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ANNI
70: MUSIC CONTAMINATION
La musica nera,
con tutte le componenti culturali e musicali, di identità e di ritmo, tipiche
della cultura afro-americana, si era trasferita armi e bagagli a combattere
sotto le insegne della “disco”, sottolineando una sorta di stato di grazia e di
benessere per l’industria discografica, che tornava a sentire nuovamente il
profumo di dollari: soldi che consentirono alle labels (dissanguate dai
fallimenti commerciali di molti artisti cosiddetti “impegnati”) di continuare a
tenere vivo il sacro fuoco del rock, ma la “sinistra giovanile”, in Europa ed
Italia particolarmente, non comprese, (e lo stesso farà, di lì a poco, con il
punk-rock), ostinandosi a rimaner attaccata agli eterei sogni, ormai svaniti,
della tipica mitologia infantile “pinkfloydiana” e “west-coastiana”, che
vaneggiava ancora di rallentamento della percezione e di alterazione della
realtà sotto l’effetto di “erbe buone”. Fu l'intero mercato mondiale, però, a
non recepire, pienamente, il fenomeno, poiché si trattava appunto di “musica
nera”: come era accaduto per il rock'n'roll (che i bianchi lo accettarono,
solamente, quando fu un bianco, Elvis Presley, ad assumere lo scettro del
comando ed a fornire loro l’alibi di una “sbiancata” normalità), cosi la disco
non oltrepassò il fossato della diffidenza, fino a quando non furono dei bianchi
ad impossessarsene. I Bee Gees, alla fine del 1977, offrirono una forma
sbiancata e commerciale rispetto a quella sensuale ed esplosiva miscela proposta
dalla disco-funk di matrice R&B. I Fratelli Gibb delimitarono il mercato,
dapprima, con alcuni singoli in ordine sparso e, successivamente, con i vari
hits inseriti nella colonna sonora de “La Febbre del Sabato Sera”, lanciando
John Travolta, il “travoltismo” ed sdoganando la “disco” a livello mondiale. Nel
frattempo, pero, la disco nera aveva già cambiato connotati. La ricetta bene o
male era stata recepita, gli ingredienti erano assai facili da miscelare, cosi
nacquero superstar in Francia (Cerrone, Sheila B. Devotion), in Italia (La
Bionda, Easy Going, Macho, Peter Jaques Band, Change), in Inghilterra (Dee D.
Jackson, Real Thing, Delegation), in Germania (Boney M, Giorgio Moroder, Village
People), mentre cresceva anche un filone disco-elettronico di tipo
fantascientifico o legato al pop come quello di Amanda Lear (ambiguo personaggio
proveniente da ambienti intellettuali inglesi) o, ancora, quello dei Rockets
(che si travestivano da marziani, arricchendo la disco con qualche schitarrata
da finto Hard-rock). Sul versante rock, moltissimi parteciparono alla corsa in
chiave disco, cosi i Rolling Stones misero a segno un colpaccio da rapina del
secolo, quando, nel 1978, con i due semplici accordi di “Miss You” (peraltro,
gli stessi di sempre, ma appena più ritmati) portano a casa gran parte della
torta, seguiti, da lì a poco, da Rod Stewart con “Do ya think i'm sexy?”. Quasi
tutti si gettarono a capofitto nel filone “disco”, chi per interesse, chi per
scherzo e chi per soldi. Ecco allora che, mentre l'enorme successo di “Grease “
introduceva all'ennesimo revival dei Cinquanta con brani di puro rock'n'roll
rielaborati in stile disco, si assiste alla metamorfosi della disco-music, che
si apre a moduli rock e rhythm & blues, allargando i propri orizzonti
elettronici e recependo, in parte, la carica di energia proveniente dal
punk-rock e dalla new-wave. Si assiste ad una sorta di rovescio della medaglia:
Donna Summer cominciò a parlare un nuovo linguaggio ricco di termini rock con
“Hot Stuff “, mentre gli hits “disco” dell'estate 1979 ebbero quasi tutti un
staglio pop & easy come “In the navy” dei Village People o più R&B come “Ring my
bell” di Anita Ward e “Knock on wood” di Amii Stewart, oppure echeggiarono il
rock elettronico della new-wave in particolare “Beat the clock” degli Sparks,
“Pop Muzik” degli M e “Heart of glass” dei Blondie, “Video killed the radio
star” dei Buggles e “Moskow Diskow” dei Telex). Accanto al fenomeno disco-music,
dal 1975, era cresciuta negli USA una nuova schiera di talenti, a discapito dei
dispensatori di melassa e dei fabbriferrai di bassa lega (sono gli anni delle
facce d'angelo alla Peter Frampton e dei fragorosi Kiss). A quel tempo, fra i
grattacieli di New York e la prateria apparve uno tale con i muscoli tesi e
molto fiato in gola: un giovane del New Jersey, il sanguigno Bruce Springsteen,
nato per correre e trascinarsi dietro cento nuove bande di imitatori e seguaci.
