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CASABLANCA
RECORDS…IS ONLY DISCO MUSIC, NOTHING MORE!
La storia della musica da discoteca, perfino ai
nostri giorni, è legata ad etichette discografiche che pur rispettando le
caratteristiche basilari del genere o del sotto-genere, tentano di distillare
delle sonorità ed un proprio stile riconoscibile sin dalle prime battute. Agli
albori della “disco”, furono dapprima le etichette “nere”, a comprendere le
potenzialità del “fenomeno” che andava diffondendosi fra i giovani, non solo di
colore; in particolare, in un periodo di stanca del rock, ne compresero la
sostanziosa opportunità commerciale. Così la Stax di Menphis e la Motown di
Detroit, dedite sia pure in maniera differente a traghettare l’R&B” verso
qualcosa di più moderno, cominciarono a produrre “pezzi” che potessero essere
consumati ed apprezzati nei nuovi templi del divertimento giovanile. Anche la
potente Atlantic Records capì che non bisognava perdere assolutamente il treno.
In genere, quasi tutte queste etichette, nate dall’intuizione di un
padre-padrone, nonché fondatore, possedevano una sorta di house-team
(produttori, autori, arrangiatori, coristi, strumentisti) che si preoccupava di
creare e caratterizzare, attraverso accorgimenti tecnici e particolari
arrangiamenti, il “marchio della casa”. Un ruolo fondamentale fu giocato, nei
primi anni Settanta, sia dalla TK Records di Miami, che diede vita ad una vera
scuola di stile “disco”, definita proprio “Miami-Sound” (Kc & The Sunshine Band,
Gorge McCrae, T-Connection, etc.), dalla Philadelphia International, nata
nell’omonima città ed assoluta protagonista nei primi anni della “disco” con le
avvolgenti ed imitate orchestrazioni del cosiddetto Philly-Sound. Negli anni a
seguire, altre ambiziose labels, come Salsoul, Marlin, Prelude, Butterfly, Solar,
Derby e Lollipop aggredirono il mercato con produzioni danzerecce a raffica,
ciascuna di esse con dei connotati musicali, personalissimi ed facilmente
individuabili, almeno dai cultori e dagli addetti ai lavori. Nessun’altra
etichetta discografica, però, riuscì a dare alla disco-music, sia in termini
qualitativi che qualitativi, un apporto determinante per la diffusione e
l’evoluzione del fenomeno, come la Casablanca Records: in talune circostanze
rasentando il pacchiano, ma sempre con un ruolo di primo piano. Soprattutto fra
il il1977 ed il 1980, la Casablanca Records, ospitava Donna Summer, Giorgio
Moroder, Village People, Ritchie Family, Meco, Love and Kisses, Paul Jabara e
buona parte degli altri artisti che in quel periodo facevano vibrare le pareti
delle discoteche.. La Casablanca, che, come impresa, aveva avuto un avvio
difficile, rasentando la bancarotta, trovò la sua vera identità con
l’affermazione mondiale della disco music. Sotto la spregiudica egida del suo
proprietario Neil Bogart 1'etichetta definì, perfezionò, caratterizzò e sfruttò
il genere in tutto il suo potenziale estetico, sonoro e commerciale, fino a
mettere alle corde concorrenti, rivali ed antagonisti. La disco music era
diventata la via del divertimento notturno per eccellenza, talvolta anche
oltraggiosa ed iconoclasta. La Casablanca, diretta con spirito innovativo e
geniale intuito da Bogart, si rese interprete di una disco “fragorosa”,
esagerata, riproposta su uno modello da fasti hollywoodiani, sovente spinti
all’eccesso e rasentando il kitsch. Nel breve volgere di qualche stagione, la
Casablanca divenne una vero proprio “divertimentificio”, una grande industria
musicale gestita con lo stesso criterio di una casa cinematografica: divismo,
contratti miliardari e successi planetari. I meriti di tale “operazione trionfo”
vanno attribuiti senza dubbio a Neil Bogartz , nato nel 1943, il quale cambiò
presto il suo nome in Bogart in onore dell'idolo cinematografico della sua
infanzia, Humphrey Bogart, protagonista del film Casablanca. Durante gli anni
Sessanta, Bogart si era costruito una solida reputazione nell'ambienti musicali,
lavorando come promoter per la rivista Cash Box e per la Cameo-Parkway Records,
guadagnandosi, inoltre, la fama di abile esploratore dei nuovi mercati e di
capace promotore dei prodotti di cui si occupava, grazie ad una serie di geniali
intuizioni: contro ogni previsione, era riuscito a portare alla ribalta emeriti
sconosciuti, talvolta anche privi di talento. Alla fine degli anni Sessanta, nei
panni di general manager della Buddah Records, comprese che il mondo musicale,
soffocato nell'acid-rock, lasciava fuori dal mercato una grossa fetta di
adolescenti. Inventò, quindi, la cosiddetta “bubblegum music” e sotto questa
sigla mise a segno una serie di successi mondiali con canzoni elementari e dal
gusto teenageriale.
Continua

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