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McFADDEN
& WHITEHEAD
Il merito di questi due
artisti, dal notevole spessore creativo, è quello di aver saputo trasportare il
Philly-Sound verso un funk più metropolitano e dal carattere deciso, privandolo
di "certi zuccheri in eccesso". Una sintesi della loro elegante alchimia sonora
è rintracciabile in uno straordinario pezzo del 1979 "Do You Want To Dance". In
verità, questo affiatato tandem di autori di “gran classe”, dopo aver regalato il frutto
dei loro neuroni creativi e delle proprie divagazioni sul pentagramma ad altri
accreditati artisti dalla pelle d’ebano, un giorno non ben specificato dell’anno
di grazia 1979, imbroccò, inconsapevolmente, quel viale che conduce ad un’ideale
“Hall of Fame” della musica, dove è possibile lasciare un’impronta indelebile ad
imperitura memoria. Quella mattina (potrebbe essere accaduto di pomeriggio o di
notte), dopo aver lanciato un “groove” cominciarono a giocare col piano e a
farfugliare qualcosa che suonava all’incirca così: "Ain't No Stoppin' Us Now…We
gotta a groove!” Come dire:” Non provate a fermarci…perché abbiamo il groove (il
ritmo) giusto!” L’idea era senz’altro giusta, talmente vincente, che nel giro di
qualche mese, una volta “sgrossata” rifinita, incisa e lanciata sul mercato,
divenne uno dei più grandi successi “disco” di tutti i tempi. Il pezzo pareva
destinato all’ugola di chissà quale artista della scuderia “Philadelphia
International”. In realtà, Gene McFadden e John Whitehead, da sempre eccelsi
compositori, avevano sicuramente contribuito a far conoscere al mondo il Philly
Sound. Il duo possedeva all’attivo una miriade di successi scritti per alcuni
tra i maggiori esponenti di questo genere, quali The O'Jays, Teddy Pendergrass,
The Jackson 5, Lou Rawls, Archie Bell & The Drells e Harold Melvin & The Blue
Notes. Il pezzo, uscito da quella “session” a due, aveva qualcosa di speciale,
pur rimanendo legato per ispirazione allo stile “Philadelphia”, sembrava, più
asciutto, meno orchestrato, il testo appariva meno verboso, ma soprattutto le
ritmiche erano più pressanti e taglienti a discapito delle classiche sezioni
d’archi sinfoneggianti: in poche parole, quel “groove” era decisamente più
innovativo, rispetto alle creazioni precedenti. Tutto ciò, anziché entusiasmare,
qualcuno dei blasonati artisti sotto contratto con la “Philadelphia”, il quale
avrebbe dovuto fare i salti di gioia pur d’interpretare una canzone di tale
fattura, produsse una certa indifferenza: il brano era, per loro, davvero troppo
moderno. Al momento delle audizioni non produsse disprezzo, ma neppure il minimo
interesse. A questo punto la storia cede il passo alla leggenda. Dopo essersi
guardati in faccia i due compositori trassero queste conclusioni: “Hey Gene, non
dirmi che stai pensando anche tu quello che penso io!!” – “Hai capito bene, John,
sai che ti dico: ce la cantiamo noi. La incidiamo e poi, si vedrà!!!” Giusto il
tempo di organizzarsi e lo fecero per davvero. Nonostante la diffidenza dei
vertici dalla casa discografica, la scommessa fu vinta: il loro primo singolo,
come interpreti di se stessi, "Ain't No Stoppin' Us Now" divenne un vero e
proprio hit, spalancando al duo le porte di un successo planetario. Il brano
diventò presto il numero uno nella classifica R&B negli USA e gli valse una
nomination al Grammy, raggiungendo perfino il tredicesimo posto nelle pop-charts,
solitamente ostiche verso gli artisti di colore (almeno in quell’epoca). Il
singolo, cui fece seguito un intero album ed una bellissima versione extended su
maxi-single, venne, dunque, stampato sotto diverse etichette e distribuito in
ogni angolo del pianeta, riuscendo a vendere oltre otto milioni di copie.
Addirittura in più parti venne ripreso da artisti locali, (ci fu anche una
versione italiana). Durante la calda estate 1979, stagione di maggior
“aggressività mercantile” della “disco”, bastava girare la manopola della
sintonia, per capire che ogni radio privata, anche nella più sperduta landa
d’Italia, ne aveva fatto un piccolo successo. In discoteca i DJs, proponevano "Ain't
No Stoppin' Us Now” nel momento clou della serata. McFadden & Whitehead, già
membri del gruppo degli Epsilons sotto la guida di Otis Redding, iniziarono a
suonane e comporre sin dagli anni ‘60. Quando il gruppo cambiò nome in Talk of
the Town e venne affidato alla guida dei produttori Kenny Gamble e Leon Huff, i
due riuscirono a strappare il primo contratto, come autori, alla Philadelphia
International label, per la quale continuarono a scrivere successi durante gli
anni successivi, annoverando tra i loro “clienti” artisti del calibro di Gloria
Gaynor, Freddie Jackson, Melba Moore, Gladys Knight, James Brown,
Stevie Wonder e tanti altri. Una piccola leggenda metropolitana narra che quando
Fred Jaques Petrus e Mauro Malavasi decisero di dare il via al progetto Change,
il più alto esempio di disco-funk made in Italy, pensarono a qualcosa che
potesse essere una via di mezzo tra gli Chic e Macfadden & Whitehead. Purtroppo,
per una sorta di maledizione che incombe come una spada di Damocle, sul mondo
dell’R&B, questi due grandi artisti, compositori ed interpreti, sono scomparsi
anzitempo: Whitehead è stato assassinato, all’età di 55 anni, l’11 maggio del
2004, mentre camminava per le strade di Filadelfia, colpito dal proiettile
sparato da uno sconosciuto (il caso è rimasto irrisolto); Macfadden si è spento,
dopo una lunga malattia, il 27 gennaio del 2006. Aveva 56 anni. Da tempo, “Ain't
No Stoppin' Us Now”, viene utilizzata come inno della squadra NBA della città di
Filadelfia. Tra i tanti rifacimenti, merita una segnalazione particolare la
versione realizzata da Luther Vandross, il quale ebbe a dichiarare: “Questa è la
canzone che ognuno avrebbe voluto scrivere e cantare!” E pensare che tutto ciò
nacque quasi per gioco, una fredda mattina d’inverno, in uno studio di prova,
nella capitale del Philly Sound.
Discografia Consigliata
Macfadden & Whitehead -
Philadelphia Int. 1979
I Heard it in a Love Song – Philadelphia Int. 1980
Movin’On – Capitol 1982
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