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  DISCO & FUNK INFO

 

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  REGGAE: L'ALTRA FACCIA SCURA DEL BALLO. Nella seconda metà degli anni ’70, con l’esplosione mondiale della “disco-music”, cominciano a far capolino tra le scalette dei DJs da discoteca, anche i successi reggae...

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 R&B E DINTORNI:  Nel variegato e frastagliato universo della discografia mondiale degli ultimi anni si assiste ad una tendenza, ossia il voler inglobare all’interno di una stessa “definizione” artisti, produttori, musicisti e bands, che pur con talune similitudini, hanno differenti caratteristiche e propositi e non solo per esigenza di catalogo...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

JERRY BUTLER


Talvolta si ascoltano, si cantano o si ballano canzoni di artisti di cui non si conosce neppure il nome. E’ questo il triste destino di molti grandi della black-music, ma non solo, sovente, dimenticati dai “compilatori” di enciclopedie di questa o quella storia della musica, storie talvolta troppo bianche, altre volte più “nere” per eccesso di settarismo razziale, ma mai nel rispetto di quelli che sarebbero i cardini basilari della storiografia. Scrivere di musica, con il patentino da storico DOC non è impresa per nulla facile: i generi si mischiano, gli artisti si confondono, si spostano da uno stile all’altro e di tutto viene affidato ad un criterio di catalogazione o di gerarchizzazione del tutto soggettiva. Ecco perché chi scrive di musica, al massimo, può esibire il tesserino da giornalista. Se esistesse una Treccani della musica contemporanea, Jerry Butler non occuperebbe un posto di primaria importanza, ma sicuramente meriterebbe una posizione di rilievo, comunque, di tutto rispetto: i suoi meriti, sia pure misconosciuti, sono davvero importanti. In una virtuale, o virtuosa, enciclopedia, potremmo leggere una siffatta definizione: “Jerry Butler, eclettico compositore ed interprete di “Modern-Soul”, capace di spaziare dal swing al blues, dal latin-funk alla disco-music, marcando ogni sua manifestazione artistica con forte personalità e con un uso della vocalità comune solo ai grandi dell’R&B.” Basterebbe una sola canzone, scritta, sia pure, in società, per giustificare l'inclusione di Jerry Butler in questa ideale mappatura della musica di alta scuola: composta nel 1965, in una camera d'albergo, a Buffalo a quattro mani con il mitico Otis Redding, che, con la sua interpretazione la rese immortale, “I've Been Loving You Too Long” è considerata una delle ballale cardine del genere soul: uno struggente lamento amoroso, mai banale e pregno di altri e più vasti significati, anche di natura socio-politica. Si aggiunga anche un altro splendido esempio di composizione in comproprietà, ossia “For Your Precious Love”, che segnò l’esordio per gli Impressions di Curtis Mayfield, raggiungendo rapidamente i Top 10 delle charts pop ed R&B. Nonostante chi ben comincia, dovrebbe essere già a meta dell'opera, Jerry Butler non ebbe mai vita facile nel corso della sua movimentata carriera, costituita da una 15 di albums, uno più bello dell’altro e da una manciata di raccolte, più o meno esaustive. Ma tutto questo che cosa centra con la musica da discoteca? E’ superfluo ribadire che, quasi tutti gli artisti di colore, a partire dalla prima metà degli anni Settanta, per affinità elettive e per un certo grado di parentela (almeno nella primogenitura del genere danzereccio), si siano confrontati con la musica “disco”. Anche in tal caso basterebbe rammentare ai più distratti che Jerry Butler era uno dei più apprezzati, suonati e ballati nelle notti del “Paradise Garage” di New York, per consegnarlo agli annali della musica anche sotto quest’altro profilo. Eppure, nonostante l’ottimo start iniziale ed il discreto apprezzamento degli addetti ai lavori e di illustri colleghi, Jerry Butler, nato nel dicembre del 1939, nel Mississipi, qualche passettino falso deve averlo commesso come, ad esempio, dopo