Springsteen venne lanciato come “il nuovo Dylan”, ovviamente Bruce era diverso,
risultando a prima vista più fragile, poco carismatico e meno adatto ad
elucubrazioni intellettuali. Ma in lui, c'era una sorta di "sturm und drang",
l'impeto e la passione erano incontenibili, mentre la calda umanità fu la sua
carta vincente. La musica straripava come un torrente sempre in piena, le parole
raccontavano storie di giovani bruciati dal desiderio di vita in una società che
li soffocava, costringendoli a vivere nell'oscurità delle periferie, nelle quali
si muovevano come in mezzo a una giungla, prima di tentare impossibili fughe nel
grande spazio accogliente della prateria, su cui sfrecciavano con rombanti
macchine. La voce di Bruce era calda, profonda, tuonante ed a tratti rabbiosa.
Il 1975 non fu soltanto l'anno dell’avvento di Springsteen, ma anche l'anno in
cui Patti Smith incise “Horses”, il suo primo e magistrate album. La poetessa di
Chicago, da anni protagonista della scena underground di New York aveva
incontrato Lenny Kaye, nel 1973, iniziando con lui il progetto ambizioso del
Patti Smith Group: restituire al rock la carica e l'energia succhiatagli dal
music-business dei primi Settanta e fonderlo con poesia e altre forme
espressive. L’idea era quella di proseguire il lavoro interrotto da Jim Morrison
e Jimi Hendrix e tenendo presenti i grandi modelli del rock'n'roll dei Sessanta
(Bob Dylan, Beatles, Rolling Stones, Velvet Underground, Who e Byrds) e dei
Cinquanta (Elvis Presley, Buddy Holly e Chuck Berry). Per la legge del
"travaso", qualche anno dopo, "Dancing in the Dark" di Springsteen e "People
Have The Power" di Patti Smith, finirono in pasto ai frequentatori delle
discoteche. Mentre gli anni ’70 procedevano verso il declino, il Punk iniziò a
scuotere le coscienze dei “giovani”, tentando di svegliarli dal torpore, ma
l’energia non bastò a cambiare il mondo, forse perché la musica era da tutt’altra
parte: spille, sputi, strumenti in fiamme, ingiurie e sproloqui non riuscirono a
compensare la totale incapacità di realizzare qualcosa che avesse un rapporto di
parentela, sia pure alla lontana, con il rock di una certa levatura. Il sogno,
forse l’incubo, svanì presto per dare spazio alla new-wave, che, riannodando i
fili a fatica, ricostruì quanto il punk aveva distrutto: morbidi, nevrotici o
cadenzati ,tappeti sonori, sviscerati in “quattroquarti” per ingraziarsi il
pubblico delle discoteche, intriganti melodie, testi finto-poetici, talvolta
deliranti per esigenze di metrica, efebici giovinetti ben vestiti, truccati,
pronti per la fiera delle vanità et sic transeat gloria mundi!
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