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JERRY BUTLER
Talvolta si ascoltano, si cantano o si ballano canzoni di artisti di cui non si
conosce neppure il nome. E’ questo il triste destino di molti grandi della
black-music, ma non solo, sovente, dimenticati dai “compilatori” di enciclopedie
di questa o quella storia della musica, storie talvolta troppo bianche, altre
volte più “nere” per eccesso di settarismo razziale, ma mai nel rispetto di
quelli che sarebbero i cardini basilari della storiografia. Scrivere di musica,
con il patentino da storico DOC non è impresa per nulla facile: i generi si
mischiano, gli artisti si confondono, si spostano da uno stile all’altro e di
tutto viene affidato ad un criterio di catalogazione o di gerarchizzazione del
tutto soggettiva. Ecco perché chi scrive di musica, al massimo, può esibire il
tesserino da giornalista. Se esistesse una Treccani della musica contemporanea,
Jerry Butler non occuperebbe un posto di primaria importanza, ma sicuramente
meriterebbe una posizione di rilievo, comunque, di tutto rispetto: i suoi
meriti, sia pure misconosciuti, sono davvero importanti. In una virtuale, o
virtuosa, enciclopedia, potremmo leggere una siffatta definizione: “Jerry Butler,
eclettico compositore ed interprete di “Modern-Soul”, capace di spaziare dal
swing al blues, dal latin-funk alla disco-music, marcando ogni sua
manifestazione artistica con forte personalità e con un uso della vocalità
comune solo ai grandi dell’R&B.” Basterebbe una sola canzone, scritta, sia pure,
in società, per giustificare l'inclusione di Jerry Butler in questa ideale
mappatura della musica di alta scuola: composta nel 1965, in una camera
d'albergo, a Buffalo a quattro mani con il mitico Otis Redding, che, con la sua
interpretazione la rese immortale, “I've Been Loving You Too Long” è considerata
una delle ballale cardine del genere soul: uno struggente lamento amoroso, mai
banale e pregno di altri e più vasti significati, anche di natura
socio-politica. Si aggiunga anche un altro splendido esempio di composizione in
comproprietà, ossia “For Your Precious Love”, che segnò l’esordio per gli
Impressions di Curtis Mayfield, raggiungendo rapidamente i Top 10 delle charts
pop ed R&B. Nonostante chi ben comincia, dovrebbe essere già a meta dell'opera,
Jerry Butler non ebbe mai vita facile nel corso della sua movimentata carriera,
costituita da una 15 di albums, uno più bello dell’altro e da una manciata di
raccolte, più o meno esaustive. Ma tutto questo che cosa centra con la musica da
discoteca? E’ superfluo ribadire che, quasi tutti gli artisti di colore, a
partire dalla prima metà degli anni Settanta, per affinità elettive e per un
certo grado di parentela (almeno nella primogenitura del genere danzereccio), si
siano confrontati con la musica “disco”. Anche in tal caso basterebbe rammentare
ai più distratti che Jerry Butler era uno dei più apprezzati, suonati e ballati
nelle notti del “Paradise Garage” di New York, per consegnarlo agli annali della
musica anche sotto quest’altro profilo. Eppure, nonostante l’ottimo start
iniziale ed il discreto apprezzamento degli addetti ai lavori e di illustri
colleghi, Jerry Butler, nato nel dicembre del 1939, nel Mississipi, qualche
passettino falso deve averlo commesso come, ad esempio, dopo un altro paio di 45
giri e un 33 di successo con gli Impressions si lasciò convincere, dalla Vee-Jay
Records a tentare la carriera solistica: non fu proprio una mossa azzeccata,
poiché la carriera degli Impressions procedette a vele spiegate ed i meriti di
certe intuizioni finirono per essere attribuiti al solo Curtis Mayfield, artista
