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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

 PHILADELHIA: THE BIRTHPLACE OF DISCO

Il Philly-Sound si rifaceva a taluni stilemi tipici dell’allora dilagante Motown, ma con un piglio decisamente più sofisticato, al contrario del classico bebop nero e del pop-rock bianco, però, non sacrificava la ballabilità sull'altare di un’ostentata eleganza formale o di un impegno dichiarato a tutti i costi. Nonstante Gamble e Huff avessero prodotto ballabilissimi hits per O'Jays, Jerry Buller e Wilson Picket, sembravano provare un certo pudore nel produrre musica dichiaratamente destinata alle discoteche. Infatti , fecero di tutto, almeno inizialmente, per allontanare il progetto Harold Melvin & the Blue Notes dalle dance-floors. II primo singolo del gruppo, “If You Don'1 Know Me by Now” un’intensa ballala, esaltata dalla profonda voce di Teddy Pendergrass, imperniata su delicate armonie sonore e sostenuta da una felpata base ritmica, conquistò subito il disco d'oro, mentre Gamble e Huff, tenendo volutamente nascosta 1'elettrizzante registrazione di "Bad Luck," scrissero “The Love I Lost” un’altra canzone lenta con l’intento di bissare i fasti di “If Don’t Leave Me By Now”, ma qui accadde qualcosa di inatteso. Il pezzo non era come i musicisti che partecipavano alla “session” avrebbero inteso suonarlo. Il brano era stato scritto e concepita come una ballata d’atmosfera, così Gamble e Huff fecero più volte capolino nello studio con 1'intenzione di dargli proprio quel taglio. Il produttore Bunny Sigler racconta: “Suonarono tutto il giorno, ma non funzionava. Poi i musicisti cominciarono a cambiare stile ed ad interpretarla come si doveva.” I musicisti imputati erano Ronnie Baker al basso, Norman Harris alla chitarra ed Earl Young, di cui sopra, alla batteria. I tre futuri Trammps si erano conosciuti, suonando nei nightclub durante i primi anni sessanta, suonando per un pugno di dollari e nelle situazioni più improbabili, prima di entrare in uno studio di registrazione. Harris era stato il primo ad ottenne un lavoro, portandosi dietro, dapprima, Baker, quindi Young. II trio si impose subito come la sezione ritmica più affiatata e prolifica della “città dell’amore fraterno”. E fu proprio Young ad emergere come figura particolarmente influente creando, sia pure involontariamente, il nuovo ritmo per il dance-floor, destinato a divenire il futuro standard. Queste le parole dello stesso Young: ”Credevo che il sound di Detroit fosse unico, la Motown batteva i quattro quarti sul rullante ed il battito portante con la cassa, suonando i quattro quarti anche con i tamburelli.” - Young, tuttavia, intendeva cambiare le cose- “Usavo i piatti più di quanto facesse normalmente un batterista, quindi mi resi conto che, se avessi suonato i quattro quarti, ossia le quattro battute della misura ritmica, con la cassa, avrei potuto ottenere del modelli ritmici diversi con i piatti.” Stava per nascere, sia pure senza avere un nome preciso che lo identificasse, il ritmo da discoteca. Young aveva già sperimentato altre soluzioni ritmiche con “Don't Let the Green Grass Fool You” di Wilson Pickett, pubblicato dall'Atlantic nel 1970, ma fu solo con "Zing Went the Strings of My Heart," il primo singolo ufficiale dei Trammps, il gruppo di Young con base a Filadelfia, che il mondo della notte iniziò a rendersi conto che qualcosa stava mutando. Earl, Norman e Ronnie, da quel momento capirono che era arrivato il momento di provare a fare qualcosa in proprio. Aperto il salvadanaio si auto-produssero ed ottennero un piccolo contratto con la Buddah Records. Neil Bogart (allora rampante manager ed in futuro, magnate della Casablanca Records) mise in commercio "Zing Went the Strings of My Heart", che divenne presto un importante ed imitato successo: il modello “four-on-the-floor”, inventato da Young s’impose rapidamente. I primi ad approfittarne furono proprio i concorrenti di Detroit: l’arrangiatore Frank Wilson sconvolse il “'four-on-the-top” di Holland-Dozier-Holland durante la registrazione di “Girl You Need a Change of Mind”, mentre lo scaltro Norman Whitfield (inventore dello psychedelic-funk) creò per l’ipnotica ed apocalittica “Law of the Land” dei Temptations, un “four-on-the-floor” dove la cassa la faceva da padrone. Così, mentre le “fucine della Motown” sembravano indirizzate a seguire il tracciato del nascente ritmo di Filadelfia, Gamble e Huff tenevano a freno l’estroso Young, fino a che, durante la sessione di registrazione di “The Love I Lost” il batterista ruppe gli indugi. II ritmo trascinante di Young e la sua varietà di accenti e soluzioni percussive finirono per esaltare 1'intero brano, che venne ampliato e registrato in un tempo di 6 minuti e 24. Quando il disco fu presentato alla convention estiva dei venditori della Columbia, tutti si resero subito conto di avere tra le mani un prodotto esplosivo destinato a scalare le charts. A detta di molti quello era sicuramente il disco-soul più entusiasmante ascoltato durante la riunione. A settembre, la Columbia pubblicò, dapprima, un singolo nella versione edit di 3 minuti e 35 secondi, il quale raggiunse la vetta della classifica soul, prima di salire al numero sette delle Hot 100 ufficiali. I clubs, comunque, erano più interessati alla versione estesa dell'album ed ebbero soddisfazione, da lì a qualche settimana, con la versione lunga contenta nell’album. La differenza, rispetto alle produzioni precedenti, era evidente: laddove il