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FUNK…IL
ROCK DEI NERI!
Il termine fece la sua comparsa ufficiale
nell’universo della “musica giovanile” in un brano rock del 1967 di Dyke and the
Blazers “Funky Broadway”, ripreso più volte nel corso degli anni. Gli studiosi,
gli archivisti ed i catalogatori del genere sono propensi ad attribuire una
sorta di paternità ideale a George Clinton che, a partire dai primi anni ’70,
nella duplice veste di leader dei Parliaments e dei Funkadelic, incominciò ad
esibirsi in trascinanti live-show, dopo essersi auto-proclamato quale sommo
pontefice della religione "della giungla e della strada", dottrina nata per
affrancare gli umani dalle forze negative di un mondo senza funk. Il terreno di
battaglia di Gorge Clinton era il cosiddetto “P-Funk”, forma abbreviata di "Pure
Funk", il Funk alla massima potenza, nella sua forma più pura. La trovata
geniale di quel periodo fu l’utilizzo del "talkbox", un modificatore di voce,
(fino a quel momento utilizzato solo in sincrono con le chitarre da gruppi
rock,) collegato da un lato ad un piano e dall'altro alla bocca, al fine creare
sonorità arcane ed avvolgenti. Lo stesso James Brown, artista che vantava una
lunga militanza tra le fila del “soul-R&B”, in quegli anni, diede una virata al
proprio stile, adottando gli stilemi tipici del funk: linee di basso incalzanti
e sincopate (esaltate in alcuni dischi di quegli anni dai virtuosismi di
bassisti come Sly Stone o Larry Graham), riffs di chitarra elettrica taglienti e
sincopati, veloci incursioni di sezioni fiatistiche e ballabilità immediata,
largo spazio alle suite strumentali o a lunghi breaks ed assoli. Negli stessi
ambienti jazz, in quegli anni, il termine “funky” prese ad indicare dapprima
alcuni processi di fusione musicale tra jazz, funk e blues (il cosiddetto hard
bop) in seguito, più in generale, uno stile jazz influenzato dal funk anni
settanta e dal rock, da alcuni definito jazz-funk o più semplicemente “fusion”.
(Miles Davis, E.W.&.Fire, Quincy Jones, Mandrill, Donald Byrd, Lee Dorsey,
Herbie Hancock, Horace Silver, Locksmith, Lonnie Liston, Grover Washington,
Eumir Deodato, Kool & The Gang ( primo maniera) George Duke, George Benson,
Stanley Clarke, solo per citare qualche nome famoso). Nonostante ciò, il Funk, a
causa della ristrettezza mentale di una certa critica, inconsciamente succuba
dell’industria discografica ed innamorata di “tutti quei cantanti con le facce
da bambini ed i loro cuori infranti” o di certi “contafrottole” con la
chitarrina della prima comunione e la voce afona da laringite cronica, tendente
alla stonatura, non sia stato mai omologato per importanza al Jazz ed al Rock.
Al funk, nel periodo di massima divulgazione ed affermazione, a cavallo tra la
prima e seconda metà degli anni ’70, qualcuno non perdona, il fatto di aver
sposato la causa della “disco”, commettendo un altro grande errore di
valutazione storica. In primis, poiché neppure molti artisti di estrazione
pop-rock, (e parliamo di calibri da novanta), quali Rolling Stones, Queen, Pink
Floyd, Rod Stewart, Bee-Gees, Sweet, Aerosmith, Toto e molti altri, non seppero
resistere alla tentazione di “farsi ballare in discoteca”; inoltre, non si
giudica un artista una band o un genere musicale per il luogo dove la sua musica
viene fruita o consumata, sia che si tratti di un “Plazzetto dello Sport”, sia
che si tratti di una “Discoteca”. Sicuramente, dalla componente “testuale” dei
dischi funky, non si evincevano strabilianti evoluzioni poetiche, invettive
politiche, inni alla pace universale, l’unica musa ispiratrice di tutti quegli
artisti di colore erano i sobborghi delle metropoli, la rabbia per le
discriminazioni sociali e razziali, la frustrazione per le violenze che
infestavano certi quartieri delle periferie urbane. Davvero, un peccato non aver
compreso in tempo (anche se oggi, a posteriori, c’è un tentativo di
rivalutazione del fenomeno) che in quella musica rude e muscolare ci fosse il
riscatto di un intero popolo, che manifestava rabbia e disappunto attraverso i
taglienti riffs delle chitarre, l’incedere irrefrenabile del basso e delle
percussioni. Il fatto che il funk si sia infilato in discoteca, quasi di
diritto, o per una naturale inclinazione al “ballo ritmico” che, sin dalle
piantagioni di cotone, contraddistingue tutte le musiche e le componenti sonore
di matrice afro-americana, non avrebbe dovuto, né deve sminuirne la portata
storica. Non tutti lo sanno, ma fino agli anni ’70 ed oltre, i musicisti neri
era “segregati” alle sole classifiche R&B, innumerevoli stazioni radiofoniche
americane, salvo qualche eccezione, non passano un determinato tipo di dischi o
di canzoni, molti spazi erano riservati alle sole esibizioni di gruppi pop-rock.
La discoteca, per la musica funky divenne come una sorta di “refugium”, ma alo
stesso tempo un naturale teatro, un terreno di coltura e di evoluzione, sia che
fosse il DJ a suonarla tramite il vinile, sia che gli artisti la proponessero,
esibendosi dal vivo. Le discoteche e la loro musica, il funk, soprattutto, nella
prima metà degli anni ’70, particolarmente tra il 1972 ed il 1976 si
caratterizzarono come “un perforante elemento di rottura” rispetto all’establishment
discografico., più di quanto non stesse facendo il rock in forte crisi
d’identità, aggrovigliato su se stesso, in preda a deliri, stravaganze,
progressioni e sperimentazioni, che nulla avevano a che fare con il vecchio, caro
e sano rock degli anni '60. Lungi dal voler creare una dicotomia tra la musica dei
bianchi e la musica dei neri o prestare il fianco alla polemica, ad onor del
vero, va detto che, soprattutto gli artisti bianchi, dopo il periodo dei raduni
oceanici e delle pseudo-contestazioni, avendo assaporato il profumo dei dollari
o delle sterline, si erano piacevolmente assoggettati allo star-system e
all’industria della canzone. In quegli anni, sotto le puntine dei DJs da
discoteca scivolarono solo dischi di estrazione “black di tipo soul-funk-R&B:
dalle scuderie del Philly Sound, alla Motowm, dalla tradizionale Stax alla
innovativa Atlantic uscì meglio della produzione discografica con le firme ed
i nomi di artisti che, a tutt’oggi, fanno ancora parte della “hall of fame”
della musica mondiale.
Continua
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