|
GIORGIO
MORODER: L’UOMO DI MONACO
Per quanti, fra i detrattori, i quali, con fare sornione, si erano
assopiti, ritenendo che la disco dovesse essere un fenomeno passeggero e già in
fase di stagnazione dopo l’abbandono della Philadelphia Internetional e la
replica in copia carbone da parte della Salsoul Records (con un volume d’affari
assi modesto ed un catalogo monotematico/cromatico imperniato sulla figura di
Vincent Montana Jr. ed un totale nelle vendite, forse, paragonabile ad un solo
disco, al massimo due della Summer), il risveglio, turbato dalla deflagrazione
della disco europea, dovette sembrare simile a quello di un sobbalzo dopo uno
straziante incubo notturno. Nonostante il metronomico incedere, i tom tom da
martello pneumatico, i ritmi scalpellanti con rapido movimento da toccata e
fuga, in “I Feel Love”, al sintetizzatore erano stati associati, due elementi
sconosciuti fino ad allora alla musica elettronica: la ricerca del piacere
fisico e la gratificazione sessuale fatta di vocalizzi orgasmici dal sapore
lirico, sottesi da una batteria dal sapore acrilico, infarcita da effetti
percussivi disposti lungo l'intero asse del panorama stereo, che, a causa di un
errore tecnico o dell’ancora rudimentale tecnologie, risultava vagamente
diacronico e “slivellato”. Questo insieme di ingredienti, del tutto inusuali e
fuori standard e, in special modo, il fatto che la stereofonia fosse falsata ed
imperfetta, fecero la fortuna del tandem di concezione bavarese (Moroder-Summer)
presso la folta comunità di discotecomani newyorkesi, aprendo le porte del
mercato mondiale ad uno “new-dance-style” che avrebbe gettato i semi per la
fioritura, sull’asse S.francisco-Londra, dell’HI-NGR-Disco e della futura
techno-music dei decenni a venire: in pista, quello strano ed alterato effetto
stereofonico, percepito ad un elevato wattaggio, creava un effetto di
sospensione e di iperspazialità, non dissimile dall’effetto-larsen, che negli
anni successivi, ad immagine e somiglianza dell’impresa di Moroder, verrà
riprodotto in studio da molti succedanei, al fine di ottenere il medesimo
risultato. Gli euro-produttori stavano scrostando dalla disco, quell’eccessiva
patina di “negritudine”, che per anni, soprattutto negli States, l’aveva
confinata al ghetto delle classifiche R&B, quasi un retaggio dei race-records
(dischi che, fino agli anni ’50, le etichette discografiche riservavano alla
sola gente di colore). Già, nel 1975, Michael Kunze, altro guerriero germanico,
con il progetto “Save Me” di Silver Convention, aveva riprodotto in “vitro” le
atmosfere sonore del Philly-Sound, sostituendo gli ottoni con gli archi (pratica
che, presto, divenne assai consueta), ma il fatto che Giorgio Moroder, avesse
avuto l’ardire di sostituire il basso (elemento cardine di ogni partitura disco
di tipo tradizionale), a molti dovette apparire come un’irreparabile onta. In
buona sostanza, quanti avevano, dapprima, inveito contro i “neri” che si erano
svenduti alla disco-music per un pugno di dollari, furono ben lieti di ritrovare
trastullo e godimento attraverso un indiscriminato attacco all’Eurodisco. Quel
rudimentale sintetizzatore Moog, preso a nolo, che riproduceva la linea di basso
galoppante di “Do What You Wanna Do” dei T-Connection, era un capolavoro di
amplesso erotico-meccanico, di un annunciato concepimento sessuale tra una donna
ed un cyborg. La Summer esaltava i piaceri della carne come se non avesse un
corpo, o meglio, una sembianza ben specificata: uomo, donna o qualcos’altro, che
fosse l’uno e l’altra al contempo. Il fatto che la musica di Moroder, contenesse
una duttilità ed un’adattabilità di base, una molteplicità, priva di doppi sensi
ed ambiguità, finì col divenire un punto di riferimento cardine anche presso la
folta comunità omosessuale, che, a quei tempi, affollava, in dominio, più che
condominio, tutti i locali da ballo, talvolta determinandone il successo.
D'altra parte, prima d'allora, nessun brano da discoteca aveva palpitato in
maniera così estatica, quasi ammantato da un misto di asetticità sessuale e di
purezza sacrale. A giudicare superficialmente, sembrava che Giorgio Moroder e
Pete Bellotte avessero rinchiuso la Summer in una torre d’acciaio sintetico di
cristallo impenetrabile, ma in verità la “penetrazione” appariva come l’atto più
immediato, forse inevitabile. Sin dalla posa assunta in copertina, la Summer
sembrava non aspettasse altro: seduta a gambe larghe, mostrava un immenso
desiderio di accogliere, chiunque, dentro di se, come una “Grande Madre Africa”,
che, pur di riscattarsi da anni di schiavismo bianco, sostituendo i tamburi con
le drum-machines, volesse rendere ancora più assordante l’urlo di vendetta del
popolo nero. Per questo c’era bisogno di una vocalità “neutrale”, che potesse
parlare, in egual misura, ai fratelli neri, ai colonizzatori bianchi, agli etero
e agli omosessuali, agli Europei e agli Americani. La sua voce, più che di una
matrona del soul, era quella di una ninfa mitologica, di una perfetta
ammaliatrice sexy: una sirena omerica incantatrice ed in più dotata dei magici
poteri d’attrazione della Maga Circe. La Summer, pur apparentemente algida e
distante, possedeva tutta la “tormentata” serenità di una partoriente:
l’immagine della copertina potrebbe risultare ancora assai eloquente. “I Feel
Love”, per molti aspetti, fu un disco soul perfetto.
Continua

|