco che canta come un altro bianco (Joe
Cocker), capace, a tratti di cantare, come un nero. L’elenco potrebbe continuare
all’infinito. Gli ’80 vanno ricordati anche come gli anni dei dualismi e delle
rinate contese: era dai tempi dei Beatles VS Rolling Stones che non si vedevano
due schiere di fans, l’una contro l’altra (bonariamente) armata, parteggiare per
i Duran Duran o gli Spandau Sallet, due formazioni, musicalmente proficue ed
innovative, in grado di scomodare folle oceaniche, riempire stadi, palasport ed
innescare scene di isteria collettiva tra le fans, roba che non accadeva dai
tempi della premiata ditta capeggiata dall’accoppiata Lennon-McCartney con tanto
di caschetto languido ed occhietto vispo. Non vanno dimenticate, ad esempio
l’opera massima dei Pink Floyd, “The Wall” (film e disco) ed alcune delle perle
della discografia come “Making Moves” dei Dire Straits, “Hallo, I must Be Going”
di Phil Collins, “The Nightfly” di Donald Fagen, “Arc of a Diver” di Stevie
Winwood, “Purple Rain” di Prince, “Lets Dance” di David Bowie” o “Like a Virgin”
di Madonna. E quando la new-wave, cedette il passo alla dance-wave, adottando
definitivamente in modulo in quattro/quarti con destinazione ballo, una nuova
british-invasion diede assalto alle classifiche di mezzo mondo, condizionando
non poco anche artisti e generi, fino ad allora, poco sensibili a talune
fenomenologie: Heaven 17, Depeche Mode, Human League, OMD, Buggless (del geniale
Trevor Horn) Eurhytmics e Yazoo. Queste ultime formazioni fecero conoscere alle
masse due delle più belle ugole di tutti tempi, Annie Lennox e Alison Moyet. Non
va assolutamente tralasciata l'affermazione, a livello planetario, della
diffusione del musica Reggae, genere originario dalla Giamaica, che elesse a
proprio "domicilio fiscale" l'Inghilterra, favorendo la commistione con altri
stili e dando vita ad alcuni importanti prodotti meticci, tra cui possono essere
annoverati certi dischi dei Police, dei Clash, per non parlare degli UB 40 et
similia. È altrettanto vero che il decennio appare disseminato di tanti prodotti
usa e getta, meteore, replicanti, ma senza annoiarvi con la pedanteria di
elencazioni inutili, diciamo che sono esisti in ogni epoca. Molti Italiani non
stettero con le mani in mano, a partire dal 1982, si ritagliarono un’importante
spazio nell’ambito della dance europea e mondiale con risultati lusinghieri
anche in termini di quote di mercato. Purtroppo, quella che, ancora oggi, viene
identificata con il termine italo-disco, pur vantando, soprattutto nei paesi
germanici schiere di sostenitori e “collezionisti”, viene sovente designata dai
detrattori con il dispregiativo termine di spaghetti-dance e, poiché
disconosciuta da buona parte della critica, non ha potuto elevarsi mai al
dignitoso rango di musica pop, inteso come popolare, ma questo merita una
trattazione a parte.
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