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DISCO-GAY
E HI-NGR: L’ALTRA FACCIA DELLA STESSA LUNA
Patrick Cowley, nel giro di qualche anno,
divenne un punto fermo nell’evoluzione della musica disco,creando quello che
sarebbe diventato noto in tutto il mondo come “il sound di San Francisco”, un
genere legato all’esaltazione del consumo di droga. Nell'intera scena di San
Francisco, all'epoca, erano molto diffusi gli eccitanti e l'ambiente della
disco-gay, dalla seconda metà degli anni settanta, erano influenzati da una
musica che potesse detonare con quel tipo di droghe. Il prodotto preferito nel
mercato degli stimolanti è sempre stato lo speed, di un tipo o di un altro.
Patrick aveva creato un sound in grado di amplificare l'effetto di quelle
droghe: la canzone, a cui è legato l'esordio del nuovo sound fu "Menergy". Sulla
medesima falsa riga, giunsero poi altre produzioni per la sua etichetta
Megatone: "Do Ya Wanna Funk" di Sylvester, "Right on Target" di Paul Parker.
Cowley, fermo sulle proprie convinzioni, seguitò ad elaborare una musica di
sintesi, alla stregua dì un esperimento di laboratorio, per tutto il resto della
sua fugace carriera, interrotta dalla morte per Aids, avvenuta nel novembre del
1982. Il concetto di
disco-music, da sempre, collegato ad un’idea di collage e di fusione di
differenti stili musicali, (rifiutando, a priori, le discriminazioni tra musica
seria e musica di intrattenimento, tra musica bianca e musica nera), trovò,
nella sia pur algida sintesi di Patrick Cowley, una nuova linfa vitale ed
un’inedita forza espressiva, capace di condizionare la scena dance ed innescare
una serie di reazioni a catena sia sul mercato americano che europeo.
Analizzando, anche fugacemente, l’intera produzione disco degli anni ’70, se ne
deduce che la maggior parte delle “Stars” del periodo, quando non erano gay,
erano donne, mettendo in risalto quella che fu la principale peculiarità del
genere, ossia la componente “effeminata” o “femminea”. In quegli anni, la musica
da discoteca si caratterizzava come una lunga ed appassionato “dialogo”, su un
ritmo in 4/4, tra le innumerevoli dive dalla pelle d’ebano ed un esercito di
omosessuali maschi, che ne condividevano gergo, allusioni sessuali,
problematiche sociali, insofferenza verso il machismo e drammaticità emotiva. La
dimostrazione viene da alcune punte di diamante della disco-gay: “Love To Love
You Baby” di Donna Summer, “I Need a Man” di Grace Jones, “I Will Survive” e “I
Am What l Am” di Gloria Gaynor (per citare solo alcune tra le più famose)
rispecchiavano la tendenza all’egocentrismo, alla nevrosi, all’insofferenza
verso le regole, al desiderio di posare, di esibirsi, di mostrarsi liberi e
disinibiti insieme ai propri “simili”; soprattutto, inducevano alla ricerca di
una perfezione fisico-estetica, attraverso il ballo e le movenze corporee ed ad
agognare ed inseguire un sogno di eterna bellezza e giovinezza, tutti principi
identificabili come componenti basilari dello stile di vita e della psiche
omosessuali, o, comunque, molto più prossimi all’universo femminile e lontani
anni luce dal trasandato e truce virilismo rockettaro. In sostanza, qualsiasi
pezzo, dotato di una sensibilità trasgressiva, esotica e marginale, che fosse
gay o no, risultava gradito agli appassionati. Amanda Lear, Pattie Brooks,
Sylvester, Thelma Houston, Loleatta Halloway, Claudia Barry, i Village People,
gli italianissimi Easy Going o le Musique di “Push Push, in the Bush” (Spingi,
spingi, nel cespuglio) pur avendo una posizione di prestigio nell'ambiente
disco-gay, non smisero mai di avere un posto di rilievo presso il circuito
istituzionale, quello dei “normali”, per i quali l’erotismo appena velato nelle
movenze di ballo, la provocatoria ostentazione di sessualità e lo spiccato senso
di elitarismo underground, ma soprattutto un’universale dedizione
all'atteggiamento edonista, diventava un invito irresistibile. La disco-music,
fino all’avvento della “Saturday Night Fever” aveva avuto il merito di essere
una sorta di battaglione del divertimento omnicomprensivo, capace di includere
tutti: truppe regolari ed irregolari, diversi e normali, belli e brutti, ricchi
e poveri, visi pallidi e musi di carbone, riuscendo, laddove il rock aveva
fallito, ossia creare una sorta di fenomeno ecumenico, universalmente
riconosciuto ed apprezzato senza divisioni di casta, di razza, di censo e di
sesso. Come già accennato, l’opera moralizzatrice e “sbiancante”, finalizzata
alla “normalizzazione”, operata sul calare degli anni ’70, stava trascinando la
disco-music verso un’iperproduzione blanda, ripetitiva e standardizzata. Fu
proprio il sound di San Francisco, a dare nuovo impulso creativo al fenomeno,
nonostante talune sfumature troppo pulite e, spesso, algide della produzione di
Cowley e derivati. La West Coast americana viveva da sempre una situazione
differente rispetto alla Costa Orientale: a San Francisco c'era sempre stata una
netta distinzione tra il locale da ballo e i luoghi destinati agli incontri
sessuali omo ed etero. Sarebbe stata un’impresa ardua rintracciare qualche
analogia tra il Sanctuary di New York, con il suo orgiastico esercito di
Baccanti, ed il Dreamland, immacolato e pulito, quasi asettico. I salottini del
Saint dì New York, teatro di ogni possibile trasgressione sessuale, non avevano
nulla da spartire con quelli del Trocadero, utilizzati solo per riposare le
membra tra un ballo e l’altro.
Continua

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