PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  GIORGIO MORODER: L’UOMO DI MONACO

Giorgio Moroder, è stato e continua ad essere, pur nel suo dorato “esilio” americano) uno dei produttori più innovativi e geniali degli ultimi quarant’anni. Negli anni Settanta, il giovane musicista della Val Gardena, “immigrato” nell’opulenta Baviera, rappresentò tutto ciò che il rock non riusciva più ad essere: l’anello di congiunzione tra l’universo musicale giovanile e l’evoluzione delle tecnologie sonore. A quel tempo, soprattutto in territorio mitteleuropeo, i prodotti basati sull'uso del sintetizzatore non erano proprio una novità assoluta, ma mentre i Kraftwerk, i Tangerine Dream, Emerson, Lake & Palmer utilizzavano i Moog e gli ARP per rappresentare la velocità frenetica di una società in divenire o l’imminenza di un futuro fatto di umanoidi alienati e sottomessi, Giorgio Moroder fu il primo a prendere in considerazione il nuovo rapporto tra corpo (in movimento) e macchina (del suono), sottomettendo l’uso del synth e delle drum-machines all’estetica della disco-music. Il prodotto delle “macchine sonore” non era finalizzato a raggelare o ibernare l’individuo, disumanizzandolo, ma, come un termostato, a stimolare la fuoriuscita di calore, fino a farne sgorgare il sudore, al pari di un trascinate pezzo soul-funk. Nonostante le bordate di veleno della critica americana, più retriva e reazionaria, nei confronti dell’algida disco di matrice germanica, la linea di basso da oscillatore (creata con un delay digitale), in "I Feel Love" di Donna Summer finì presto per immolarsi quale oggetto di puro piacere corporeo sull’altare di ogni un tempio del divertimento e sulla pista di tutte le discoteche del mondo, in primis quelle della Grande Mela. Nonostante i livori di taluni scribacchini, nell'estate del 1977, l’innovativo brano della Summer, restò in vetta alle disco-charts di Billboard per tre settimane, arpionando, rispettivamente, la sesta e la terza posizione nelle classifiche pop e R&B con buona pace di quanti ancora ritenevano che la disco-music si potesse o si dovesse fare solo a Filadelfia, New York, Chicago e Detroit.
Il timore di molti puristi del genere era alimentato dal fatto che la dance europea, coi suoi martelli perforanti, potesse togliere l’anima alla disco, d’ispirazione soul, riducendola ad una mera operazione di laboratorio, dove la figura del produttore-arrangiatore, con la complicità del marchingegno, sovrastava su tutto e tutti, riducendo la figura del musicista e dell’interprete al ruolo di una squallida comparsa. In verità, quel genere sperimentato, sia pure in vitro, oltre agli ingranaggi, alla carica elettrico(elettronica), sembrava possedere un anima e soprattutto un cervello. I distillato dei neuroni di Moroder innescò una catena a reazione che, nel breve volgere di qualche stagione, mutò il codice genetico della musica d’avanguardia e l’assetto dell’intera scena discografica. Per la prima volta, dopo qualche decennio di assoluta supremazia, la scena rock perdeva d’importanza, mentre la “sperimentazione” spostava l’asse verso quello che fino a poco tempo prima era stato solo un fenomeno “marginale”. La disco-music, che, sino a quel momento, si era premurata di declinare a memoria ed in maniera ortodossa gli stilemi della tradizione ritmica afro-americana (chitarra, basso, cassa, rullante e qualche impennata di fiati) come uno scolaretto che fa il suo compitino, ma senza mettere in discussione i maestri del soul e del funk, ora si prendeva il lusso non solo di destrutturare e ristrutturare a suo piacimento un genere che sembrava consolidato, rigido ed impermeabile, ma di “condizionare” addirittura l’ambiente circostante: con Giorgio Moderer i “turbamenti elettroni” degli anni Ottanta arrivarono almeno cinque anni prima, mentre la techno stava già dicendo tutto, con una quindicina d’anni d’anticipo rispetto al suo avvento nei Novanta. Non v’è dubbio che, rispetto alla stragrande produzione teutonica, la disco di marca soul-funk fosse di pregevole fattura, poiché dotata di un naturale calore, di un innato senso del ritmo, di quell’anima che gli euro-produttori, sovente, stentavano a trovare, surrogandola con l’utilizzo d’interpreti dalla pelle d’ebano, immigrati antilliani o cantanti da musical di passaggio, ma l’idea di Giorgio Moroder travalicava il concetto ortodosso di disco-music, ossia di musica fatta solo per riempiere le piste da ballo, tentando di gettare un ponte verso il pop. Fu merito dei produttori europei, se la disco riuscì assurgere al rango di musica pop, intesa come “popolare”, ossia di facile ascolto e comprensione, adatta anche all’air-play radiofonico e non solo finalizzata alla danza, forse meno spontanea e priva di connessioni con il sociale, ma sicuramente più commerciale e commerciabile: del resto Moroder dimostrò di essere anche un valido uomo d’affari. Anziché annaspare nel ristretto mercato continentale, preferì affidare i suoi prodotti alla californiana Casablanca Records, stipulando un munifico sodalizio con l’irrequieto Neil Bogart, l’uomo che trasformò l’Eurodisco in un fenomeno decisamente “americano” ed elemento strategico per l’industria discografica statunitense. Si pensi che, se la Casablanca non avesse venduto milioni di copie dei dischi di Donna Summer, non avrebbe avuto i dollari necessari a finanziare progetti importanti come quello dei Kiss...

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