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SPINNERS
Lasciando scivolare il
pick-up del giradischi (il vinile è di rigore) su qualsiasi album degli Spinners,
soprattutto uno dei tanti pubblicati a partire dal 1970, si percepisce una
piacevole sensazione di benessere: sono vibrazioni positive che catturano la
mente ed il corpo di chi ascolta. Le canzoni scivolano leggiadre ed una tira
l’altra; non vi sono mai picchi altissimi o cadute di stile, eccessi o ribassi,
ma una temperatura costante mantiene una piacevole atmosfera – oggi si direbbe –
da pre-disco. Procedendo nell’ascolto, si percepisce la sensazione che i Nostri,
pur camminando con il freno volutamente tirato e con un numero di BPM assai
castigato, non siano semplicemente un assaggio o un pre-qualcosa, ma un
tutto completo. In realtà, gli Spinners, di questi tempi, potrebbero trascinare
verso la pista solo le menti elette. Paradossalmente, se suonati durante un
pre-serale, in una qualunque discoteca, sarebbero in grado sortire uno strano
effetto (test realizzato da innumerevoli DJs in svariate occasioni), ossia
immobilizzare l’uditorio ed avvolgerlo in un incantevole atmosfera di ascolto
collettivo, complice la qualità e la potenza sonora dei watts (anche se non
eccessiva in prima serata), di cui pure il più modesto dei locali da ballo
potrebbe essere dotato. In sintesi, quando il DJ, abbassate le luci e condotto
lo slide del volume almeno a zero-db, dovesse iniziare a picchiare sodo con i
suoi martelli sull’incudine e ad annebbiare la dance-floor con strombo e laser,
molti verrebbero sfiorati o sopraffatti dal un pensiero del genere: “ Ma dai
lascia perdere! Si stava così bene, ci stavamo rilassando!!!” In verità, quasi
tutte le discoteche dovrebbero possedere una sala a parte, una sorta di “camera
di decompressione”, dove suonare la musica degli Spinners et similia,
probabilmente una notte passata in discoteca sospingerebbe gli avventori, di
ogni razza, età e colore, verso più miti propositi, soprattutto all’uscita dai
locali. Dapprima incompresi, poi da molti definiti come il miglior gruppo soul
degli anni ’70. Ad onor del vero gli Spinners, furono protagonisti, forse
inconsapevoli, di un operazione al contrario: mentre la musica soul si evolveva
in direzione del funk, proponendo soluzioni danzerecce proiettate verso
l’esplosione della disco-music, essi furono artefici (almeno nella prima metà
dei Settanta) di un’ottima “disco” nel rispetto di quelli che erano taluni
classici stilemi del soul più tradizionale. Molte delle loro intuizioni, fecero
in seguito la fortuna di altri, i quali ebbero solo l’ardire di renderli più
adatti alle pressanti richieste ed esigenze dei DJs da discoteca. Gli Spinners
appartengono, infatti, a quella ristretta cerchia di raffinati artisti, la cui
fama non ha mai raggiunto vette elevatissime in termini di successi planetari,
ma che hanno sempre ricevuto l’unanime consenso dei più esigenti cultori
dell’R’n’B e degli addetti ai lavori: nei primi anni della “disco”, le loro
canzoni, a metà strada tra moderna soul-music e pop di lusso, fecero la felicità
di DJs e danzatori. Nella loro lunga carriera vi sono esordi difficili e fasi
alterne: originari del Michigan, nascono nella metà degli anni Cinquanta per
volere di un gruppo di amici e compagni di Liceo, Billy Henderson, Henry
Fambrough, Pervis Jackson, C.P. Spencer e James Edwards. La vicinanza con la
città di Detroit, dove imperversa lo scaltro Berry Gordy e sua la fabbrica di
successi a presa rapida, li porterà ben presto ad aggiungersi alla nutrita
schiera di artisti colore che gravitavano intorno all’orbita Motown. Sono anni
difficili ed il consenso tarda ad arrivare. La Tamla-Motown di Detroit, città
dell’automobile, aveva impostato la produzione come una vera e propria catena di
montaggio. Le qualità ed il gradimento di un artista si misuravano con il
successo commerciale. Sia pur dotati di ottime soluzioni vocali ed armoniche e
capaci di interpretare melodie gradevoli, essi non possedevano la forza
