PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  ANNI 70: MUSIC CONTAMINATION

 La musica nera, con tutte le componenti culturali e musicali, di identità e di ritmo, tipiche della cultura afro-americana, si era trasferita armi e bagagli a combattere sotto le insegne della “disco”, sottolineando una sorta di stato di grazia e di benessere per l’industria discografica, che tornava a sentire nuovamente il profumo di dollari: soldi che consentirono alle labels (dissanguate dai fallimenti commerciali di molti artisti cosiddetti “impegnati”) di continuare a tenere vivo il sacro fuoco del rock, ma la “sinistra giovanile”, in Europa ed Italia particolarmente, non comprese, (e lo stesso farà, di lì a poco, con il punk-rock), ostinandosi a rimaner attaccata agli eterei sogni, ormai svaniti, della tipica mitologia infantile “pinkfloydiana” e “west-coastiana”, che vaneggiava ancora di rallentamento della percezione e di alterazione della realtà sotto l’effetto di “erbe buone”. Fu l'intero mercato mondiale, però, a non recepire, pienamente, il fenomeno, poiché si trattava appunto di “musica nera”: come era accaduto per il rock'n'roll (che i bianchi lo accettarono, solamente, quando fu un bianco, Elvis Presley, ad assumere lo scettro del comando ed a fornire loro l’alibi di una “sbiancata” normalità), cosi la disco non oltrepassò il fossato della diffidenza, fino a quando non furono dei bianchi ad impossessarsene. I Bee Gees, alla fine del 1977, offrirono una forma sbiancata e commerciale rispetto a quella sensuale ed esplosiva miscela proposta dalla disco-funk di matrice R&B. I Fratelli Gibb delimitarono il mercato, dapprima, con alcuni singoli in ordine sparso e, successivamente, con i vari hits inseriti nella colonna sonora de “La Febbre del Sabato Sera”, lanciando John Travolta, il “travoltismo” ed sdoganando la “disco” a livello mondiale. Nel frattempo, pero, la disco nera aveva già cambiato connotati. La ricetta bene o male era stata recepita, gli ingredienti erano assai facili da miscelare, cosi nacquero superstar in Francia (Cerrone, Sheila B. Devotion), in Italia (La Bionda, Easy Going, Macho, Peter Jaques Band, Change), in Inghilterra (Dee D. Jackson, Real Thing, Delegation), in Germania (Boney M, Giorgio Moroder, Village People), mentre cresceva anche un filone disco-elettronico di tipo fantascientifico o legato al pop come quello di Amanda Lear (ambiguo personaggio proveniente da ambienti intellettuali inglesi) o, ancora, quello dei Rockets (che si travestivano da marziani, arricchendo la disco con qualche schitarrata da finto Hard-rock). Sul versante rock, moltissimi parteciparono alla corsa in chiave disco, cosi i Rolling Stones misero a segno un colpaccio da rapina del secolo, quando, nel 1978, con i due semplici accordi di “Miss You” (peraltro, gli stessi di sempre, ma appena più ritmati) portano a casa gran parte della torta, seguiti, da lì a poco, da Rod Stewart con “Do ya think i'm sexy?”. Quasi tutti si gettarono a capofitto nel filone “disco”, chi per interesse, chi per scherzo e chi per soldi. Ecco allora che, mentre l'enorme successo di “Grease “ introduceva all'ennesimo revival dei Cinquanta con brani di puro rock'n'roll rielaborati in stile disco, si assiste alla metamorfosi della disco-music, che si apre a moduli rock e rhythm & blues, allargando i propri orizzonti elettronici e recependo, in parte, la carica di energia proveniente dal punk-rock e dalla new-wave. Si assiste ad una sorta di rovescio della medaglia: Donna Summer cominciò a parlare un nuovo linguaggio ricco di termini rock con “Hot Stuff “, mentre gli hits “disco” dell'estate 1979 ebbero quasi tutti un staglio pop & easy come “In the navy” dei Village People o più R&B come “Ring my bell” di Anita Ward e “Knock on wood” di Amii Stewart, oppure echeggiarono il rock elettronico della new-wave in particolare “Beat the clock” degli Sparks, “Pop Muzik” degli M e “Heart of glass” dei Blondie, “Video killed the radio star” dei Buggles e “Moskow Diskow” dei Telex). Accanto al fenomeno disco-music, dal 1975, era cresciuta negli USA una nuova schiera di talenti, a discapito dei dispensatori di melassa e dei fabbriferrai di bassa lega (sono gli anni delle facce d'angelo alla Peter Frampton e dei fragorosi Kiss). A quel tempo, fra i grattacieli di New York e la prateria apparve uno tale con i muscoli tesi e molto fiato in gola: un giovane del New Jersey, il sanguigno Bruce Springsteen, nato per correre e trascinarsi dietro cento nuove bande di imitatori e seguaci. Springsteen venne lanciato come “il nuovo Dylan”, ovviamente Bruce era diverso, risultando a prima vista più fragile, poco carismatico e meno adatto ad elucubrazioni intellettuali. Ma in lui, c'era una sorta di "sturm und drang", l'impeto e la passione erano incontenibili, mentre la calda umanità fu la sua carta vincente. La musica straripava come un torrente sempre in piena, le parole raccontavano storie di giovani bruciati dal desiderio di vita in una società che li soffocava, costringendoli a vivere nell'oscurità delle periferie, nelle quali si muovevano come in mezzo a una giungla, prima di tentare impossibili fughe nel grande spazio accogliente della prateria, su cui sfrecciavano con rombanti macchine. La voce di Bruce era calda, profonda, tuonante ed a tratti rabbiosa. Il 1975 non fu soltanto l'anno dell’avvento di Springsteen, ma anche l'anno in cui Patti Smith incise “Horses”, il suo primo e magistrate album. La poetessa di Chicago, da anni protagonista della scena underground di New York aveva incontrato Lenny Kaye, nel 1973, iniziando con lui il progetto ambizioso del Patti Smith Group: restituire al rock la carica e l'energia succhiatagli dal music-business dei primi Settanta e fonderlo con poesia e altre forme espressive. L’idea era quella di proseguire il lavoro interrotto da Jim Morrison e Jimi Hendrix e tenendo presenti i grandi modelli del rock'n'roll dei Sessanta (Bob Dylan, Beatles, Rolling Stones, Velvet Underground, Who e Byrds) e dei Cinquanta (Elvis Presley, Buddy Holly e Chuck Berry). Per la legge del "travaso", qualche anno dopo, "Dancing in the Dark" di Springsteen e "People Have The Power" di Patti Smith, finirono in pasto ai frequentatori delle discoteche. Mentre gli anni ’70 procedevano verso il declino, il Punk iniziò a scuotere le coscienze dei “giovani”, tentando di svegliarli dal torpore, ma l’energia non bastò a cambiare il mondo, forse perché la musica era da tutt’altra parte: spille, sputi, strumenti in fiamme, ingiurie e sproloqui non riuscirono a compensare la totale incapacità di realizzare qualcosa che avesse un rapporto di parentela, sia pure alla lontana, con il rock di una certa levatura. Il sogno, forse l’incubo, svanì presto per dare spazio alla new-wave, che, riannodando i fili a fatica, ricostruì quanto il punk aveva distrutto: morbidi, nevrotici o cadenzati ,tappeti sonori, sviscerati in “quattroquarti” per ingraziarsi il pubblico delle discoteche, intriganti melodie, testi finto-poetici, talvolta deliranti per esigenze di metrica, efebici giovinetti ben vestiti, truccati, pronti per la fiera delle vanità et sic transeat gloria mundi!


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