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  DISCO & FUNK INFO

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO  non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  DISCO-GAY E HI-NGR: L’ALTRA FACCIA DELLA STESSA LUNA

Patrick Cowley, nel giro di qualche anno, divenne un punto fermo nell’evoluzione della musica disco,creando quello che sarebbe diventato noto in tutto il mondo come “il sound di San Francisco”, un genere legato all’esaltazione del consumo di droga. Nell'intera scena di San Francisco, all'epoca, erano molto diffusi gli eccitanti e l'ambiente della disco-gay, dalla seconda metà degli anni settanta, erano influenzati da una musica che potesse detonare con quel tipo di droghe. Il prodotto preferito nel mercato degli stimolanti è sempre stato lo speed, di un tipo o di un altro. Patrick aveva creato un sound in grado di amplificare l'effetto di quelle droghe: la canzone, a cui è legato l'esordio del nuovo sound fu "Menergy". Sulla medesima falsa riga, giunsero poi altre produzioni per la sua etichetta Megatone: "Do Ya Wanna Funk" di Sylvester, "Right on Target" di Paul Parker. Cowley, fermo sulle proprie convinzioni, seguitò ad elaborare una musica di sintesi, alla stregua dì un esperimento di laboratorio, per tutto il resto della sua fugace carriera, interrotta dalla morte per Aids, avvenuta nel novembre del 1982. Il concetto di disco-music, da sempre, collegato ad un’idea di collage e di fusione di differenti stili musicali, (rifiutando, a priori, le discriminazioni tra musica seria e musica di intrattenimento, tra musica bianca e musica nera), trovò, nella sia pur algida sintesi di Patrick Cowley, una nuova linfa vitale ed un’inedita forza espressiva, capace di condizionare la scena dance ed innescare una serie di reazioni a catena sia sul mercato americano che europeo. Analizzando, anche fugacemente, l’intera produzione disco degli anni ’70, se ne deduce che la maggior parte delle “Stars” del periodo, quando non erano gay, erano donne, mettendo in risalto quella che fu la principale peculiarità del genere, ossia la componente “effeminata” o “femminea”. In quegli anni, la musica da discoteca si caratterizzava come una lunga ed appassionato “dialogo”, su un ritmo in 4/4, tra le innumerevoli dive dalla pelle d’ebano ed un esercito di omosessuali maschi, che ne condividevano gergo, allusioni sessuali, problematiche sociali, insofferenza verso il machismo e drammaticità emotiva. La dimostrazione viene da alcune punte di diamante della disco-gay: “Love To Love You Baby” di Donna Summer, “I Need a Man” di Grace Jones, “I Will Survive” e “I Am What l Am” di Gloria Gaynor (per citare solo alcune tra le più famose) rispecchiavano la tendenza all’egocentrismo, alla nevrosi, all’insofferenza verso le regole, al desiderio di posare, di esibirsi, di mostrarsi liberi e disinibiti insieme ai propri “simili”; soprattutto, inducevano alla ricerca di una perfezione fisico-estetica, attraverso il ballo e le movenze corporee ed ad agognare ed inseguire un sogno di eterna bellezza e giovinezza, tutti principi identificabili come componenti basilari dello stile di vita e della psiche omosessuali, o, comunque, molto più prossimi all’universo femminile e lontani anni luce dal trasandato e truce virilismo rockettaro. In sostanza, qualsiasi pezzo, dotato di una sensibilità trasgressiva, esotica e marginale, che fosse gay o no, risultava gradito agli appassionati. Amanda Lear, Pattie Brooks, Sylvester, Thelma Houston, Loleatta Halloway, Claudia Barry, i Village People, gli italianissimi Easy Going o le Musique di “Push Push, in the Bush” (Spingi, spingi, nel cespuglio) pur avendo una posizione di prestigio nell'ambiente disco-gay, non smisero mai di avere un posto di rilievo presso il circuito istituzionale, quello dei “normali”, per i quali l’erotismo appena velato nelle movenze di ballo, la provocatoria ostentazione di sessualità e lo spiccato senso di elitarismo underground, ma soprattutto un’universale dedizione all'atteggiamento edonista, diventava un invito irresistibile. La disco-music, fino all’avvento della “Saturday Night Fever” aveva avuto il merito di essere una sorta di battaglione del divertimento omnicomprensivo, capace di includere tutti: truppe regolari ed irregolari, diversi e normali, belli e brutti, ricchi e poveri, visi pallidi e musi di carbone, riuscendo, laddove il rock aveva fallito, ossia creare una sorta di fenomeno ecumenico, universalmente riconosciuto ed apprezzato senza divisioni di casta, di razza, di censo e di sesso. Come già accennato, l’opera moralizzatrice e “sbiancante”, finalizzata alla “normalizzazione”, operata sul calare degli anni ’70, stava trascinando la disco-music verso un’iperproduzione blanda, ripetitiva e standardizzata. Fu proprio il sound di San Francisco, a dare nuovo impulso creativo al fenomeno, nonostante talune sfumature troppo pulite e, spesso, algide della produzione di Cowley e derivati. La West Coast americana viveva da sempre una situazione differente rispetto alla Costa Orientale: a San Francisco c'era sempre stata una netta distinzione tra il locale da ballo e i luoghi destinati agli incontri sessuali omo ed etero. Sarebbe stata un’impresa ardua rintracciare qualche analogia tra il Sanctuary di New York, con il suo orgiastico esercito di Baccanti, ed il Dreamland, immacolato e pulito, quasi asettico. I salottini del Saint dì New York, teatro di ogni possibile trasgressione sessuale, non avevano nulla da spartire con quelli del Trocadero, utilizzati solo per riposare le membra tra un ballo e l’altro.

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