dirompente dei Four Tops o dei Temptations, allora teste di serie in casa Motown,
dove gli Spinners non erano tenuti nella giusta considerazione: troppo distanti
dallo standard dell’etichetta di Detroit che, presto, non ci pensò due volte a
metterli alla porta. Troppo diversi, raffinati, soprattutto difficili per il
mercato dell’epoca. La loro marcata inclinazione verso gli arrangiamenti
sofisticati, gli intrecci vocali morbidi e pastosi e le orchestrazioni “sinfoneggianti”,
anticipavano di qualche anno, ciò che sarebbe stato il Philly-Sound ed il nuovo
stile che avrebbe imperversato nella prima fase della “disco”. Il distacco dalla
Motown, comunque, fu l’inizio di una nuova vita e di una vera svolta. Dopo
qualche rimaneggiamento nel line-up, il gruppo, assaporò il primo vero successo
nel 1970, grazie ad una collaborazione con l’allora astro nascente Stenie Wonder
ed un contratto per una piccola etichetta. la VIP Records: “It's a Shame” fece
assaporare agli incompresi ex-ragazzi di Famdale (Michigan) il brivido dell’alta
quota in classifica. Seguirà l’album “The Second Time Around” ed una nuova
canzone firmata da Wonder "We'll Have It Made". A questo punto si conclude anche
la parentesi con la VIP Records. Si narra che fu Aretha Franklyn, dopo aver
ascoltato l’album “The Second Time Around”, a segnalarli all’Atlantic.
L'incontro del gruppo con Tom Bell cambiò radicalmente le cose: grazie alle
intuizioni del produttore, essi poterono mettere a frutto i propri talenti ed
acquisire un stile distintivo imperniato su una voce in falsetto ed un ricamo di
eleganti trame sonore e complesse armonie vocali. Tra il 1972 e il 1977, gli
Spinners e Thorn Bell registrarono molti brani considerati oggi dei classici
della “disco ante-litteram” “I'll be Around”, “Could it Be I’m fallin' in Love”,
“Mighty Love”, “Ghetto Child”, “Then came you, Games people play”. A più
distratti si consiglia l’album del 1977, quando in piena esplosione della
disco-music, gli Spinners aumentarono di qualche giro il proprio andamento lento
con una manciata di canzoni straordinarie, su tutte la trascinante “I’m Gonna
Getcha” e la superba “Easy Come, Easy Go”, in puro stile Philly-Sound. Pur
essendo sotto contratto con l’Atlantic, diretta concorrente, gli Spinners
avevano un rapporto ideale ed un’affinità elettiva con il modulo espressivo
tipico della Philadelphia International. In effetti, parte dell’album venne
registrato al mitico Sigma Sound Studios di Filadelfia con l’inserimento delle
più famose coriste del Philly-Sound: Yvette Benton, Barbara Ingram e Carla
Benson. La loro carriera inizio a declinare alla fine degli anni '70 o più
semplicemente ad evolversi verso qualcosa di nuovo: nei primi anni ’80, infatti
essi non disdegnarono di cavalcare l’onda del crossover-funk, in particolare con
uno splendido album del 1982. “Grand Slam”, uscito in un momento assai
inflazionato per prodotti del genere, forse a torto, passato inosservato almeno
in certe latitudini. Il disco è davvero di pregio (non sarebbe mai troppo tardi
per riscoprirlo). In alcuni frangenti, i cadenzati e controllati Spinners
riescono perfino a mollare il freno, creando una perfetta sintesi sonora tra
quelli che erano i modelli imperanti del momento, ossia gli Earth, Wind & Fire e
i Kool and The Gang. Segnalatissima l’irresistibile “Magic in The Moonlight”:
questa sì, che farebbe ballare chiunque! Ottima per sgranchirsi le gambe, pure
la graffiante “ Lover Boy”. Con un tardivo riconoscimento , partire dal 1999,
sono stati inclusi ufficialmente come gruppo vocale nella “Hall of Fame”.
Discografia Consigliata
The Second Time Around (VIP) 1970
Spinners (Atlantic) 1972
Mighty Love (Atlantic) 1974
New and Improved (Atlantic) 1974
Pick of the Litter (Atlantic) 1975
Happiness is being with the Spinners (Atlantic) 1976
Yesterday Today & Tomorrow (Atlantic) 1977
Spinners/8 (Atlantic) 1977
From here to Eternally (Atlantic) 1979
Love Trippin' (Atlantic) 1980
Labor of Love (Atlantic) 1981
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