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VAN
McCOY
"The Hustle", la canzone
che ha determinato tutta "febbre danzereccia", è nata per caso. Una sorta di
naturale esplosione, una miccia che prese fuoco all’improvviso. Se non fosse
stato per un buon DJ, chiamato David Todd, e per il suo spiccato spirito di
osservazione, i teen-agers di mezzo mondo oggi, come nei decenni precedenti, da
quando andare a ballare è diventata una consuetudine, starebbero a casa invece
d'invadere in massa le discoteche. Costui un giorno raccontò a Van McCoy e al
suo partner, Charlie Kipps, di strane cose e bizzarri movimenti che facevano i
ragazzi nella sala dell'Adam's Apple, un prototipo di discoteca nell'East Side
di New York. Van McCoy intuì che poteva essere la soluzione definitiva per suoi
problemi di musicista ancora squattrinato e non si lasciò sfuggire
l'occasione. Le evoluzioni dei ragazzi dell'East Side trovarono un nome: “The
Hustle” e Van McCoy elaborò un ritmo che facilitasse quei "passi“. Risultato:
nel giro di qualche mese, Van McCoy diventò molto più ricco di quanto non fosse
nel gennaio del 1975. Possiamo affermare che Van McCoy sia stato per gli anni
'70, ciò che Chubby Checker fu per i '60: ha letteralmente strappato i kids
dalle sedie, da dove ascoltavano musica pop, e li ha trascinati a forza nel
ballo. I discofobi ed i detrattori della disco-music di ogni epoca ora hanno un
capro espiatorio, ora sanno con chi prendersela: misera vendetta, il nostro è
morto prematuramente, senza potersi godere tutti i frutti del suo successo. Il
povero Van McCoy, non fece altro che diffondere quello che era un ballo tipico
di alcuni Latin clubs del South Bronx e aggiungere una parola ai vocabolari di
tutto il mondo: “The Hustle”. Diceva un collaboratore di McCoy, Kipps: "Era
stranissimo vedere dal gabbiotto del "dee-jay", tutti i ragazzi che ballavano,
dopo pochi giorni dall'uscita del disco, in modo perfetto e sincronizzato:
sembrava che avessero studiato quei passi per dei mesi e che si muovessero sotto
il controllo di un abilissimo coreografo". Questo fu un chiaro esempio
dell'abilità dei discografici americani. Quando Van Mc Coy si recò a presentare
alla sua casa discografica questo nuovo ballo e il ritmo che aveva costruito,
gli vennero immediatamente ordinati undici brani per fabbricare un LP, e
particolare attenzione venne dedicata al pezzo per il 45 giri: una fusione di
musica latina e rythm & blues, abbinati in un seduttivo invito vocale a ballare:
"Do it, do the Hustle!". L'album, Disco Baby, vendette otto milioni di copie,
per non parlare del singolo. Ma guardiamo alla sua biografia: McCoy nacque a
Washington, il 6 gennaio 1944, e fin da giovanissimo si dedicò alla musica, fu
la madre, che suonava piano e organo nella chiesa del quartiere, a iniziano
all'arte delle tastiere. Intanto Norman, suo fratello più grande, si dilettava a
suonare il violino, cosicché si formò un duo, i McCoy Brothers, due teneri
fratellini che si esibivano nelle riunioni parrocchiali e nelle feste delle
ricche signore della zona. All'età di dodici anni scrisse la sua prima canzone e
formò, sempre insieme al fratello e a tre compagni di scuola il suo primo
gruppo, specializzato in “doo-woo”, più tardi, divenne il cantante di Mitch
Miller. Lavorò nell'industria discografica per quattordici anni prima di
giungere al successo di “The Hustle”. Nel corso di quegli anni si dedicò anche
all'attività di produttore, lavorando per gruppi come Gladys Knight and the Pips,
The Shirelles, e Peaches and Herb, Melna Moore, Linda Clifford, Aretha Franklyn
e Stacy Lattisaw. Dopo aver pubblicato tre album, senza risultati tangibili,
rielaborando il vecchio R&B, secondo le nuove tendenze disco-funkoidi, fu solo
nel '75, che riuscì a colpire nel segno: il New York Times definì, forse con una
certa enfasi eccessiva, il suo hit come "The biggest dance record of the
Seventies, and the biggest disc of that genre in nine years". Probabilmente, in
quei giorni, il redattore del New York Times non immaginava nulla di quanto
sarebbe avvenuto negli anni a seguire, fino alla “Febbre del Sabato Sera”. Tutte
le classifiche del mondo lo vedevano saldamente al vertice, ma, soprattutto, a
gloria imperitura, gli venne assegnato il disco d'oro per l’album “Disco Baby”.
Van McCoy tentò di sfruttare sino in fondo la sua invenzione, insistendo sempre
sul tema Hustle. Ma le mode sono particolarmente effimere: "Forse insistetti
troppo a lungo a fare sempre le stesse cose ", ammise con sincerità, dopo
qualche tempo. Solo nel 1977 riuscì a dimenticare il suo ballo e a scrivere
canzoni per un altro album. Il disco uscì nel Marzo del 1978, con il nome “Van
Allen McCoy”, e toccava un pò tutti gli stili musicali. Come spesso accade, non
riuscì a bissare i fasti del precedente. Non impietositevi, poiché le
“royalties” ricavate da “The Hustle” gli hanno permesso di vivere agiatamente,
sia pure per pochi anni, in un castello stile Tudor, a Englewood, nel New
Jersey. Se interrogato a proposito, egli rispondeva: "Guarda, siamo onesti,
bisogna dire che ognuno nella vita ha una spinta, trova un veicolo. L'Hustle è
stato il mio veicolo. Tutto ciò che io ho fatto nel resto della mia vita mi è
stato reso possibile dall'Hustle…” Van McCOY morì, prematuramente il 6 luglio
1979, all’età di 45 anni. Per gli annali della storia della musica contemporanea
resta, comunque, un valido musicista, un abile produttore ed uno dei padri
fondatori della “disco-muisc” nel senso più letterale del termine: musica da
discoteca, per le discoteche, atta a far muovere le gambe. A volte la differenza
tra un individuo qualunque ed un “genio”, sta solo in una pura e semplice
intuizione, per Van McCoy, “The Hustle” è stata come la formula “E= m c 2” per Albert Einstein.
Discografia Consigliata
"Soul improvisations" (Buddah) -1972
"From disco to love" (Buddah) -1972
"Disco baby" (Avco Embassy) -1975
"The disco kid" (Avco Embassy) -1975
"The real McCoy" (H&L) -1976
"My favourite fantasy" (MCA) -1978
"Lonely dancer" (MCA) -1979
"Sweet rhythm" (H&L) -1979
"Dancin"' (SSS) -1979
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