immenso e per nulla discutibile, ma con cui Butler avrebbe potuto continuare a
condividere gioie e dolori. Nella memoria collettiva, degli appassionati di
black-music, egli resta l'uomo di “For Your Precious Love”, al massimo si fa
riferimento alla brillante carriera politica che, in epoche più recenti, lo ha
visto scalare posizioni di prestigio nella vita pubblica dell'IIlinois. Per
fortuna esiste quello che propri gli studiosi chiamano “revisionismo storico”,
quindi negli ultimi anni sono comparse sul mercato alcune raccolte che rendono
solo in parte giustizia a questo superbo artista dalla voce tenorile, possente e
smagliante. Tra i meriti attribuibili a lui attribuibili, c’è ne sono alcuni
degni di rilievo: in primis, bisogna fare un passo indietro, ai tempi di “The
Ice Man Cometh” del 1968 e “Ice on Ice” del 1969 ), frutto di una felicissima
collaborazione a tre con gli allora ancora sconosciuti Kenny Gamble e Leon Huff,
dove furono codificati, con molti anni d’anticipo, tutti quegli elementi
caratteristici del Philly Sound, che si impose, facendo furore a meta del
decennio successivo, fuori e dentro le discoteche di mezzo mondo: con archi
imponenti, calibrate ritmiche funk, pianoforti dal fraseggio jazzly e dove
l’elemento vocale, utilizzato con modalità differente, rispetto alla tradizione
soul, sembrava adagiarsi morbidamente tra le pieghe di quegli arrangiamenti
morbidi e suadenti. Quella voce, quasi mai strillata, ma grave e con tonalità
più bassa rispetto al naturale registro, fu l’altra grande intuizione, se non
altro più moderna di Jerry Butler: i cantanti di colore, solitamente strillavano
a squarciagola, si sgolavano, forse per adattarsi o intonarsi agli arrangiamenti
spigolosi e taglietti del tradizionale R&B, ma fu in quel morbido tappeto
sonoro, anticipato da Gamble ed Huff, rispetto al futuro Philly-Sound, che che
Jerry Butler inventò un inedito e forse paradigmatico modo di prestare la voce
al canto. Da lì a qualche tempo, Barry White, Teddy Pendergrass, Lou Rawls ed
altri ne seguirono l’esempio. A partire dal 1974, sino alla fine del decennio,
nel periodo che lo vide legato alla Motown e alla Philadelphia, Jerry visse una nuova fase, certo
più scanzonata, meno impegnata, ma di certo più gratificante per una carriera,
forse mai del tutto decollata. Non sono in tanti a ricordare questo signore
dalla voce stentorea, ma quei pochi, a parte gli appassionati cultori del “Modern-Soul”,
amano ricordarlo per quel tratto in cui egli, con grande disinvoltura, ha saputo
camminare sul terreno minato della musica da discoteca, regalando ai più
esigenti alcune piccole perle di soul-disco-funk: basterebbe ascoltare, quello
che rimane l’album più bello della sua seconda carriera, “Two To One” del 1978,
realizzato in coppia con la stupenda Thelma Houston ed in particolare “Never
Gonna Get Enough” per capire quanta affinità ci fosse tra lui e l’immenso Barry
White, ma forse Jerry, certe cose le aveva fatte prima, da vero autentico
antesignano della “disco”. Si consiglia un ascolto ripetuto e a grandi dosi,
senza controindicazione alcuna. Jerry Butler, che nella sua lunga attività ha
collaborato i più grandi artisti della black-music e non solo, continua ancora
ad esibirsi riproponendo i classici del soul.
Discografia Consigliata
Love's On The Menu (Motown
1976)
Make It Easy On Yourself (Motown 1976)
Suite For The Single Girl (Motown 1977)
ConThelma Houston: Thelma And Jerry (Motown 1977)
Con Thelma Houston: Two To One (Motown 1978)
It All Comes Out In My Song (Motown 1978)
Nothing Says I Love You Like I Love You (Philadelphia Int. 1978)
Best Love I Ever Had (Philadelphia International 1981)
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