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EURODISCO:
QUELL’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE
Ma non basta: i Two Man Sound avrebbero colto i
maggiori successi belgi a diffusione mondiale con “Disco Samba”, un medley di
celebri brani sudamericani. Dal canto loro, al fine di risultare competitivi sul
mercato, molti gruppi italiani utilizzavano comunque nomi anglofoni, impiegando
cantanti americani, inglesi o tedeschi, disposti a raggiungere Milano per
effettuare le registrazioni presso lo studio Variable And Double. Bus
Connection, per esempio, realizzò un album che fu distribuito in tutta Europa,
cosi come il progetto Venus Band partorito da Patrick Barbero. Tra gli altri
pezzi di una certa risonanza, citiamo “One for You, One for Me” dei La Bionda ed
il coinvolgente “A Far I'Amore Comincia Tu” di Raffaella Carrà. Di quest'ultimo
fu realizzata anche una versione inglese col titolo “Do It, Do It Again”, sempre
cantata dalla Carrà, con un nono posto nelle classifiche inglesi del 1978.
Lasciando da parte prodotti di orientamento operistico o chiaramente influenzati
dallo stile di Moroder (come I'eccezionale frammento elettronico “Black Jack” di
Baciotti) il mondo disco italiano fu terra di conquista di tre sole equipe di
compositori/produttori. In primis, quella composta da Celso Valli e Quelli Del
Castello, responsabili dell'album “Disco Fizz A” di Azoto, “Amado Mio Amore” di
El Pasador, “Hot Leather” ed “He's Speedy Gonzales” dei Passengers, nonché del
loro capolavoro assoluto, “Hills of Katmandu” dei Tantra. Quest'ultima, uno dei
maggiori successi da club del 1979, era un'opera di diciassette minuti che
incantava col suo melodioso misticismo, supportato da canti corali ed
attraversato da imperdibili momenti ipnotici. “Hills of Katmandu” sarebbe stato,
successivamente, remixato dal guru della disco-gay, Patrick Cowley, ottenendo
ulteriore successo nei locali di tutto il mondo. Jacques Fred Petrus e Mauro
Malavasi rappresentarono il secondo polo della disco italiana. Furono loro a
produrre “Music Man” del 1979, “It's Dancing Time” di Revanche e “I'm a Man” di
Macho, ma ottennero il massimo successo con “Fire Night Dance”, “Counting on
Love - One Two Three”, “Welcome Back” e “Exotically” della Peter Jacques Band.
Questo quartetto, che comprendeva il cantante solista Jacob Wheeler, Sandi Bass,
Dianne Washington e Von Gretchen Shephard era sfacciatamente ricalcato sul
modello dei Boney M, a cominciare dal bizzarro armamentario di lurex, satin e
aggeggi luccicanti. II coautore di “Welcome Back” fu Luther Vandross, un artista
che avrebbe, in seguito, realizzato dischi da milioni di copie e che collaboro
con Petrus e Malavasi nella messa a punto dei loro successi, entrando anche a
far parte del gruppo Change, con “A Lover's Holiday”, “Glow of Love e Searching”,
che funzionarono benissimo sia in discoteca che in classifica. II terzo
disco-team, formato da Giancarlo Meo e Claudio Simonetti, produsse una manciata
di dinamiche dance-track, con titoli come “Baby, I Love You” o “Fear” per gli
Easy Going e “Give Me a Break” di Vivien Vee. Oltre a Baccara, la Spagna ha
offerto alcune isolate meraviglie disco: “Bandolero” di Juan Carlos Calderon,
“Big Bamboo” di Georgie Dann (coautore del successo francese “Soul Dracula” di
Hot Blood) e la cover di “El Bimbo” di Bimbo Jet, realizzata da La Balanga. Bebu
Silvetti registro in Spagna “Spring Rain” che, remixata da Tom Moulton per la
Salsoul Records, divenne un successo clamoroso in discoteca grazie al suo
inconfondibile riff di pianoforte. Altri due brani disco di Silvetti, “Primitive
Man” e “I Love You”, crearono meno scalpore, ma erano comunque di pregevole
fattura. Anche i Barrabas riuscirono ad inanellare una discreta serie di
successi nel campo disco. In America il merito va David Mancuso, che raccolse un
loro impolverato vinile in un mercatino olandese. Con quel nome di ispirazione
biblica, il sestetto spagnolo fu uno del primi esempi di eclettico stile
eurodisco accessibile a tutti. La loro sperimentata formula consisteva in ruvide
linee vocali sovrapposte a una eccitante miscela di jazz latino, Philly-soul e
rock stile Los Angeles. Da segnalare pure il supergruppo svedese degli Abba, che
invase le piste da ballo con la sua particolare ed inimitabile versione della
disco: anche se non si poteva definire di per se un hit da discoteca, la loro
“Dancing Queen”, in molte discoteche, veniva spesso usato dai DJs come canzone
di chiusura della programmazione, a coronamento di una frenetica serata. L’Eurodisco,
meno pretenziosa di quella Americana fu una musica minimalista: il suo messaggio
poteva essere compreso da tutti, anche se nei testi si dovevano attraversare
sabbie mobili di cattiva pronuncia e di aggrovigliata sintassi pseudo-anglofona.
Il fenomeno fu una sorta di “esperanto musicale”, progettato per tutti (tutti
per uno e uno per tutti). Gli artisti dell'Eurodisco usarono un linguaggio
comune fatto di drum-machine, ritmi barocchi o convulsi e melodie a presa
rapida, dando vita ad una sorta di Babele della creatività, dove tutti
apportarono un contributo a questo comune mercato del divertimento: i Tedeschi
erano batteristi, i Belgi bassisti, gli Svedesi cantanti, gli Spagnoli
finto-soul, i Francesi e gli Italiani produttori, e tutti, tranne gli Inglesi,
scrivevano testi in inglese. Forse, per questo, e per altro ancora, che gli
Americani non seppero resistere al fascino discreto e leggiadro della disco di
marca europea, soprattutto per quella punta di “insostenibile leggerezza
dell’essere” vagamente kitsch, ma molto coinvolgente
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