PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  FUNK…IL ROCK DEI NERI!

Il termine fece la sua comparsa ufficiale nell’universo della “musica giovanile” in un brano rock del 1967 di Dyke and the Blazers “Funky Broadway”, ripreso più volte nel corso degli anni. Gli studiosi, gli archivisti ed i catalogatori del genere sono propensi ad attribuire una sorta di paternità ideale a George Clinton che, a partire dai primi anni ’70, nella duplice veste di leader dei Parliaments e dei Funkadelic, incominciò ad esibirsi in trascinanti live-show, dopo essersi auto-proclamato quale sommo pontefice della religione "della giungla e della strada", dottrina nata per affrancare gli umani dalle forze negative di un mondo senza funk. Il terreno di battaglia di Gorge Clinton era il cosiddetto “P-Funk”, forma abbreviata di "Pure Funk", il Funk alla massima potenza, nella sua forma più pura. La trovata geniale di quel periodo fu l’utilizzo del "talkbox", un modificatore di voce, (fino a quel momento utilizzato solo in sincrono con le chitarre da gruppi rock,) collegato da un lato ad un piano e dall'altro alla bocca, al fine creare sonorità arcane ed avvolgenti. Lo stesso James Brown, artista che vantava una lunga militanza tra le fila del “soul-R&B”, in quegli anni, diede una virata al proprio stile, adottando gli stilemi tipici del funk: linee di basso incalzanti e sincopate (esaltate in alcuni dischi di quegli anni dai virtuosismi di bassisti come Sly Stone o Larry Graham), riffs di chitarra elettrica taglienti e sincopati, veloci incursioni di sezioni fiatistiche e ballabilità immediata, largo spazio alle suite strumentali o a lunghi breaks ed assoli. Negli stessi ambienti jazz, in quegli anni, il termine “funky” prese ad indicare dapprima alcuni processi di fusione musicale tra jazz, funk e blues (il cosiddetto hard bop) in seguito, più in generale, uno stile jazz influenzato dal funk anni settanta e dal rock, da alcuni definito jazz-funk o più semplicemente “fusion”. (Miles Davis, E.W.&.Fire, Quincy Jones, Mandrill, Donald Byrd, Lee Dorsey, Herbie Hancock, Horace Silver, Locksmith, Lonnie Liston, Grover Washington, Eumir Deodato, Kool & The Gang ( primo maniera) George Duke, George Benson, Stanley Clarke, solo per citare qualche nome famoso). Nonostante ciò, il Funk, a causa della ristrettezza mentale di una certa critica, inconsciamente succuba dell’industria discografica ed innamorata di “tutti quei cantanti con le facce da bambini ed i loro cuori infranti” o di certi “contafrottole” con la chitarrina della prima comunione e la voce afona da laringite cronica, tendente alla stonatura, non sia stato mai omologato per importanza al Jazz ed al Rock. Al funk, nel periodo di massima divulgazione ed affermazione, a cavallo tra la prima e seconda metà degli anni ’70, qualcuno non perdona, il fatto di aver sposato la causa della “disco”, commettendo un altro grande errore di valutazione storica. In primis, poiché neppure molti artisti di estrazione pop-rock, (e parliamo di calibri da novanta), quali Rolling Stones, Queen, Pink Floyd, Rod Stewart, Bee-Gees, Sweet, Aerosmith, Toto e molti altri, non seppero resistere alla tentazione di “farsi ballare in discoteca”; inoltre, non si giudica un artista una band o un genere musicale per il luogo dove la sua musica viene fruita o consumata, sia che si tratti di un “Plazzetto dello Sport”, sia che si tratti di una “Discoteca”. Sicuramente, dalla componente “testuale” dei dischi funky, non si evincevano strabilianti evoluzioni poetiche, invettive politiche, inni alla pace universale, l’unica musa ispiratrice di tutti quegli artisti di colore erano i sobborghi delle metropoli, la rabbia per le discriminazioni sociali e razziali, la frustrazione per le violenze che infestavano certi quartieri delle periferie urbane. Davvero, un peccato non aver compreso in tempo (anche se oggi, a posteriori, c’è un tentativo di rivalutazione del fenomeno) che in quella musica rude e muscolare ci fosse il riscatto di un intero popolo, che manifestava rabbia e disappunto attraverso i taglienti riffs delle chitarre, l’incedere irrefrenabile del basso e delle percussioni. Il fatto che il funk si sia infilato in discoteca, quasi di diritto, o per una naturale inclinazione al “ballo ritmico” che, sin dalle piantagioni di cotone, contraddistingue tutte le musiche e le componenti sonore di matrice afro-americana, non avrebbe dovuto, né deve sminuirne la portata storica. Non tutti lo sanno, ma fino agli anni ’70 ed oltre, i musicisti neri era “segregati” alle sole classifiche R&B, innumerevoli stazioni radiofoniche americane, salvo qualche eccezione, non passano un determinato tipo di dischi o di canzoni, molti spazi erano riservati alle sole esibizioni di gruppi pop-rock. La discoteca, per la musica funky divenne come una sorta di “refugium”, ma alo stesso tempo un naturale teatro, un terreno di coltura e di evoluzione, sia che fosse il DJ a suonarla tramite il vinile, sia che gli artisti la proponessero, esibendosi dal vivo. Le discoteche e la loro musica, il funk, soprattutto, nella prima metà degli anni ’70, particolarmente tra il 1972 ed il 1976 si caratterizzarono come “un perforante elemento di rottura” rispetto all’establishment discografico., più di quanto non stesse facendo il rock in forte crisi d’identità, aggrovigliato su se stesso, in preda a deliri, stravaganze, progressioni e sperimentazioni, che nulla avevano a che fare con il vecchio, caro e sano rock degli anni '60. Lungi dal voler creare una dicotomia tra la musica dei bianchi e la musica dei neri o prestare il fianco alla polemica, ad onor del vero, va detto che, soprattutto gli artisti bianchi, dopo il periodo dei raduni oceanici e delle pseudo-contestazioni, avendo assaporato il profumo dei dollari o delle sterline, si erano piacevolmente assoggettati allo star-system e all’industria della canzone. In quegli anni, sotto le puntine dei DJs da discoteca scivolarono solo dischi di estrazione “black di tipo soul-funk-R&B: dalle scuderie del Philly Sound, alla Motowm, dalla tradizionale Stax alla innovativa Atlantic uscì meglio della produzione discografica con le firme ed i nomi di artisti che, a tutt’oggi, fanno ancora parte della “hall of fame” della musica mondiale.
 

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