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GIORGIO
MORODER: L’UOMO DI MONACO
Giorgio Moroder, è stato e continua ad essere,
pur nel suo dorato “esilio” americano) uno dei produttori più innovativi e
geniali degli ultimi quarant’anni. Negli anni Settanta, il giovane musicista
della Val Gardena, “immigrato” nell’opulenta Baviera, rappresentò tutto ciò che
il rock non riusciva più ad essere: l’anello di congiunzione tra l’universo
musicale giovanile e l’evoluzione delle tecnologie sonore. A quel tempo,
soprattutto in territorio mitteleuropeo, i prodotti basati sull'uso del
sintetizzatore non erano proprio una novità assoluta, ma mentre i Kraftwerk, i
Tangerine Dream, Emerson, Lake & Palmer utilizzavano i Moog e gli ARP per
rappresentare la velocità frenetica di una società in divenire o l’imminenza di
un futuro fatto di umanoidi alienati e sottomessi, Giorgio Moroder fu il primo a
prendere in considerazione il nuovo rapporto tra corpo (in movimento) e macchina
(del suono), sottomettendo l’uso del synth e delle drum-machines all’estetica
della disco-music. Il prodotto delle “macchine sonore” non era finalizzato a
raggelare o ibernare l’individuo, disumanizzandolo, ma, come un termostato, a
stimolare la fuoriuscita di calore, fino a farne sgorgare il sudore, al pari di
un trascinate pezzo soul-funk. Nonostante le bordate di veleno della critica
americana, più retriva e reazionaria, nei confronti dell’algida disco di matrice
germanica, la linea di basso da oscillatore (creata con un delay digitale), in
"I Feel Love" di Donna Summer finì presto per immolarsi quale oggetto di puro
piacere corporeo sull’altare di ogni un tempio del divertimento e sulla pista di
tutte le discoteche del mondo, in primis quelle della Grande Mela. Nonostante i
livori di taluni scribacchini, nell'estate del 1977, l’innovativo brano della
Summer, restò in vetta alle disco-charts di Billboard per tre settimane,
arpionando, rispettivamente, la sesta e la terza posizione nelle classifiche pop
e R&B con buona pace di quanti ancora ritenevano che la disco-music si potesse o
si dovesse fare solo a Filadelfia, New York, Chicago e Detroit.
Il timore di molti puristi del genere era alimentato dal fatto che la dance
europea, coi suoi martelli perforanti, potesse togliere l’anima alla disco,
d’ispirazione soul, riducendola ad una mera operazione di laboratorio, dove la
figura del produttore-arrangiatore, con la complicità del marchingegno,
sovrastava su tutto e tutti, riducendo la figura del musicista e dell’interprete
al ruolo di una squallida comparsa. In verità, quel genere sperimentato, sia
pure in vitro, oltre agli ingranaggi, alla carica elettrico(elettronica),
sembrava possedere un anima e soprattutto un cervello. I distillato dei neuroni
di Moroder innescò una catena a reazione che, nel breve volgere di qualche
stagione, mutò il codice genetico della musica d’avanguardia e l’assetto
dell’intera scena discografica. Per la prima volta, dopo qualche decennio di
assoluta supremazia, la scena rock perdeva d’importanza, mentre la
“sperimentazione” spostava l’asse verso quello che fino a poco tempo prima era
stato solo un fenomeno “marginale”. La disco-music, che, sino a quel momento, si
era premurata di declinare a memoria ed in maniera ortodossa gli stilemi della
tradizione ritmica afro-americana (chitarra, basso, cassa, rullante e qualche
impennata di fiati) come uno scolaretto che fa il suo compitino, ma senza
mettere in discussione i maestri del soul e del funk, ora si prendeva il lusso
non solo di destrutturare e ristrutturare a suo piacimento un genere che
sembrava consolidato, rigido ed impermeabile, ma di “condizionare” addirittura
l’ambiente circostante: con Giorgio Moderer i “turbamenti elettroni” degli anni
Ottanta arrivarono almeno cinque anni prima, mentre la techno stava già dicendo
tutto, con una quindicina d’anni d’anticipo rispetto al suo avvento nei Novanta.
Non v’è dubbio che, rispetto alla stragrande produzione teutonica, la disco di
marca soul-funk fosse di pregevole fattura, poiché dotata di un naturale calore,
di un innato senso del ritmo, di quell’anima che gli euro-produttori, sovente,
stentavano a trovare, surrogandola con l’utilizzo d’interpreti dalla pelle
d’ebano, immigrati antilliani o cantanti da musical di passaggio, ma l’idea di
Giorgio Moroder travalicava il concetto ortodosso di disco-music, ossia di
musica fatta solo per riempiere le piste da ballo, tentando di gettare un ponte
verso il pop. Fu merito dei produttori europei, se la disco riuscì assurgere al
rango di musica pop, intesa come “popolare”, ossia di facile ascolto e
comprensione, adatta anche all’air-play radiofonico e non solo finalizzata alla
danza, forse meno spontanea e priva di connessioni con il sociale, ma
sicuramente più commerciale e commerciabile: del resto Moroder dimostrò di
essere anche un valido uomo d’affari. Anziché annaspare nel ristretto mercato
continentale, preferì affidare i suoi prodotti alla californiana Casablanca
Records, stipulando un munifico sodalizio con l’irrequieto Neil Bogart, l’uomo
che trasformò l’Eurodisco in un fenomeno decisamente “americano” ed elemento
strategico per l’industria discografica statunitense. Si pensi che, se la
Casablanca non avesse venduto milioni di copie dei dischi di Donna Summer, non
avrebbe avuto i dollari necessari a finanziare progetti importanti come quello
dei Kiss...
Continua

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