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THE RITCHIE FAMILY
La Richie Family
rappresenta una delle componenti più trash, tra il kitsch ed il ketchup, della
disco-music, sia pure con risvolti di natura commerciale assai interessanti.
Distante anni luce dalla tradizione R&B, il progetto Richie Family, concepito a
tavolino, fu una sorta di “grande pattumiera” in cui gettare tutto ciò che fosse
possibile ed immaginabile, musicalmente parlando: dai ritmi latini, alle
orchestrazioni sinfoniche, dai rullanti afro alle colonne sonore da film. La
pensava molto diversamente il suo inventore: “Soul ritmico: una via di mezzo tra
il Philly sound e Barry White", cosi, infatti, il produttore e arrangiatore
indipendente Ritchie Rome descriveva “Brazil”, il voluttuoso progetto targato
Ritchie Family concepito nel 1975 e destinato a riscuotere a lungo il gradimento
del pubblico. L’effervescente rifacimento in chiave disco del classico di Ary
Barroso, “Aquarela Do Brasil”, fu la prima collaborazione di Rome con i parigini
Henry Belolo e Jacques Morali (i burattinai che muovevano i fili dei Village
People). Un triunvirato, aduso alla produzione su vasta scala di meteore-disco e
fenomeni da baraccone usa e getta, che avrebbe provocato luminosi sorrisi di
approvazione tra i ballerini incalliti, grazie a quei quattro album senza i
quali ogni collezione “disco” (nel senso più ortodosso del termine) risulta
incompleta. Nella sua originaria formazione la "family" era composta da turnisti
di Philadelphia messi insieme da Rome e da tre cantanti, Cassandra Ann Wooten,
Gwendolyn Oliver e Cheryl Mason-Jacks, ma la musica soul non era neanche una
lontana parente. II primo album, “Brazil”, è infatti orchestrale con barocchismi
eccessivi, un numero spropositato di archi e percussioni che suonano insieme,
creando un muro del suono che ricorda gli arrangiamenti di Lex Baxter. La
facciata A parte subito sparata con un'esecuzione mid-tempo della “Rumba delle
Noccioline” (Peanut Vendor) arricchita da suggestioni trasgressive provocate da
suadenti voci femminili. Un fragoroso break di bongo conduce i ballerini a una
versione lunga otto minuti di “Frenesia”, altro celeberrimo classico
latino-americano, seguito dalla title-track, con la sua garanzia di immancabile
intrattenimento. La facciata B contiene solo composizioni originali, ovvero
cinque incursioni disco piene di coinvolgenti ritmi di cha-cha-cha. La seconda
fantasia disco della Ritchie Family arriva durante l’estate 1976: è “Arabian
Nights”, una ridondante casbah sonora dall'inizio alla fine. Si comincia con
“Istanbul (Not Constantinople)”, si passa attraverso il tema di Lawrence
d'Arabia e si finisce in “A Persian Market”. La sensazione e quella di un
miscuglio tra colonne sonore di Hollywood e glamour disco, il tutto irrobustito
da percussioni e dall’inconsueto intervento di voci maschili. L’album conteneva
anche il successo da classifica “The Best Disco In Town”, un medley di brani
molto popolari nei club (tipo I Love Music, Lady Bump e Turn the Beat Around)
dominati da cori suggestivi (una formula vincente che i produttori usarono di
nuovo nel 1977 per il 12" Discomania dei Lovers). Gli altri due album essenziali
della Ritchie Family uscirono entrambi nel '77. “Life Is Music” e
un'irresistibile scatola di cioccolatini disco leggermente avariati, piena di
melodico-romantiche e di arrangiamenti elaborati. Le tracce vincenti sono “Long
Distance Romance”, col suo sensuale racconto telefonico e “Lady Luck”,
un'incursione disco in atmosfera da Casino Royal, nel più eccessivo stile Bond.
“African Queens” metteva insieme Nefertiti, Cleopatra e la Regina di Saba, nel
maldestro tentativo, decisamente discutibile, di far rivivere tre momenti di
storia africana. L’ album, costituito di un unico brano, si discosta dal
consueto sound lussureggiante del gruppo, privilegiando piuttosto implacabili
ritmi di rullate in stile euro-disco. In questi solchi, comunque, trova posto
uno dei brani paradigmatici dell'intero genere: la splendida versione del
celeberrimo tiki-tiki di Martin Denny Quiet Village. Come nell'originale, il
pezzo e una galleria di languide immagini di giungla illuminata dalla luna e di
spiagge bagnate dalle onde, il tutto visto attraverso una specie di cinemascope
disco e trainato da un irresistibile ritmo di batteria. A questo punto, sulla
scia del successo della Febbre del sabato sera, i produttori del gruppo optarono
per ritmi più decisi e melodici, decisamente più pop, nel tentativo di andare
incontro ai gusti del pubblico con prodotti più accessibili. La successiva
uscita discografica della Ritchie Family non solo rifletteva questa tendenza, ma
la stessa illustrazione di copertina anticipava il radicale cambiamento
musicale. Finiti i tempi dei copricapi antichi, degli armamentari di piume,
pellicce e chiffon. II nuovo look era americano-sportivo, con ragazze in
scaldamuscoli e succinti bikini rossi, bianchi e blu. L'album “American
Generation” partiva con una frizzante canzoncina in stile surf per l’estate '78,
in sintonia con quella copertina. Ma i brani successivi non reggevano il
paragone con l'atmosfera "Beach Boys da discoteca" e suonavano piuttosto come
avanzi di una stagnante sessione di studio della ditta Belolo/Morali. “Bad
Reputation”, del '79, è senz’altro migliore - seppure distante anni-luce dalle
meraviglie orchestrali degli esordi - anche grazie ad arrangiamenti di grande
semplicità. Aquesto punto la Ritchie Family s’era trasformata in una specie di
caricatura al femminile dei Village People, sia nell'immagine che nel suono. In
questo caso, poi, la copertina era un vero "pugno in un occhio", con le ragazze
in completo di cuoio in sella a una moto luccicante, attorniate da un
Doberman-Pincher e da cinque enormi culturisti intenti a gonfiare i pettorali
(tra loro Mister Mondo, Peter Grymkowski). All'interno dei solchi, canzoncine
orecchiabili come “Where Are the Men?” e “Sexy Man”, cantate con accenti
abbastanza convincenti e un brano di punta “Put Your Feet to the Beat”, che
sparava raffiche di ritmi massacranti ed urlava istruzioni per marciare come un
plotone di fanteria. Ancora nel corso del '79, la Ritchie Family avrebbe
pubblicato un ultimo album, genuinamente disco, tutto imperniato sulla popolare
“Give Me a Break”. La stessa che si ritrova nella colonna sonora di “Can't Stop
the Music”.
Discografia Consigliata
Brazil 1975
Arabian Nights 1976
American Generation 1979
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