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LE
ORIGINI DEL RAP: DALLA MADRE AFRICA ALLE DISCOTECHE
Nell’arco di quattro o cinque anni, le squadre diedero un contributo
decisivo allo sviluppo dell'hip-hop. Siccome a New York, come in America o nel
resto del mondo, nessuno osava addentrarsi nei ghetti neri, considerati zone di
incredibile degradò umano ed urbano, il nuovo stile ebbe campo libero e potè
fiorire indisturbato come un vero e proprio movimento di strada, il cui unico
segno culturale visibile era costituito da sgargianti graffiti murali. Non fu
necessario che i bianchi visitassero le zone nere o ispaniche della città per
vederli, ma erano i graffiti che andavano a cercarli. Ne breve volgere di
qualche anno, i graffiti si sono trasformati da rudimentali logotipi
scarabocchiati sui muri con nomi di battaglia di persone o di gruppi ad
elaborate e complesse forme d'arte, decorate con pennarelli e bombolette ed
eseguite su ogni superficie disponibile dei treni della metropolitana e degli
edifici: visto che la città “perbenista” si era rifiutata di incontrare i
giovani neri e portoricani, questi erano andati “artisticamente” all’assalto
della città. La parte più marcatamente musicale di questa cultura rimaneva però
una questione privata, un fatto realmente underground. I disc-jockey si
affiancarono ad un o più MC (Master of Ceremonies, maestro di cerimonie,
presentatore-intrattenitore della serata), i quali elaborarono la parte
spettacolare, recitando, sopra il ritmo, versi parlati, logorroiche
filastrocche, slogan, commenti e battute ironiche sul DJ, sul pubblico e su se
stessi: “Quando sono nato mia mamma ha messo al mondo l'MC più duro di tutta la
dannata terra!”. Perfino il fattore estetico cominciò ad assumere un tratto
saliente, in particolare il vestiario divenne fondamentale per distinguersi ed
omologarsi al contempo: lo stile di abbigliamento dava un'immagine frammentata
di durezza, in cui si combinavano abiti sportivi e casual, a fine di fornire una
prestazione altamente competitiva nella danza stradaiola. La competizione fu
l’elemento propulsore dell'hip-hop: non solo servì a eliminare violenza e droghe
devastanti come 1'eroina, ma incoraggiò un atteggiamento basato sull'utilizzo
creativo di risorse alquanto modeste e limitate. Le scarpe da ginnastica
divennero capi d'alta moda; con due giradischi, un mixer e dischi misteriosi e
segretissimi (le etichette erano sistematicamente occultate o cancellate) veniva
prodotta della musica originale; così come, il tipodi linguaggio
esibizionistico, che ogni ragazzo nero era in grado di impiegare contro un
rivale, divenne fonte di spettacolo., unitamente alla velocità nel pronunciare
le parole a suon di break-beat. Il 1979, fu l’anno cruciale per la nascita
ufficiale del rap, da intendersi come prodotto musicale regolarmente stampato e
distribuito nei negozi. Quasi per incanto apparvero sul mercato due singoli che
mandarono in visibilio il pubblico hip-hop. I primi ad uscire, ma fu solo
questione di giorni, furono gli attempati Fatback, un gruppo funk in declino,
proveniente dalle strade di Brooklyn, che aveva registrato per la Spring un
disco con uno sconosciuto disc-jockey chiamato King Tim III. Il pezzo rap,
intitolato "King Tim III (Personality Jock)", addirittura, era stato
inizialmente sottovalutato ed inserito nella facciata B del 45 giri. Da lì a
poco giunse anche la Sugar-Hill Gang, un trio anch'esso sconosciuto, con "Rapper's
Delight" su etichetta Sugarhill Records. Entrambe le canzoni, che ebbero un
effetto dirompente sui giovani hip-hoppers dell’epoca, pur rivendicando entrambe
una sorta di primogenitura, avevano caratteristiche assi diverse: il disco dei
Fatback impiegava uno stile più vicino alla parlata jive in rima dei disc-jockey
radiofonici, mentre. "Rapper's Delight" invece non solo utilizzava il nevrotico
e frastagliato rapping degli MC, ma si appropriava dell'idea tipica della
cultura di strada, impiegando come base un pezzo già edito e nello specifico, "Good
Times", un planetario successo degli Chic. La reazione della giovane comunità
hip-hop si manifesto attraverso un sentimento misto di rabbia e di desiderio di
stare al gioco. Negli anni che seguirono, la corsa al contratto discografico
portò gran parte dei rappers dalla strada nelle braccia di etichette
indipendenti newyorkesi relativamente piccole, che, nei decenni precedenti,
avevano costituito un punto di riferimento per la musica nera della città. In
prima linea si collocarono la Enjoy Records e la Sugarhill, attorniate da una
serie di altre piccole etichette come la Winley, la Sound of New York Usa e la
Holiday, le quali sfornarono una notevole quantità di dischi rap, sottolineando
come questo fosse, inevitabilmente, il nuovo "The Harlem Shuffle" il ritmo della
New York nera. Sylvia Robinson (Sugarhill), Bobby Robinson (Enjoy), Danny
Robinson (Holiday) e Paul Winley (Winley), non proprio di primo pelo, calcavano
la scena newyorkese fin dagli anni Cinquanta.
Continua
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