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TEDDY
PENDERGRASS
All’inizio degli anni
'70, all’interno del variegato universo della musica nera, particolarmente nel
mondo dell’R&B, si assiste ad un mutamento epocale Prendono piede gli
arrangiamenti orchestrali e le atmosfere si fanno più suadenti e leggere, pur
conservando, in taluni casi, le istanze di “protesta sociale” della gente di
colore. Tutto ciò rifletteva, probabilmente, un benessere sconosciuto nei
decenni precedenti ed una libertà di espressione, prima impossibile. Mentre il
rhythm'n'blues veniva in parte soppiantato dal “funk”, a Los Angeles nasceva la
“20th Century” di Barry White, a Miami, con “TK Records”, esplodevano Timmy
Thomas, George McCrae e K.C. & The Sunshine Band, a Filadelfia gruppi come gli
O' Jays, i MFSB (Mother Father Sister and Brother) e solisti come Teddy
Pendergrass e Billy Paul legittimavano la nascita di un vero movimento il
“Philly Sound”. Proprio nella città di Filadelfia, Gamble e Huff, già all’opera
fin dalla metà degli anni '60, avevano iniziato a sperimentare le soluzioni
sonore che, dieci anni dopo, sarebbero state alla base del cosiddetto Philly
Sound. Soprattutto il loro lavoro in studio con Jerry Butler (co-fondatore
assieme a Curtis Mayfield degli Impressions) portò alla definizione di alcuni
precisi moduli espressivi: un uso dell'orchestra, sposata perfettamente alla
ritmica, arrangiamenti sofisticati con tendenza al sinfonico, morbida e felpata
dinamica ed una melodia accattivante, caratterizzavano quei primi prodotti come
avrebbero dato un segno distintivo, poi, a quelli degli O' Jays o del MFSB. I
nomi di punta della Philadelphia International erano Billy Paul e Teddy
Pendergrass come solisti, e formazioni semplici o composite come gli O'Jays, le
Three Degrees e i Blue Notes di Harold Melvin. In particolare, Theodore DeReese
Pendergrass, detto Teddy, classe 1950, si segnalò, dapprima, come cantante dei
Blue Notes. La sua voce calda e graffiante nella morbida “If yuo don’t me by now”
(ripresa, in seguito, dai Simply Red), ha prodotto brividi lungo la schiena a
sterminate generazioni di innamorati. Teddy comincia giovanissimo ad esibirsi
agli angoli delle strade della sua città, Filadelfia, eseguendo “doo wop tunes”,
dopo essere stato avviato dei genitori al canto “gospel” in chiesa. Finiti gli
studi, presso la “The old Thomas Edison High School for Boys”, il giovane
Theodore decide di dedicarsi completamente alla musica ed girare il mondo con
varie band, alcune delle quali rifacevano il verso a James Brown, la sua voce
forte e possente, ne riproduceva un clone perfetto. Dopo aver suonato la
batteria nel gruppo del Cadillacs, entra nell’organico dei Blue Notes di Harold
Malvin, divenendo uno dei principali alfieri del “Philly Sound”. Una lunga
catena di successi, inanellati uno a breve distanza dall’altro, segneranno la
prima parte della sua carriera. Già ricco e famoso, nel 1977, Teddy Pendergrass
da alle stampe il suo primo LP come solista.. E’ il momento di massima
espressione della “disco-soul-funk” e la musica da discoteca viene prodotta al
90% da gente di colore di colore, il “Philly Sound” ed altri stili derivati
dall’R&B, stanno contagiando anche i bei nome del pop-rock mondiale, così Teddy
non ha difficoltà ad affermarsi nelle classifiche di mezzo mondo. L’anno
successivo inizia un momento d’oro. Il 1978, con l’uscita di “Life Is a Song
Worth Singing”, considerato uno dei dischi più belli dell’intera storia della
black-music, egli si riconferma interprete sopraffino, capace di spaziare dalla
ballata romantica al funk incandescente. Tra le gemme dell’album sono da
segnalare “Only You” e l’insuperabile “Get Up Get Down Get Funk Get Loose”,
piccolo capolavoro di disco-funk. In realtà, Teddy Pendergass, partendo dal
Philly Sound, aveva dato il via a quella specie di cross-over musicale, tra la
musica da discoteca più commerciale e di facile “digestione” ed il puro funk di
marca R&B. Il 1979, esce l’album “Teddy”, dove canzoni zuccherose si alternano
ad alcuni pezzi “ballabili”, le ritmiche diventano più asciutte, gli
arrangiamenti meno orchestrati e la distanza dal vecchio stile si casa
Philadelphia si accentua notevolmente. L’evoluzione era in atto, Ne è una
conferma l’album “TP” del 1980, dove il funk si apre ad altre contaminazioni,
qualche tentazione rock cominciava a farsi strada tra i solchi di quel disco,
che, comunque, conclude un’altra fase importante della sua carriera. Gli anni
ottanta lo confermano ancora come uno dei capisaldi della scuderia Philadelphia,
almeno fino al 1983: dopo altri tre album di pregevole fattura, il sodalizio con
la casa madre del Philly Sound s’interrompe. Il divorzio coincide anche con un
brutto incidente automobilistico, avvenuto nel marzo del 1982 durante un tour in
Germania, a causa del quale Pendergrass rischia di rimanere paralizzato. Dopo un
periodo di inattività ed un contratto con la Asylum, pubblica altri due album
che, però, non incontrano i favori dei precedenti. Il 1988, il rilancio
internazionale ed una nomination al Grammy, sono decretati da “Joy”, un altro
capitolo importante per la black-music di tutti i tempi. La title-track “Joy”
per eleganza formale ed interpretazione può, tranquillamente, essere accomunata
a “Sexual Healing” di Marvin Gaye e “Nightshift” dei Commodores”. Nel
2006, Teddy, da una stazione radio di New York, ha annunciato il proprio ritiro
dalle scene.
Discografia Cosnigliata
Teddy Pendergrass (Philadelphia International 1977)
Life Is A Song Worth Singing (Philadelphia International 1978)
Teddy (Philadelphia International 1979)
TP (Philadelphia International 1980)
It's Time For Love (Philadelphia International 1981)
This One's For You (Philadelphia International 1982)
Heaven Only Knows (Philadelphia International 1983)
Love Language (Asylum 1984)
Workin' It Back (Asylum 1985)
Joy (Elektra 1988)
Truly Blessed (Elektra 1991)
Archivio
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