|
ISAAC HAYES
Per inquadrare meglio il
personaggio, la sua “statuaria imponenza”, nonché una riconosciuta importanza
nell’evoluzione della black-music, è d’uopo fare mente locale ad intervista da
lui rilasciata anni addietro:“Ero seduto davanti al televisore a guardare il
notiziario della sera e c'erano immagini di disordini a Detroit, edifici in
fiamme, e rammento che il commentatore disse qualcosa riguardo al fatto che le cas,e sulla cui porta c'era scritto "soul", non venivano bruciale… un'eco di
quell’episodio della Bibbia, in cui Mosè’ ammonisce gli Ebrei a marchiare con il
sangue le porte, per non essere confusi con i loro nemici e sterminali... Mi
colpì il fatto che la parola stesse diventando un segno di riconoscimento, una
bandiera da sventolare, e pensai che tutto ciò meritasse un inno. Chiamai subito
David Porter, gli diedi appuntamento in studio e il pezzo si scrisse quasi da
solo, molto velocemente”. Così Isaac Hayes narra la genesi di “Soul Man”,
spogliandola per sempre dell'aura baldanzosa e ludica che la ottenebra (almeno
nel significato reale) da quando Sam & Dave ne fecero uno dei campioni d’incasso
al botteghino del 1967. Ancora di più, da quando i Blues Brothers, nel 1980, la
riportarono in auge. John Belushi e Dan Aykroyd hanno il merito di avere
introdotto una nuova generazione di appassionati alla musica “nera”, anche se si
sono resi, al contempo, responsabili di un peccato veniale, ossia l’avere
perpetuato del soul, seppure inconsapevoli e con la sorniona complicità di molti
dei primi grandi protagonisti neri dell’epopea aurea, una visione oleografica,
pericolosamente vicina a quel mito del “Buon Selvaggio” da cui ancora certa
critica paludata e perbenista non riesce ad affrancarsi. Con le sue scarne
parole, Hayes ci rammenta che il soul fu soprattutto la colonna sonora della
lotta, del “popolo nero” per i diritti civili, che agitò gli Stati Uniti negli
anni ‘60. Per molti, Isaac Hayes rimane l’uomo di “Shaft”, un pezzo di tale
impatto da essere considerato l’inno della “black-culture” degli anni Settanta..Isaac
Hayes, nasce nel 1942 a Covington, Tennessee, non lontano da Memphis. Una
leggenda vivente, un individuo estroso ed eclettico, ha vinto un Oscar, vari
Grammy, possiede alcuni ristoranti, ha scritto persino scritto un libro di
ricette. Prematuramente orfano, cresciuto in casa dei dai nonni materni,
circondato da una realtà economicamente depressa: a soli 5 anni, si esibisce nel
coro della chiesa di quartiere. Adolescente, si diletta nel canto, col piano,
l'organo e
al sassofono, componendo e suonando una mistura di rhythm & blues e jazz. La
vera attività di musicista e compositore risale al 1964, quando incomincia a
firmare a quattro mani con David Porter brani interpretati da Carla Thomas,
Johnny Taylor, Sam & Dave (“Hold On, I’m Comin”, e la già segnalata, “Soul
Man”). Alla fine del decennio, debutta con un album personale: “Presenting Isaac
Hayes”. La morte violenta di Martin Luther King lo segna profondamente,
spingendolo a lavorare più alacremente, anche sul piano dell’impegno sociale. Il
33 giri del 1969, “Hot Buttered Soul”, include “Walk On By” ed una versione
lunghissima di “By The Time I Get To Phoenix”. Le sue canzoni finiscono nelle
quasi tutte nelle zone calde delle classifiche, facendone, presto, una star di
prima grandezza e traghettando il soul verso il formato long playing: prima di
lui, gli artisti di colore prediligevano canzoni brevi, non più lunge di 3
minuti, da pubblicare come 45 giri. Tra bollenti digressioni funk e palpitanti
ballate di seta pura, negli anni successivi riuscirà a portarsi sempre in cima
alle classifiche di vendita. Il tema della colonna sonora di “Shaft”, del 1971,
diventa il caposaldo della sua carriera: l’album, è il primo della storia a
entrare al numero uno nelle classifiche sia pop che rhythm & blues, così come
Isaac Hayes diventa il primo compositore afro-americano a vincere un Oscar
(oltre a tre Grammy, un Golden Globe e svariati premi). La title-track
diventerà, al tempo stesso, simbolo del nuovo “potere nero” nel mondo della
musica e paradigma ispirativo delle musiche per film e telefilm polizieschi. Il
successo di “Shaft” spinge Hayes verso la composizione di altre colonne sonore,
divenendo egli stesso interprete e protagonista di numerose pellicole e serie
televisive. L’album successivo “Black Moses”, il Mosè Nero, da cui il nomignolo
che gli resterà affibbiato per sempre, è un altro successo che lo porta in
tournée e, nel 1972, sul palco di Wattstax, l’alternativa nera al Festival di
Woodstock. Nel 1975, abbandona, a causa di alcuni disaccordi contrattuali e
questioni legate ai diritti d'autore, la Stax e fonda una propria etichetta, la HBS
(Hot Butterfly Soul). Dal 1969 al 1980, riesce a piazzare
nelle charts ben 20 album, contenenti canzoni campionate, in seguito, da almeno
duecento artisti dance, house ed hip-hop. Dopo la prima metà degli anni ’70,
cavalca con maestria la nuova onda disco: il 1975, con l'album "Disco
Connection/Isaac Hayes Movement", autentico caposaldo del genere, lancia in
discoteca, vent'anni prima dell'house, la moda dei lunghi brani strumentali:
molti altri lo seguiranno a ruota. Il tour con Dionne Warwick ottiene i favori
della critica, ma finanziariamente è un fallimento. I ricavi non riescono
neppure a pareggiare le spese di alcune pacchiane ed eccessive scelte
organizzative che sfiorano la megalomania. È un brutto colpo, dal quale si
riprenderà dopo parecchi anni. A partire dagli anni ’80, ha preso le distanze
dal mondo della musica, solo qualche sporadica uscita, dedicandosi a più
remunerativi ruoli per il cinema e la tv, tra cui il nuovo “Shaft” del 2000.
Sono da segnalare "And Once Again" del 1980, e "Lifetime Thing" del 1981. Nel
1986, ancora un ritorno con "U Turn" e, due anni dopo. con "Love Attack". Negli ultimi
tempi ha sposato varie cause umanitarie, in particolar modo a favore
dell’Africa. Isaac Hayes rimane, comunque, uno degli artisti più emblematici per
l’evoluzione del soul-funk, verso una “disco” di alta classe, fatta di sonorità
orchestrate, arrangiamenti imprevedibili e ritmiche innovative, in cui è
possibile captare le prime avvisaglie dell’house-music. Non tutti lo sanno, ma
anche il mitico Barry White, forse per una certa affinità vocale, s’ispirò a lui
nel modo di cantare, quasi parlando, scendendo di almeno un’ottava al disotto
del registro naturale, ovviamente, con l’aggiunta di una discreta dose di
dolcificante.
Discografia Consigliata
1970 THE ISAAC HAYES
MOVEMENT
1970 ISAAC HAYES…TO BE CONTINUED
1971 SHAFT
1971 BLACK MOSES
1973 JOY
1975 DISCO CONNECTION
1986 THE BEST OF ISAAC HAYES VOLUME 1
1986 THE BEST OF ISAAC HAYES VOLUME 2
1988 LOVE ATTACK
Archivio
|