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ANNI
80: DOPO LA DISCO, DI TUTTO UN POP!.
Era il 1989 e Raf cantava “Cosa resterà degli anni ’80…”, quasi una premonizione
su tutto ciò che si sarebbe detto e scritto su questo anomalo decennio, dove
tutto sembrava essersi sviluppato all’insegna del disimpegno e di “quella
insostenibile leggerezza dell’essere” che, dal cinema alla musica, dalla
letteratura al teatro, aveva invaso le umane coscienze, ottundendo le menti e
castrando la creatività. Le parole di Raf, pareva volessero dire che degli anni
’80 non sarebbe rimasto nulla o poco: tutto troppo volatile, leggiadro, senza
consistenza se paragonato al fervore dei mitici anni ’60 o, addirittura, agli
anni ’70, che pur con grandi contraddizioni, avevano prodotto, in campo
musicale, fenomeni di tutto rispetto. Per lungo tempo, vi fu quasi una sorta di
comune sentire, che riassumeva la storia di quegli anni come la peggiore del
dopoguerra, fatta di suoni freddi e sintetici, esasperazione del fattore
estetico, edonismo reaganiano ed individualismo sfrenato. Poi arrivarono gli
anni ’90, sotto altri auspici, ma, musicalmente parlando, tradirono ogni
premessa o promessa: degli anni ’90 resta, davvero, ben poco. Con l’avvento del
terzo millennio, le prospettive non sembrarono per nulla allettanti, al punto
che il “nostalgismo” per il tempo passato iniziò a riaffiorare: ondate anomale
di revival anni Ottanta, sotto forma di zibaldoni saltellanti, con tanto di
trenino finale e “tutti su le mani”, vennero proposte da DJs, più interessati a
riempire la pista e guadagnarsi il gettone, che a comprendere l’esatta portata
del fenomeno. Per la gioia dei nostalgici di quegli anni, che cominciarono a
rivedersi giovinetti alle prese con cartoni animati giapponesi e computers
Commodore 64, ecco scodellate sul mercato una serie interminabile di
compilations a presa rapida: sempre le stesse con i soliti noti, una quarantina
di brani, talvolta “listati” nella peggiore delle sequenze logiche, quasi a
voler disconoscere, a priori, la “consecutio temporum” del verbo musicale,
sovente con la complicità di qualche film di seconda serie infarcito di
marcettine acriliche e melodie annacquate. A tutto questo, si aggiunga
un’incontenibile valanga di remakes di pezzi, più o meno noti, di quel periodo
(prima) tanto aborrito ed ora celebrato anche dai principali detrattori; senza
contare che i rifacimenti, ossia le covers, come si preferisce chiamarle, sono
sempre decisamente più brutte ed insignificanti rispetto alle partiture
originali. Si potrebbe liquidare la pratica dicendo che, in tempo di vacche
magre (dal punto di vista creativo), ci si attacca a qualsiasi cosa pur di
sopravvivere, dopo aver raschiato, finanche, il fondo del barile. A parte la
“spremitura” mercantile ancora in atto, gli anni ’80 sarebbero da rivalutare
attraverso un’analisi più attenta e complessiva dei “fenomeni” che hanno
attraversato il decennio più “veloce”, almeno così deve essere sembrato, forse
perché più breve di ogni altro. Quando si dice anni ’80, musicalmente parlando,
ci si riferisce, a discapito del calendario ufficiale, ad un lasso di tempo
compreso tra il 1983 ed il 1988: i primi anni del decennio, sotto tutti i
versanti, sia che si tratti di rock, ad esempio, dove ogni espressione musicale
risentì notevolmente dell’influenza del punk e della cosiddetta hard-wave, sia
che si parli di dance, dove i fuochi della disco-music anni Settanta
continuarono ad ardere ancora a lungo; in ogni caso, a partire dal 1984, con
l’avvento e la diffusione dei campionatori, dei sequencer e di altri ritrovati
tecnologici, l’humus musicale venne modificato profondamente, così come, a
partire dalla fine dell’88, il recupero di talune sonorità ed un ritrovato senso
critico, lasciò presagire che gli anni Novanta fossero già entrati in scena. In
prima istanza ed a scanso di equivoci, va detto che gli anni Ottanta,
soprattutto se paragonati a quanto accade di questi tempi, si mostrano come anni
a dir poco “straordinari”. Quanto affermato, potrebbe lasciar presagire che vi
sia stata, più che una “sottovalutazione” una congiura vera e propria. Coloro
che, per primi, iniziarono a sparare a pallettoni su quel periodo, furono gli
stessi che avevano riservato un trattamento simile agli anni ’70, in particolare
alla componente più ludica, la disco-music. Questi signori, attualmente, non più
giovanissimi ed alle prese con qualche problema di prostata (con tutto il
rispetto per la prostata, che non risparmierà probabilmente nessuno di noi),
protetti da un apparato pseudo-culturale ed impantanati nelle ideologie,
agognavano ancora di vedere spuntare dai microsolchi capelloni, chitarre
distorte ed esaltanti peana in favore di acid-parties e barricate contro il
potere. Sono gli stessi che pur di fare ammucchiate editoriali, raccontarono al
mondo che, ad esempio, i Clash o Ian Dury ed punk erano la stessa cosa, che i
Ramones erano un gruppo degno della migliore tradizione rock, che la new-wave
fosse una naturale conseguenza del punk, anzi una sorta di illuminato
rinascimento da quelle fumose macerie e che gruppi o artisti come i Talking
Heads, i Blondie, Joe Jackon e Pati Smith dovessero essere ascritti al fenomeno
new-wave, no-wave, pre-punk o post-punk o che un gruppo, di per sé emblematico e
forse rappresentativo di una certa generazione, come i Sex Pistols potesse
essere inserito tra i grandi della musica, pur avendo con quest’ultima un
rapporto di parentela assai alla lontana. Lo scenario politico, sociale e
culturale degli anni ’80 risulta assai più complesso, così come, estremamente,
composito e sfaccettato si manifestò lo scenario musicale (e relativi attori)
del periodo caratterizzato da una grande varietà umana, nonché di generi: “The
River” di Bruce Springsteen, “Gaucho"”degli Steely Dan e “Remain in Light” dei
Talking Heads, prodotti di pregevole fattura, non avevano nulla in comune,
eppure sono le varie facce della stessa medaglia, i tanti aborriti ’80, anni
bollati col marchio dell'infamia, accusati di aver propagandato la vacuità
dilagante, elevando il velleitarismo e l’egoismo a forma d'arte, nonché il
teatrino dell'effimero a pura rappresentazione di un codice esistenziale fatto
di superficialità e cura dei tratti estetici. Forse, gli anni Ottanta della
“musica” non furono soltanto un rincorrersi di gente vuota aggrappata al proprio
look, intenta solo ad agitarsi sotto le luci di un successo usa e getta, a
guardarsi allo specchio ed a cantare in play-back...
Continua
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