PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  LE ORIGINI DEL RAP: DALLA MADRE AFRICA ALLE DISCOTECHE

Ci fu un tempo in cui, nei quartieri neri della “Grande Mela”, le gangs si combattevano senza esclusione di colpi per la supremazia del territorio. Accadde che, un giorno, qualcuno decise di cambiare la rabbiosa contesa in una pacifica competizione fatta di balli acrobatici, logorroiche declamazioni e musiche sparate ad alto volume, dove l’unica violenza mostrata agli avversari era costituita dalla potenza in watt dei giganteschi sound-system. Fu questo l’avvio di quello che sarebbe diventato il più acclamato fenomeno musicale degli ultimi tre decenni. Prima di addentrarci nei meandri della storia evolutiva di questi composito genere di musica e di vita e nel dedalo di leggende metropolitane che lo avvolgono, vediamo di spiegare in breve, le principali caratteristiche del nostro “oggetto del contendere”. L’Hip-Hop rappresenta il più importante genere, almeno per durata e traguardi commerciali, legato all’evoluzione della black-music americana e del moderno R&B. Esso si compone e si nutre dei quattro elementi fondamentali della street-culture: il turntablism, ossia l'abilità nello scretch e nel manipolazione dei suoni col giradischi, l’aerosol-art, l’arte dei graffiti murali, la B-boyng, ossia la break-dance ed il Rap. Trattandosi di un genere musicale ripetitivo, poiché basato su un parlato cantilenante, appunto il rap, l’hip-hop, attinge, spesso, a piene mani all’inesauribile serbatoio della disco-music, da cui preleva grooves (le basi ritmiche, i break-beat funkeggianti) ed i campionamenti vocali più o meno noti. La forza dell’hip-hop consiste, essenzialmente, nel modello esistenziale proposto, ossia il riscatto e la rivincita dei giovani di colore, nonché l’affrancamento dal Ghetto. In effetti, i due estremi costitutivi dell'hip-hop sono rappresentati, da un lato, dalle sofisticate fusioni trans-culturali che uniscono le moderne tecnologie alle tradizioni musicali più antiche della black-muisic, sull’altro versante, dall'aspetto più brutalmente quotidiano della difficile sopravvivenza nella strada, sottolineato degli aspri contrasti, ancora oggi, esistenti nella megalopoli in cui si è originato, New York. La patria dell'hip-hop, il Bronx, godeva di una fama sinistra, alimentata e distorta da caricature cinematografiche come il film “Bronx Warriors” e “Fort Apache: The Bronx”, Le sue squallide case popolari, veri alveari umani impregnati di miseria ed i suoi fatiscenti edifici possedevano poco della rilevanza politica e culturale della vicina Harlem, per non parlare del benessere materiale di altre zone del vicino centro. Avvenne nel cuore del Bronx, ed in misura minore ad Harlem, che i giovani neri hanno sviluppato la loro alternativa alla guerra tra bande, nata alla fine degli anni Sessanta, lotta intestina, che avrebbe in seguito diviso le zone a nord di Central Park. Lo stile di vita e tutto quell’insieme di atteggiamenti di rottura nei confronti del “sistema”, divenuto poi hip-hop, si sviluppò da un particolare modo di interpretare il mestiere di disc-jockey, più simile a quello dei Giamaicani che non a quello dei DJs da discoteca dell’epoca. Durante gli anni migliori della disco-music, soprattutto nella prima metà degli anni Settanta, i disc-jockeys resident dei clubs erano interessati a mixare un disco dopo l'altro ed a far coincidere i tempi tra dischi diversi, in modo da produrre un flusso regolare e continuo, modificando in continuazione 1'atmosfera della pista senza creare interruzioni, il più delle volte, trasformando la serata in un'unica ed interminabile canzone: troppo lineare ed noiosa per la gente dei quartieri-ghetto. Nel Bronx, al contrario, la parte più importante di un disco era il break, quella parte della canzone, di solito il corpo centrale, in cui la batteria prende il sopravvento. Sia che si trattasse degli effervescenti timpani latini di Tito Puente o dei cadenzati dischi di Jimmy Castor, della batteria sfrenata di innumerevoli dischi soul degli anni Sessanta realizzati da mitici personaggi come James Brown e, persino, delle scarne introduzioni grancassa-rullante adorate da musicisti rock, hard o heavy metal come Rolling Stones e Thin Lizzy, tutto sarebbe sembrato attraente ai quei giovani, se utile allo scopo. Così, mentre i ballerini volteggiavano e piroettavano, i DJs cominciarono a montare in successione la stessa sequenza ritmica di poche battute, servendosi di due giradischi, di due copie dello stesso disco e stirando il break fino a farlo diventare un unico e lungo pezzo strumentale. I frenetici e dinoccolati balli, delle vere acrobazie, su questa musica improvvisata, prodotta da disc-jockeys nomadi, si tenevano fuori dalle scuole prima dell’inizio delle lezioni, nei centri sociali, nelle feste private e nei parchi. Tale fenomeno, basato sull’abilità e sulla resistenza, piuttosto che sulla forza fisica e sulla violenza ebbe 1'effetto ed il merito di avvicinare i membri di bande rivali. Nel processo di trasformazione della contesa, da lotta a gara, la sessa struttura gerarchica delle bande antagoniste si modificò, dando origine a gruppi relativamente pacifici chiamati crews (squadre).

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