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PHILADELHIA: THE BIRTHPLACE OF DISCO
Gli eventi si volsero in loro favore, quando,
nel 1971, Clive
Davis, presidente della Columbia Records, una divisione della casa madre CBS),
avvertì il sentore di non essere molto al passo con 1'emergente mercato della
musica nera. Queste le sue parole: “Billboard stilava l'elenco dei duecento
album più venduti ogni settimana, e quando leggevo questo ed altri giornali del
settore, notavo che in tali classifiche figuravano sempre più numerosi gli album
di musica rhythm and blues e derivati.” Lo stesso Davis racconta nella sua
autobiografia: “Improvvisamente sembrò esserci la più grande ricettività per
l’R&B anche al di fuori del normale circuito.” La Columbia aveva avviato delle
ricerche di mercato, le cui risultanze facevano notare che il pubblico di
colore, in virtù di un piccolo benessere sociale in crescita, cominciava ad
acquistare più dischi, mentre il pubblico bianco, abbattendo il tradizionale
muro di diffidenza, iniziava a lasciarsi coinvolgere dalla musica nera. Il dato
principale era che il fenomeno si “materializzava” in una vendita senza
precedenti per artisti come Isaac Hayes, Curtis Mayfield, Diana Ross and the
Supremes, Four Tops e Temptations. Fino a quel momento, il settore della
“black-music” era interamente nelle mani dall'Atlantic, della Motown e della
Stax Records, a tal proposito, Clive Davis decise di allinearsi al mercato,
tentando qualche mossa in tale direzione. Innanzitutto, assunse alla Columbia il
primo gruppo di promotori commerciali di colore, mancava però un squadra di
produttori, artisti ed un prodotto che avesse un suo stile facilmente
identificabile. Il cerchio si chiuse, quando Gamble e Huff bussarono alla sua
porta. Il contratto prevedeva settantamila dollari per quindici singoli, e un
minor numero di album a venticinquemila dollari l'uno. Anche secondo i parametri
dell’epoca, l’accordo era assai modesto, ma a dal punto di vista di Gamble e
Huff, in quel momento, i soldi venivano ritenuti meno importanti di quanto non
fosse la possibilità di associarsi ad un'operazione discografica di qualità, che
avrebbe dato importanza e credibilità alle loro produzioni: la fortuna fu dalla
loro parte. La Philadelphia International Records fu fondata nel 1971, e nel
maggio dell'anno seguente, la strategia di Davis fu avallata dalla relazione
finale redatta da una speciale commissione della CBS, guidata dalla Harward
University Business School, che sollecitava la compagnia a fare il suo ingresso
nel mercato della musica soul. Tale rapporto rilevava che il 30 per cento della
top 40 fosse composto da dischi programmati da stazioni radiofoniche
soul-oriented, le quali tagliavano trasversalmente il mercato, sottolineandone
l'importanza strategica di queste stazioni, quale efficace strumento per
approdare nella top 40. La creazione della Philadelphia International Records
costituì una mossa assai azzeccata e solo due mesi più tardi l’arguto Davis
poteva già vantare il primo successo: “Back Slabbers” degli O'Jays, raggiunse il
primo posto nella speciale classifica R&B ed il numero tre graduatoria ufficiale
riservata al pop. Il tentativo fu quello di portare in vinile una storia, basata
sull'esperienza, che metteva in guardia nei confronti del1'ipocrisia dominante:
“Back Slabbers” costituiva una sintesi di quello che voleva essere il “messaggio
musicale e sociale” di Gamble e Huff. Fu questa la prima canzone ad essere
composta a quattro mani dal duo Gene McFadden e John Whilehead, genialissimo
tandem autorale che tanto peso avrà nelle produzioni del Philly-sound, fino
all’apoteosi raggiunta con “Ain’t No Stoppinn’ Us Now”. Quantunque possedesse un
corrosivo messaggio, "Back Slabber" non venne ritenuto assolutamente un disco
impegnato, poiché il suo testo, sia pur caratterizzato da una profonda
consapevolezza sociale, era stato calato all’interno di un tessuto musicale,
eccessivamente ritmico e costituito da intricate e graffianti armonie soul. Il
medesimo destino era toccato, anni prima, alla classica “Soul Man” di Sam And
Dave, scritta da Isaak Hayes. Con Huff al pianoforte, Montana al vibrafono,
Norman Harris alla chitarra, e l’inedito arrangiamento curato da Thorn Bell,
(futuro artefice della fama dei Delfonics, degli Spinners, e degli Stylistics),
il disco suggellò 1'introduzione di uno novello stile pop-soul più ricco e
complesso, nel quale articolate strumentazioni di matrice jazz si intrecciavano
alla impetuoso crescendo di un’orchestra ad impostazione classicheggiante.
Continua

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