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LE
ORIGINI DEL RAP: DALLA MADRE AFRICA ALLE DISCOTECHE
A parte Sylvia, nessuno di loro si
era avventurato molto oltre il fiorente mercato della disco-funk, sempre più integrata
razzialmente. Mentre il resto dell'industria musicale veniva salvato dallo
sfruttamento della disco-music, i veterani del soul e del doo-wop erano rimasti
a guardare con disprezzo o sconcerto, incapaci di identificarsi con cose come i
battiti-per-minuto, le pacchianerie dello Studio 54, tutte le bardature vistose e gli eccessi che
quella “figlia degenere” dell’R&B” era venuta caricandosi. Il rapping, al
contrario, per impatto sociale, possedeva una stretta somiglianza con i gruppi
vocali di strada dell’era doo-wop. Questi attempati signori avevano, all’epoca,
l'età giusta per osservare e capire quello che facevano i figli, soprattutto,
per comprendere quello che avrebbe fatto loro più piacere. Sylvia Robinson diede
spazio alla Sugarhill Gang spinta dall'entusiasmo del figlio; Paul Winley venne
spronato dalla figlia e Bobby Robinson si decise ad entrare nell’affare, dopo
aver visto che il nipote, Spoonie Gee, passava la giornata sa scrivere versi e
rime nel soggiorno. Nessuna di questi produttori era un genio della musica: la
loro abilita consistette nella capacità di scoprire il potenziale musicale,
soprattutto, commerciale. Il fatto che comparissero come produttori e coautori
dei dischi delle loro etichette, indicava probabilmente solo una certa
esperienza nell'adattare un pezzo ai gusti del mercato (e al sapersi divedere
una parte dei soldi). Molti dischi rap si basarono sugli accordi e sui giri di
basso, “rubati” da pezzi di successo, soprattutto perchè la maggior parte dei
rapper non non era in grado di suonare o di comporre, ma possedeva invece
un’innata abilità disc-jockeystica nello scovare break-beat e grooves di
successo. All’inizio vennero “devastati” i pezzi strumentali di artisti come
Herbie Hancock o Bob James o le parti strumentali di brani cantati. La pratica ,
soprattutto diffusa tra gli artisti “disco” di incidere sul lato B dei singoli a
12" la base strumentale del pezzo vocale del lato A, offri ai rappers un terreno
assai fertile. Il piacere nello smembrare ed alterare dei pezzi di successo,
introducendovi sopra effetti sonori e logorroiche dissertazioni, aveva avuto già
qualche lontano progenitore, sia nel vecchio “jive” americano, sia nel
“toasting” giamaicano: due pratiche assai simili, che ebbero notevole influenza
sulla parlata gergale dei DJs e degli MC radiofonici americani. Nonostante il
reggae nei primi anni Settanta fosse relativamente sconosciuto al grande
pubblico nero americano, tra New York e Caraibi esistevano solidi legami. Negli
anni Trenta quasi un quarto della popolazione di Harlem proveniva dalle Indie
Occidentali. A fronte delle molte dispute e delle varie teorie sulle sulla
storia dell'hip-hop, esiste una teoria, su cui sono tutti d'accordo, ossia che
il rap non fosse proprio una novità. In realtà, le radici del rap partono dai
“griots” della Nigeria e del Gambia, attraversano i “toast”, i “signifying”, i
“dozens” e le canzoni degli schiavi neri per giungere fino a gruppi “doo-wop” e
a cappella, agli attori di rivista, ai ballerini di tip-tap, ai cantanti
“bebop”, ai disc-jockeys radiofonici, al funk di strada e alla disco-music.
Nonostante oggi venga utilizzato dovunque, come una sorta di corroborante
vitaminico, perfino nei videogames giapponesi, nei cartoni animati e nella
fredda techno-dance, il rap vanta le più profonde e “calde” radici di tutta la
musica afro-americana contemporanea. Alla fine degli anni ’70, fu proprio la
“disco” a fare da cassa di risonanza al rap. La discoteca tributò onori e gloria
ad alcune produzioni dell’epoca: oltre alla Sugarhill Gang, anche Kurtis Blow
con “The Breaks” e Joe Bataan con “Clap-O Rap-O” vennero acclamati dal popolo
della notte, dando il via all’inevitabile clonazione “bianca” come non ricordare
“Der Kommissar” di Falco e “Wot” di Captain Sensibile. Prima che il rap
lasciasse i bassifondi per giungere ai quartieri alti delle charts, in discoteca
era stato già sdoganato e vidimato ed in molti avevano già iniziarono a prendere
confidenza con questo nuovo modo di intendere la musica, ossia ritmi sincopati e
taglienti su cui, gli artisti, anziché cantare, “parlottavano” sopra.
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