suono base del rullante della Motown tendeva a rendere in qualche modo monotona 1'esperienza in pista, la cassa pulsante di Young ed il suoi pulsanti poliritmici piatti costringevano chi ballava ad una danza inarrestabile. Earl Young divenne, più di chiunque altro, il responsabile dell'estetica musicale della disco, dando soddisfazione a chi ballava e centrando perfettamente l'obbiettivo, mentre la Philadelphia International produsse a raffica un successo dopo l’altro. Non passò molto tempo che tale Don Cornelius, capo del programma radiofonico Soul Train, disffuso su scala nazionale da un pool di emittenti private, chiese ai produttori di Filadelfia di comporre una canzone con un tema ritmico sostenuto per il suo show. Il risultato fu “TSOP (The Sound of Philadelphia” dei MFSB, acronimo di Mother, Father, Sister, Brother. Ideata e creata da Joe Tarsia e arrangiata da Bobby, “TSOP” amalgamava una martellante traccia ritmica, impostata da Baker-Harris-Young, con i classici modelli melodici dell'organo di Huff e della Philadelphia Symphony Orchestra. Lo stile “Philadelphia” diventava così il centro propulsore di ogni nuova idea destinata alle piste da ballo: “TSOP” acciuffò il primo posto della classifica R&B e di quella pop nella primavera del 1974. In casa Gamble & Huff era iniziata una vera e propria rivoluzione, amplificata da un ultra ciclone musicale che trovò ben presto calda accoglienza nei clubs alternativi: “Love Is the Message” apparso insieme alla sigla musicale di Soul Train nell'album di debutto dei MFSB, “TSOP (The Sound of Philadelpia)”. La raffinata e meno commerciale “Love Is the Message” rappresentava l’eleganza sopraffina di una formula disco-jazz più profonda e ricercata. Il tutto ruotava intorno alla batteria di Young, che svariava tra due ritmi base, con intermittenti rullate che segnalavano ogni cambio di sezion. Più di ogni altra pubblicazione, “Love Is the Message” delineò il potenziale artistico, commerciale, estetico ed emozionale della disco-music, nella quale le varie stratificazioni sonore potevano mutare, rincorrersi ed intrecciarsi, captando ed esaltando differenti spunti creativi. Una rigogliosa e dilagante fluidità, che esplodeva all’improvviso e che non aveva più nulla a che fare con la ripetitiva linearità di Casa-Motown, dove le produzioni parevano essere fatte con lo stampino. ”Love Is the Message”, nella sua imprevedibile stesura, divenne una specie di viatico per le stelle e tutto ciò che la disco sarebbe diventata: il fenomeno musicale più longevo e duraturo di tutti i tempi. Anche i tradizionali detrattori della “disco”, con il senno di poi, dovranno ammettere che “Love Is The Message”, ebbe sul mercato discografico e sull’universo musicale giovanile degli anni ’70, lo stesso impatto ed il medesimo peso che avevano avuto “Rock Around The Clock” negli anni ’50 e “(I Can Get No) Satisfaction” negli anni ’60. Purtroppo, l'incapacità, o il rifiuto della Philadelphia International di abbracciare completamente il filone disco, in particolare, la miopia di Gambe e Huff, comportò, nel 1976, l’allontanamento dell'etichetta dal circuito della musica destinata alle piste da ballo. Altre realtà cominciarono, presto ad imporsi, rielaborando il primigenio stile “Philly Sound”, adattandolo alle nuove esigenze del mercato: Vincent Montana  Jr. divenne l’uomo chiave della Salsoul Records, mentre i Trammps, che per anni avevano costituito l’ossatura ritmica del suono di Filadelfia, passarono all’Atlantic. Nonostante la Philadelphia International continuasse a sfornare successi con gli O'Jays e Teddy Pendergrass, l'ultima hit più significativa dell'etichetta fu il brano che più apertamente aveva sposato l'estetica “disco”, "Ain't No Stoppin' Us Now", del 1979. Scritto ed eseguito dalla coppia che stava dietro "Back Stabbers" degli O'Jays, un mero inno al divertimento, meno sfarzoso, meno predicatorio, meno sinfonico di buona parte delle produzioni della Philadelphia International, riusciva ad affrancarsi delle vecchie ambiguità con la ferma intenzione di produrre qualcosa di nuovo: "Non lasceremo che niente ci trattenga / Stiamo raccogliendo le forze, stiamo perfezionando le nostre azioni / e se in passato hai dovuto chinare il capo / so che ti rifiuti di farlo ancora". Paradossalmente, mentre l’etichetta di Gamble e Huff, incalzata e surclassata dall’Eurodisco e dai nuovi competitors della Costa Orientale come la Casablanca Records, sembrava volesse prendere le distanze dal mondo delle discoteche, ancora inconsapevolmente, aveva prodotto una sorta di reazione a catena. Come era avvenuto, cinque anni prima, con “Love Is The Message”, il pezzo di McFadden & Whitehead innescò una nuova tendenza musicale, che in massima parte, rispecchiava l’immagine sociale di una classe di colore emergente che, grazie alla “disco-music”, poteva finalmente esprimersi e godere di un certo benessere al pari dei bianchi. Il crossover operato da McFadden & Whitehead, i quali avevano travasato nella disco più “frivola” i rudi accordi del blues ed i taglienti ritmi funk, trovò una larga schiera di imitatori, almeno per tutta la prima metà degli anni ’80. Il Crossover, ossia l’attraversamento musicale, quell’incrocio, quell’ibridazione, riflettevano quanto stava avvenendo nel contesto sociale, ossia il tentativo della middle-class di colore di fare propri una serie di elementi socioeconomici, culturali e di costume, fino ad allora, tipici della classe bianca.

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