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LE
ORIGINI DEL RAP: DALLA MADRE AFRICA ALLE DISCOTECHE
Ci fu un tempo in cui, nei quartieri neri della
“Grande Mela”, le gangs si combattevano senza esclusione di colpi per la
supremazia del territorio. Accadde che, un giorno, qualcuno decise di cambiare
la rabbiosa contesa in una pacifica competizione fatta di balli acrobatici,
logorroiche declamazioni e musiche sparate ad alto volume, dove l’unica violenza
mostrata agli avversari era costituita dalla potenza in watt dei giganteschi
sound-system. Fu questo l’avvio di quello che sarebbe diventato il più acclamato
fenomeno musicale degli ultimi tre decenni. Prima di addentrarci nei meandri
della storia evolutiva di questi composito genere di musica e di vita e nel
dedalo di leggende metropolitane che lo avvolgono, vediamo di spiegare in breve,
le principali caratteristiche del nostro “oggetto del contendere”. L’Hip-Hop
rappresenta il più importante genere, almeno per durata e traguardi commerciali,
legato all’evoluzione della black-music americana e del moderno R&B. Esso si
compone e si nutre dei quattro elementi fondamentali della street-culture: il
turntablism, ossia l'abilità nello scretch e nel manipolazione dei suoni col
giradischi, l’aerosol-art, l’arte dei graffiti murali, la B-boyng, ossia la
break-dance ed il Rap. Trattandosi di un genere musicale ripetitivo, poiché
basato su un parlato cantilenante, appunto il rap, l’hip-hop, attinge, spesso, a
piene mani all’inesauribile serbatoio della disco-music, da cui preleva grooves
(le basi ritmiche, i break-beat funkeggianti) ed i campionamenti vocali più o
meno noti. La forza dell’hip-hop consiste, essenzialmente, nel modello
esistenziale proposto, ossia il riscatto e la rivincita dei giovani di colore,
nonché l’affrancamento dal Ghetto. In effetti, i due estremi costitutivi dell'hip-hop
sono rappresentati, da un lato, dalle sofisticate fusioni trans-culturali che
uniscono le moderne tecnologie alle tradizioni musicali più antiche della
black-muisic, sull’altro versante, dall'aspetto più brutalmente quotidiano della
difficile sopravvivenza nella strada, sottolineato degli aspri contrasti, ancora
oggi, esistenti nella megalopoli in cui si è originato, New York. La patria
dell'hip-hop, il Bronx, godeva di una fama sinistra, alimentata e distorta da
caricature cinematografiche come il film “Bronx Warriors” e “Fort Apache: The
Bronx”, Le sue squallide case popolari, veri alveari umani impregnati di miseria
ed i suoi fatiscenti edifici possedevano poco della rilevanza politica e
culturale della vicina Harlem, per non parlare del benessere materiale di altre
zone del vicino centro. Avvenne nel cuore del Bronx, ed in misura minore ad
Harlem, che i giovani neri hanno sviluppato la loro alternativa alla guerra tra
bande, nata alla fine degli anni Sessanta, lotta intestina, che avrebbe in
seguito diviso le zone a nord di Central Park. Lo stile di vita e tutto quell’insieme
di atteggiamenti di rottura nei confronti del “sistema”, divenuto poi hip-hop,
si sviluppò da un particolare modo di interpretare il mestiere di disc-jockey,
più simile a quello dei Giamaicani che non a quello dei DJs da discoteca
dell’epoca. Durante gli anni migliori della disco-music, soprattutto nella prima
metà degli anni Settanta, i disc-jockeys resident dei clubs erano interessati a
mixare un disco dopo l'altro ed a far coincidere i tempi tra dischi diversi, in
modo da produrre un flusso regolare e continuo, modificando in continuazione
1'atmosfera della pista senza creare interruzioni, il più delle volte,
trasformando la serata in un'unica ed interminabile canzone: troppo lineare ed
noiosa per la gente dei quartieri-ghetto. Nel Bronx, al contrario, la parte più
importante di un disco era il break, quella parte della canzone, di solito il
corpo centrale, in cui la batteria prende il sopravvento. Sia che si trattasse
degli effervescenti timpani latini di Tito Puente o dei cadenzati dischi di
Jimmy Castor, della batteria sfrenata di innumerevoli dischi soul degli anni
Sessanta realizzati da mitici personaggi come James Brown e, persino, delle
scarne introduzioni grancassa-rullante adorate da musicisti rock, hard o heavy
metal come Rolling Stones e Thin Lizzy, tutto sarebbe sembrato attraente ai quei
giovani, se utile allo scopo. Così, mentre i ballerini volteggiavano e
piroettavano, i DJs cominciarono a montare in successione la stessa sequenza
ritmica di poche battute, servendosi di due giradischi, di due copie dello
stesso disco e stirando il break fino a farlo diventare un unico e lungo pezzo
strumentale. I frenetici e dinoccolati balli, delle vere acrobazie, su questa
musica improvvisata, prodotta da disc-jockeys nomadi, si tenevano fuori dalle
scuole prima dell’inizio delle lezioni, nei centri sociali, nelle feste private
e nei parchi. Tale fenomeno, basato sull’abilità e sulla resistenza, piuttosto
che sulla forza fisica e sulla violenza ebbe 1'effetto ed il merito di
avvicinare i membri di bande rivali. Nel processo di trasformazione della
contesa, da lotta a gara, la sessa struttura gerarchica delle bande antagoniste
si modificò, dando origine a gruppi relativamente pacifici chiamati crews
(squadre).
Continua
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