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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  EURODISCO: QUELL’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

Ma non basta: i Two Man Sound avrebbero colto i maggiori successi belgi a diffusione mondiale con “Disco Samba”, un medley di celebri brani sudamericani. Dal canto loro, al fine di risultare competitivi sul mercato, molti gruppi italiani utilizzavano comunque nomi anglofoni, impiegando cantanti americani, inglesi o tedeschi, disposti a raggiungere Milano per effettuare le registrazioni presso lo studio Variable And Double. Bus Connection, per esempio, realizzò un album che fu distribuito in tutta Europa, cosi come il progetto Venus Band partorito da Patrick Barbero. Tra gli altri pezzi di una certa risonanza, citiamo “One for You, One for Me” dei La Bionda ed il coinvolgente “A Far I'Amore Comincia Tu” di Raffaella Carrà. Di quest'ultimo fu realizzata anche una versione inglese col titolo “Do It, Do It Again”, sempre cantata dalla Carrà, con un nono posto nelle classifiche inglesi del 1978. Lasciando da parte prodotti di orientamento operistico o chiaramente influenzati dallo stile di Moroder (come I'eccezionale frammento elettronico “Black Jack” di Baciotti) il mondo disco italiano fu terra di conquista di tre sole equipe di compositori/produttori. In primis, quella composta da Celso Valli e Quelli Del Castello, responsabili dell'album “Disco Fizz A” di Azoto, “Amado Mio Amore” di El Pasador, “Hot Leather” ed “He's Speedy Gonzales” dei Passengers, nonché del loro capolavoro assoluto, “Hills of Katmandu” dei Tantra. Quest'ultima, uno dei maggiori successi da club del 1979, era un'opera di diciassette minuti che incantava col suo melodioso misticismo, supportato da canti corali ed attraversato da imperdibili momenti ipnotici. “Hills of Katmandu” sarebbe stato, successivamente, remixato dal guru della disco-gay, Patrick Cowley, ottenendo ulteriore successo nei locali di tutto il mondo. Jacques Fred Petrus e Mauro Malavasi rappresentarono il secondo polo della disco italiana. Furono loro a produrre “Music Man” del 1979, “It's Dancing Time” di Revanche e “I'm a Man” di Macho, ma ottennero il massimo successo con “Fire Night Dance”, “Counting on Love - One Two Three”, “Welcome Back” e “Exotically” della Peter Jacques Band. Questo quartetto, che comprendeva il cantante solista Jacob Wheeler, Sandi Bass, Dianne Washington e Von Gretchen Shephard era sfacciatamente ricalcato sul modello dei Boney M, a cominciare dal bizzarro armamentario di lurex, satin e aggeggi luccicanti. II coautore di “Welcome Back” fu Luther Vandross, un artista che avrebbe, in seguito, realizzato dischi da milioni di copie e che collaboro con Petrus e Malavasi nella messa a punto dei loro successi, entrando anche a far parte del gruppo Change, con “A Lover's Holiday”, “Glow of Love e Searching”, che funzionarono benissimo sia in discoteca che in classifica. II terzo disco-team, formato da Giancarlo Meo e Claudio Simonetti, produsse una manciata di dinamiche dance-track, con titoli come “Baby, I Love You” o “Fear” per gli Easy Going e “Give Me a Break” di Vivien Vee. Oltre a Baccara, la Spagna ha offerto alcune isolate meraviglie disco: “Bandolero” di Juan Carlos Calderon, “Big Bamboo” di Georgie Dann (coautore del successo francese “Soul Dracula” di Hot Blood) e la cover di “El Bimbo” di Bimbo Jet, realizzata da La Balanga. Bebu Silvetti registro in Spagna “Spring Rain” che, remixata da Tom Moulton per la Salsoul Records, divenne un successo clamoroso in discoteca grazie al suo inconfondibile riff di pianoforte. Altri due brani disco di Silvetti, “Primitive Man” e “I Love You”, crearono meno scalpore, ma erano comunque di pregevole fattura. Anche i Barrabas riuscirono ad inanellare una discreta serie di successi nel campo disco. In America il merito va David Mancuso, che raccolse un loro impolverato vinile in un mercatino olandese. Con quel nome di ispirazione biblica, il sestetto spagnolo fu uno del primi esempi di eclettico stile eurodisco accessibile a tutti. La loro sperimentata formula consisteva in ruvide linee vocali sovrapposte a una eccitante miscela di jazz latino, Philly-soul e rock stile Los Angeles. Da segnalare pure il supergruppo svedese degli Abba, che invase le piste da ballo con la sua particolare ed inimitabile versione della disco: anche se non si poteva definire di per se un hit da discoteca, la loro “Dancing Queen”, in molte discoteche, veniva spesso usato dai DJs come canzone di chiusura della programmazione, a coronamento di una frenetica serata. L’Eurodisco, meno pretenziosa di quella Americana fu una musica minimalista: il suo messaggio poteva essere compreso da tutti, anche se nei testi si dovevano attraversare sabbie mobili di cattiva pronuncia e di aggrovigliata sintassi pseudo-anglofona. Il fenomeno fu una sorta di “esperanto musicale”, progettato per tutti (tutti per uno e uno per tutti). Gli artisti dell'Eurodisco usarono un linguaggio comune fatto di drum-machine, ritmi barocchi o convulsi e melodie a presa rapida, dando vita ad una sorta di Babele della creatività, dove tutti apportarono un contributo a questo comune mercato del divertimento: i Tedeschi erano batteristi, i Belgi bassisti, gli Svedesi cantanti, gli Spagnoli finto-soul, i Francesi e gli Italiani produttori, e tutti, tranne gli Inglesi, scrivevano testi in inglese. Forse, per questo, e per altro ancora, che gli Americani non seppero resistere al fascino discreto e leggiadro della disco di marca europea, soprattutto per quella punta di “insostenibile leggerezza dell’essere” vagamente kitsch, ma molto coinvolgente

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