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PATRICK
HERNANDEZ
Ci sono delle situazioni inevitabili, come le malattie esantematiche, il
morbillo, ad esempio, oppure taluni fastidiosi luoghi comuni a tutti i costi,
quali il panettone a Natale con tutto il rispetto per i canditi o le mimose in
occasione della festa della donna, con tutto il rispetto per le donne. Anche nel
più sperduto angolo della Terra, qualora si decidesse di fare una serata anni
’70, sarebbe pressoché impossibile per il DJ non proporre “Born To Be Alive”,
anche perché qualcuno gliela andrebbe a richiedere. Ecco, questo è quando la
“disco-music”, per i veri cultori, diventa un fastidio insopportabile,
un’acidità di stomaco che neppure una doppia dose di gastrogel potrebbe
attenuare, soprattutto se il “mettitore di dischi”, preso dall’euforia beota, ci
mette un carico da undici, aggiungendovi una dose di Village People con “YMCA”.
La figura di Patrick Hernandez vive, nell’ambito della scena disco, una duplice
contraddizione: da una parte “Born to be Alive” considerato, per l’appunto, uno
dei classici della dance di tutti i tempi e riproposto in tutte le salse ed in
mille versioni differenti, dall’altra l’incapacità totale da parte del suo
autore di ripetere un qualcosa di simile o comunque di tentare un’altra scalata
alle dance-charts. Patrick Hernandez, pur nella sua importanza, è da
considerarsi una meteora: uno dei tanti. Fortunato, ma anche astuto a suo modo,
in epoche assai recenti, non si è voluto mai staccare dal suo personaggio. Non è
raro, infatti, vederlo in qualche show della TV francese, o in giro per il mondo
a perpetuare i fasti della disco-music, rifare il verso al suo personaggio di
sempre: bastone e cappello, per intenderci, quello della prima apparizione di
“Born to be alive” In realtà Patrick Hernandez, nato in Francia nel 1949, da
piccolo non sognava, né forse immaginava di diventare, per un certo periodò
della sua vita, un’autentica celebrità della discomusic. Da giovane sognava di
fare la rock-star ( pensate alla schitarrata sullo stop di “Born to be Aive”)
Nel 1963, all’età di 14 anni, dopo aver ascoltato le prime canzoni dei Beatles,
il giovane Patrick ne rimane fulminato, chiedendo ai genitori di comprargli una
chitarra. Pur non avendo un grande talento, comincia strimpellare e comporre
pezzi rock, mentre s’innammora della cultura e della musica di lingua inglese.
Diventa addirittura insegnante di lingua inglese, cosa non facile per un
francese. Qui, comunque la sua grande intuizione, comporre canzoni, usando l’albionico
idioma, può garantire migliori risultati su più vasta scala. A partire dal 1973,
pubblica alcuni singoli con il gruppo Paris Palace Hotel che non raggiungono il
livello di guardia di una notorietà sia pur minima, ma gli consentono qualche
aggancio nell’industria discografica. Finalmente, 1978, l’intuizione di “Born to
be alive” ed un successo planetario fatto di milioni e milioni di copie vendute.
Qualche settimana prima dell’uscita del disco, l’intraprendente Patrick, aveva
conosciuto una giovane ballerina a caccia di avventure, la quale lo affiancò
nelle sue prime esibizioni. Il suo nome: Veronica Louise Ciccone, da lì a
qualche anno, solo Madonna! Negli anni a seguire, Hernandez, pubblicò altri
singoli ed LPs, ma con scarso risultato, soprattutto se paragonati a “Born To Be
Alive”, Il suo carnet discografico vanta, comunque, un’altra manciata di canzoni
utili a riempire le serate e a dimostrare di essere in possesso di uno straccio
di repertorio. Egli detiene ancora un primato.”Born To Be Alive” è la canzone
“disco” che vanta il maggior numero d’inserimenti nelle compilations rievocative
del periodo, in ogni latitudine del nostro Pianeta.
Discografia Consigliata:
“Born to be alive”, 1978
"Back To Boogie", 1979
"Mistery Nights" 1979
"Disco Queen" 1980
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