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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  GIORGIO MORODER: L’UOMO DI MONACO

Per quanti, fra i detrattori, i quali, con fare sornione, si erano assopiti, ritenendo che la disco dovesse essere un fenomeno passeggero e già in fase di stagnazione dopo l’abbandono della Philadelphia Internetional e la replica in copia carbone da parte della Salsoul Records (con un volume d’affari assi modesto ed un catalogo monotematico/cromatico imperniato sulla figura di Vincent Montana Jr. ed un totale nelle vendite, forse, paragonabile ad un solo disco, al massimo due della Summer), il risveglio, turbato dalla deflagrazione della disco europea, dovette sembrare simile a quello di un sobbalzo dopo uno straziante incubo notturno. Nonostante il metronomico incedere, i tom tom da martello pneumatico, i ritmi scalpellanti con rapido movimento da toccata e fuga, in “I Feel Love”, al sintetizzatore erano stati associati, due elementi sconosciuti fino ad allora alla musica elettronica: la ricerca del piacere fisico e la gratificazione sessuale fatta di vocalizzi orgasmici dal sapore lirico, sottesi da una batteria dal sapore acrilico, infarcita da effetti percussivi disposti lungo l'intero asse del panorama stereo, che, a causa di un errore tecnico o dell’ancora rudimentale tecnologie, risultava vagamente diacronico e “slivellato”. Questo insieme di ingredienti, del tutto inusuali e fuori standard e, in special modo, il fatto che la stereofonia fosse falsata ed imperfetta, fecero la fortuna del tandem di concezione bavarese (Moroder-Summer) presso la folta comunità di discotecomani newyorkesi, aprendo le porte del mercato mondiale ad uno “new-dance-style” che avrebbe gettato i semi per la fioritura, sull’asse S.francisco-Londra, dell’HI-NGR-Disco e della futura techno-music dei decenni a venire: in pista, quello strano ed alterato effetto stereofonico, percepito ad un elevato wattaggio, creava un effetto di sospensione e di iperspazialità, non dissimile dall’effetto-larsen, che negli anni successivi, ad immagine e somiglianza dell’impresa di Moroder, verrà riprodotto in studio da molti succedanei, al fine di ottenere il medesimo risultato. Gli euro-produttori stavano scrostando dalla disco, quell’eccessiva patina di “negritudine”, che per anni, soprattutto negli States, l’aveva confinata al ghetto delle classifiche R&B, quasi un retaggio dei race-records (dischi che, fino agli anni ’50, le etichette discografiche riservavano alla sola gente di colore). Già, nel 1975, Michael Kunze, altro guerriero germanico, con il progetto “Save Me” di Silver Convention, aveva riprodotto in “vitro” le atmosfere sonore del Philly-Sound, sostituendo gli ottoni con gli archi (pratica che, presto, divenne assai consueta), ma il fatto che Giorgio Moroder, avesse avuto l’ardire di sostituire il basso (elemento cardine di ogni partitura disco di tipo tradizionale), a molti dovette apparire come un’irreparabile onta. In buona sostanza, quanti avevano, dapprima, inveito contro i “neri” che si erano svenduti alla disco-music per un pugno di dollari, furono ben lieti di ritrovare trastullo e godimento attraverso un indiscriminato attacco all’Eurodisco. Quel rudimentale sintetizzatore Moog, preso a nolo, che riproduceva la linea di basso galoppante di “Do What You Wanna Do” dei T-Connection, era un capolavoro di amplesso erotico-meccanico, di un annunciato concepimento sessuale tra una donna ed un cyborg. La Summer esaltava i piaceri della carne come se non avesse un corpo, o meglio, una sembianza ben specificata: uomo, donna o qualcos’altro, che fosse l’uno e l’altra al contempo. Il fatto che la musica di Moroder, contenesse una duttilità ed un’adattabilità di base, una molteplicità, priva di doppi sensi ed ambiguità, finì col divenire un punto di riferimento cardine anche presso la folta comunità omosessuale, che, a quei tempi, affollava, in dominio, più che condominio, tutti i locali da ballo, talvolta determinandone il successo. D'altra parte, prima d'allora, nessun brano da discoteca aveva palpitato in maniera così estatica, quasi ammantato da un misto di asetticità sessuale e di purezza sacrale. A giudicare superficialmente, sembrava che Giorgio Moroder e Pete Bellotte avessero rinchiuso la Summer in una torre d’acciaio sintetico di cristallo impenetrabile, ma in verità la “penetrazione” appariva come l’atto più immediato, forse inevitabile. Sin dalla posa assunta in copertina, la Summer sembrava non aspettasse altro: seduta a gambe larghe, mostrava un immenso desiderio di accogliere, chiunque, dentro di se, come una “Grande Madre Africa”, che, pur di riscattarsi da anni di schiavismo bianco, sostituendo i tamburi con le drum-machines, volesse rendere ancora più assordante l’urlo di vendetta del popolo nero. Per questo c’era bisogno di una vocalità “neutrale”, che potesse parlare, in egual misura, ai fratelli neri, ai colonizzatori bianchi, agli etero e agli omosessuali, agli Europei e agli Americani. La sua voce, più che di una matrona del soul, era quella di una ninfa mitologica, di una perfetta ammaliatrice sexy: una sirena omerica incantatrice ed in più dotata dei magici poteri d’attrazione della Maga Circe. La Summer, pur apparentemente algida e distante, possedeva tutta la “tormentata” serenità di una partoriente: l’immagine della copertina potrebbe risultare ancora assai eloquente. “I Feel Love”, per molti aspetti, fu un disco soul perfetto.

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