PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

Continua

  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

Continua

  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

Continua

  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

Continua

 

  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  ANNI 80: DOPO LA DISCO, DI TUTTO UN POP!.

Era il 1989 e Raf cantava “Cosa resterà degli anni ’80…”, quasi una premonizione su tutto ciò che si sarebbe detto e scritto su questo anomalo decennio, dove tutto sembrava essersi sviluppato all’insegna del disimpegno e di “quella insostenibile leggerezza dell’essere” che, dal cinema alla musica, dalla letteratura al teatro, aveva invaso le umane coscienze, ottundendo le menti e castrando la creatività. Le parole di Raf, pareva volessero dire che degli anni ’80 non sarebbe rimasto nulla o poco: tutto troppo volatile, leggiadro, senza consistenza se paragonato al fervore dei mitici anni ’60 o, addirittura, agli anni ’70, che pur con grandi contraddizioni, avevano prodotto, in campo musicale, fenomeni di tutto rispetto. Per lungo tempo, vi fu quasi una sorta di comune sentire, che riassumeva la storia di quegli anni come la peggiore del dopoguerra, fatta di suoni freddi e sintetici, esasperazione del fattore estetico, edonismo reaganiano ed individualismo sfrenato. Poi arrivarono gli anni ’90, sotto altri auspici, ma, musicalmente parlando, tradirono ogni premessa o promessa: degli anni ’90 resta, davvero, ben poco. Con l’avvento del terzo millennio, le prospettive non sembrarono per nulla allettanti, al punto che il “nostalgismo” per il tempo passato iniziò a riaffiorare: ondate anomale di revival anni Ottanta, sotto forma di zibaldoni saltellanti, con tanto di trenino finale e “tutti su le mani”, vennero proposte da DJs, più interessati a riempire la pista e guadagnarsi il gettone, che a comprendere l’esatta portata del fenomeno. Per la gioia dei nostalgici di quegli anni, che cominciarono a rivedersi giovinetti alle prese con cartoni animati giapponesi e computers Commodore 64, ecco scodellate sul mercato una serie interminabile di compilations a presa rapida: sempre le stesse con i soliti noti, una quarantina di brani, talvolta “listati” nella peggiore delle sequenze logiche, quasi a voler disconoscere, a priori, la “consecutio temporum” del verbo musicale, sovente con la complicità di qualche film di seconda serie infarcito di marcettine acriliche e melodie annacquate. A tutto questo, si aggiunga un’incontenibile valanga di remakes di pezzi, più o meno noti, di quel periodo (prima) tanto aborrito ed ora celebrato anche dai principali detrattori; senza contare che i rifacimenti, ossia le covers, come si preferisce chiamarle, sono sempre decisamente più brutte ed insignificanti rispetto alle partiture originali. Si potrebbe liquidare la pratica dicendo che, in tempo di vacche magre (dal punto di vista creativo), ci si attacca a qualsiasi cosa pur di sopravvivere, dopo aver raschiato, finanche, il fondo del barile. A parte la “spremitura” mercantile ancora in atto, gli anni ’80 sarebbero da rivalutare attraverso un’analisi più attenta e complessiva dei “fenomeni” che hanno attraversato il decennio più “veloce”, almeno così deve essere sembrato, forse perché più breve di ogni altro. Quando si dice anni ’80, musicalmente parlando, ci si riferisce, a discapito del calendario ufficiale, ad un lasso di tempo compreso tra il 1983 ed il 1988: i primi anni del decennio, sotto tutti i versanti, sia che si tratti di rock, ad esempio, dove ogni espressione musicale risentì notevolmente dell’influenza del punk e della cosiddetta hard-wave, sia che si parli di dance, dove i fuochi della disco-music anni Settanta continuarono ad ardere ancora a lungo; in ogni caso, a partire dal 1984, con l’avvento e la diffusione dei campionatori, dei sequencer e di altri ritrovati tecnologici, l’humus musicale venne modificato profondamente, così come, a partire dalla fine dell’88, il recupero di talune sonorità ed un ritrovato senso critico, lasciò presagire che gli anni Novanta fossero già entrati in scena. In prima istanza ed a scanso di equivoci, va detto che gli anni Ottanta, soprattutto se paragonati a quanto accade di questi tempi, si mostrano come anni a dir poco “straordinari”. Quanto affermato, potrebbe lasciar presagire che vi sia stata, più che una “sottovalutazione” una congiura vera e propria. Coloro che, per primi, iniziarono a sparare a pallettoni su quel periodo, furono gli stessi che avevano riservato un trattamento simile agli anni ’70, in particolare alla componente più ludica, la disco-music. Questi signori, attualmente, non più giovanissimi ed alle prese con qualche problema di prostata (con tutto il rispetto per la prostata, che non risparmierà probabilmente nessuno di noi), protetti da un apparato pseudo-culturale ed impantanati nelle ideologie, agognavano ancora di vedere spuntare dai microsolchi capelloni, chitarre distorte ed esaltanti peana in favore di acid-parties e barricate contro il potere. Sono gli stessi che pur di fare ammucchiate editoriali, raccontarono al mondo che, ad esempio, i Clash o Ian Dury ed punk erano la stessa cosa, che i Ramones erano un gruppo degno della migliore tradizione rock, che la new-wave fosse una naturale conseguenza del punk, anzi una sorta di illuminato rinascimento da quelle fumose macerie e che gruppi o artisti come i Talking Heads, i Blondie, Joe Jackon e Pati Smith dovessero essere ascritti al fenomeno new-wave, no-wave, pre-punk o post-punk o che un gruppo, di per sé emblematico e forse rappresentativo di una certa generazione, come i Sex Pistols potesse essere inserito tra i grandi della musica, pur avendo con quest’ultima un rapporto di parentela assai alla lontana. Lo scenario politico, sociale e culturale degli anni ’80 risulta assai più complesso, così come, estremamente, composito e sfaccettato si manifestò lo scenario musicale (e relativi attori) del periodo caratterizzato da una grande varietà umana, nonché di generi: “The River” di Bruce Springsteen, “Gaucho"”degli Steely Dan e “Remain in Light” dei Talking Heads, prodotti di pregevole fattura, non avevano nulla in comune, eppure sono le varie facce della stessa medaglia, i tanti aborriti ’80, anni bollati col marchio dell'infamia, accusati di aver propagandato la vacuità dilagante, elevando il velleitarismo e l’egoismo a forma d'arte, nonché il teatrino dell'effimero a pura rappresentazione di un codice esistenziale fatto di superficialità e cura dei tratti estetici. Forse, gli anni Ottanta della “musica” non furono soltanto un rincorrersi di gente vuota aggrappata al proprio look, intenta solo ad agitarsi sotto le luci di un successo usa e getta, a guardarsi allo specchio ed a cantare in play-back...

Continua


ALL RIGHTS RESERVED ©2000/2007 ADVNEWS.com