PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  LE ORIGINI DEL RAP: DALLA MADRE AFRICA ALLE DISCOTECHE

 A parte Sylvia, nessuno di loro si era avventurato molto oltre il fiorente mercato  della disco-funk, sempre più integrata razzialmente. Mentre il resto dell'industria musicale veniva salvato dallo sfruttamento della disco-music, i veterani del soul e del doo-wop erano rimasti a guardare con disprezzo o sconcerto, incapaci di identificarsi con cose come i battiti-per-minuto, le pacchianerie dello Studio 54, tutte le bardature vistose e gli eccessi che quella “figlia degenere” dell’R&B” era venuta caricandosi. Il rapping, al contrario, per impatto sociale, possedeva una stretta somiglianza con i gruppi vocali di strada dell’era doo-wop. Questi attempati signori avevano, all’epoca, l'età giusta per osservare e capire quello che facevano i figli, soprattutto, per comprendere quello che avrebbe fatto loro più piacere. Sylvia Robinson diede spazio alla Sugarhill Gang spinta dall'entusiasmo del figlio; Paul Winley venne spronato dalla figlia e Bobby Robinson si decise ad entrare nell’affare, dopo aver visto che il nipote, Spoonie Gee, passava la giornata sa scrivere versi e rime nel soggiorno. Nessuna di questi produttori era un genio della musica: la loro abilita consistette nella capacità di scoprire il potenziale musicale, soprattutto, commerciale. Il fatto che comparissero come produttori e coautori dei dischi delle loro etichette, indicava probabilmente solo una certa esperienza nell'adattare un pezzo ai gusti del mercato (e al sapersi divedere una parte dei soldi). Molti dischi rap si basarono sugli accordi e sui giri di basso, “rubati” da pezzi di successo, soprattutto perchè la maggior parte dei rapper non non era in grado di suonare o di comporre, ma possedeva invece un’innata abilità disc-jockeystica nello scovare break-beat e grooves di successo. All’inizio vennero “devastati” i pezzi strumentali di artisti come Herbie Hancock o Bob James o le parti strumentali di brani cantati. La pratica , soprattutto diffusa tra gli artisti “disco” di incidere sul lato B dei singoli a 12" la base strumentale del pezzo vocale del lato A, offri ai rappers un terreno assai fertile. Il piacere nello smembrare ed alterare dei pezzi di successo, introducendovi sopra effetti sonori e logorroiche dissertazioni, aveva avuto già qualche lontano progenitore, sia nel vecchio “jive” americano, sia nel “toasting” giamaicano: due pratiche assai simili, che ebbero notevole influenza sulla parlata gergale dei DJs e degli MC radiofonici americani. Nonostante il reggae nei primi anni Settanta fosse relativamente sconosciuto al grande pubblico nero americano, tra New York e Caraibi esistevano solidi legami. Negli anni Trenta quasi un quarto della popolazione di Harlem proveniva dalle Indie Occidentali. A fronte delle molte dispute e delle varie teorie sulle sulla storia dell'hip-hop, esiste una teoria, su cui sono tutti d'accordo, ossia che il rap non fosse proprio una novità. In realtà, le radici del rap partono dai “griots” della Nigeria e del Gambia, attraversano i “toast”, i “signifying”, i “dozens” e le canzoni degli schiavi neri per giungere fino a gruppi “doo-wop” e a cappella, agli attori di rivista, ai ballerini di tip-tap, ai cantanti “bebop”, ai disc-jockeys radiofonici, al funk di strada e alla disco-music. Nonostante oggi venga utilizzato dovunque, come una sorta di corroborante vitaminico, perfino nei videogames giapponesi, nei cartoni animati e nella fredda techno-dance, il rap vanta le più profonde e “calde” radici di tutta la musica afro-americana contemporanea. Alla fine degli anni ’70, fu proprio la “disco” a fare da cassa di risonanza al rap. La discoteca tributò onori e gloria ad alcune produzioni dell’epoca: oltre alla Sugarhill Gang, anche Kurtis Blow con “The Breaks” e Joe Bataan con “Clap-O Rap-O” vennero acclamati dal popolo della notte, dando il via all’inevitabile clonazione “bianca” come non ricordare “Der Kommissar” di Falco e “Wot” di Captain Sensibile. Prima che il rap lasciasse i bassifondi per giungere ai quartieri alti delle charts, in discoteca era stato già sdoganato e vidimato ed in molti avevano già iniziarono a prendere confidenza con questo nuovo modo di intendere la musica, ossia ritmi sincopati e taglienti su cui, gli artisti, anziché cantare, “parlottavano” sopra.
 

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