un altro paio di 45 giri e un 33 di successo con gli Impressions si lasciò convincere, dalla Vee-Jay Records a tentare la carriera solistica: non fu proprio una mossa azzeccata, poiché la carriera degli Impressions procedette a vele spiegate ed i meriti di certe intuizioni finirono per essere attribuiti al solo Curtis Mayfield, artista immenso e per nulla discutibile, ma con cui Butler avrebbe potuto continuare a condividere gioie e dolori. Nella memoria collettiva, degli appassionati di black-music, egli resta l'uomo di “For Your Precious Love”, al massimo si fa riferimento alla brillante carriera politica che, in epoche più recenti, lo ha visto scalare posizioni di prestigio nella vita pubblica dell'IIlinois. Per fortuna esiste quello che propri gli studiosi chiamano “revisionismo storico”, quindi negli ultimi anni sono comparse sul mercato alcune raccolte che rendono solo in parte giustizia a questo superbo artista dalla voce tenorile, possente e smagliante. Tra i meriti attribuibili a lui attribuibili, c’è ne sono alcuni degni di rilievo: in primis, bisogna fare un passo indietro, ai tempi di “The Ice Man Cometh” del 1968 e “Ice on Ice” del 1969 ), frutto di una felicissima collaborazione a tre con gli allora ancora sconosciuti Kenny Gamble e Leon Huff, dove furono codificati, con molti anni d’anticipo, tutti quegli elementi caratteristici del Philly Sound, che si impose, facendo furore a meta del decennio successivo, fuori e dentro le discoteche di mezzo mondo: con archi imponenti, calibrate ritmiche funk, pianoforti dal fraseggio jazzly e dove l’elemento vocale, utilizzato con modalità differente, rispetto alla tradizione soul, sembrava adagiarsi morbidamente tra le pieghe di quegli arrangiamenti morbidi e suadenti. Quella voce, quasi mai strillata, ma grave e con tonalità più bassa rispetto al naturale registro, fu l’altra grande intuizione, se non altro più moderna di Jerry Butler: i cantanti di colore, solitamente strillavano a squarciagola, si sgolavano, forse per adattarsi o intonarsi agli arrangiamenti spigolosi e taglietti del tradizionale R&B, ma fu in quel morbido tappeto sonoro, anticipato da Gamble ed Huff, rispetto al futuro Philly-Sound, che che Jerry Butler inventò un inedito e forse paradigmatico modo di prestare la voce al canto. Da lì a qualche tempo, Barry White, Teddy Pendergrass, Lou Rawls ed altri ne seguirono l’esempio. A partire dal 1974, sino alla fine del decennio, nel periodo che lo vide legato alla Motown e alla Philadelphia, Jerry visse una nuova fase, certo più scanzonata, meno impegnata, ma di certo più gratificante per una carriera, forse mai del tutto decollata. Non sono in tanti a ricordare questo signore dalla voce stentorea, ma quei pochi, a parte gli appassionati cultori del “Modern-Soul”, amano ricordarlo per quel tratto in cui egli, con grande disinvoltura, ha saputo camminare sul terreno minato della musica da discoteca, regalando ai più esigenti alcune piccole perle di soul-disco-funk: basterebbe ascoltare, quello che rimane l’album più bello della sua seconda carriera, “Two To One” del 1978, realizzato in coppia con la stupenda Thelma Houston ed in particolare “Never Gonna Get Enough” per capire quanta affinità ci fosse tra lui e l’immenso Barry White, ma forse Jerry, certe cose le aveva fatte prima, da vero autentico antesignano della “disco”. Si consiglia un ascolto ripetuto e a grandi dosi, senza controindicazione alcuna. Jerry Butler, che nella sua lunga attività ha collaborato i più grandi artisti della black-music e non solo, continua ancora ad esibirsi riproponendo i classici del soul.


Discografia Consigliata

Love's On The Menu (Motown 1976)
Make It Easy On Yourself (Motown 1976)
Suite For The Single Girl (Motown 1977)
ConThelma Houston: Thelma And Jerry (Motown 1977)
Con Thelma Houston: Two To One (Motown 1978)
It All Comes Out In My Song (Motown 1978)
Nothing Says I Love You Like I Love You (Philadelphia Int. 1978)
Best Love I Ever Had (Philadelphia International 1981)

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