PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

 

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  FRANCIS GRASSO: L'UOMO CHE INVENTO' LA DISCO MUSIC (Il piccolo DJ di sangue italico che inventò il mixing)  ANTEFATTO: Fino ad allora, il campo di battaglia dei più feroci...
 

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  DAVID MANCUSO: PROFETA DEL NO MIX. David Mancuso non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David Mancuso è una specie di figura paterna...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

   GEORGE BENSON: LA CHITARRA, IL JAZZ E… LA NOTTE.

Umbria Jazz 1988, George Benson, dopo l’ennesimo cambio di giacca con lustrini fluorescenti, attacca le prime note di “Give Me The Night”, sotto uno stellato cielo di luglio, il pubblico va in delirio. Eppure quello era un pubblico del jazz, come mai tanto entusiasmo per uno dei maggiori successi della fase decadente della “disco”? Musica di classe sopraffina, ma pur sempre disco-music? Probabilmente, ad artisti della caratura di George Benson si perdona tutto, oppure si riconosce lo straordinario merito di aver avvicinato il jazz ai comuni mortali, attraverso una sapiente miscela di alchimie sonore ricche di elementi funk, contaminazioni pop e divagazioni dance. George Benson, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, ha sempre diviso l’uditorio in due: su una sponda, i puristi del jazz ed i custodi delle tradizioni, che lo videro come un pugno in un occhio, come un superficiale traditore della musica, un uomo per tutte le stagioni, pronto a saltare sul carrozzone del successo senza troppi scrupoli. Sull’altro versante, ci sono stati, poi, gli appassionati dei ritmi delicati e curati, di una voce che si arrampica insieme ad una chitarra sinuosa verso note irraggiungibili, di un look curatissimo rifinito fino al particolare, di un signore non più giovanissimo, ma molto sexy ed affascinante. Benson ha approfittato, bonariamente, di questi giudizi contrastanti per giocare come sa, pronto a gettarsi nelle mani del business più efficace e redditizio, ma altrettanto intento a svolgere progetti sperimentali nel settore della musica più colta. In oltre cinquantenni anni di musica suonata e vissuta, ne ha viste sicuramente di tutti i colori, dall'approccio con i grandi maestri, Miles Davis e John Coltrane, agli eroi delle canzonette anni ‘80, Michael Sembello e Jellybean Benitez. La sua linea evolutiva non ha subito interruzioni, ma anzi ha rafforzato la sua popolarità. E' ancora lui il detentore del titolo: il suo album “Breezin'”, nel ’76, fu il primo disco di jazz nella storia a guadagnare il platino, e ben tre Grammy. “Perche lui. — si è chiesto un critico crucciato e spinto dal livore. — e non un centinaio di persone prima di lui? Dopo tonnellate di numeri fiacchi ed una filosofia basata all'apparenza sul mercantilismo personale, piuttosto che sul valore musicale, perché e toccato a lui questo onore?”. Domande che trovano una risposta, proprio in quegli anni ’70 dove la contaminazione fra generi raggiunse lo stato dell’arte. Nato a Pittsburgh (Pennsylvania), ad appena quattro anni si getta nelle braccia della musica suonando l'ukulele per strada e attirando l'attenzione della gente del quartiere che lo soprannomina “Little George”. Il patrigno si rivelò molto comprensivo e lo aiutò ad ascoltare un po' di tutto quello che passava alla radio; dopo 1'ascolto dell'orchestra di Benny Goodman e di un disco di Charlie Parker il piccolo decise che il jazz era la sua vita. Per il compleanno ricevette in regalo una chitarra, e imparati in fretta pochi accordi si sentì pronto ad affrontare, a dieci anni, il ritorno in strada.Venne notato da un sedicente produttore che lo portò a New York e gli fa incidere per la RCA Victor quattro pezzi R&B, offrendogli un contratto. Le cose non andarono proprio bene, soprattutto in considerazione dell’età, e George tornò a Pittsburgh, dove a quindici anni, coinvolto in una rissa, passò sei settimane in riformatorio. Appena uscito, si unì al gruppo di un cugino, gli Altarrs, riscattando la sua chitarra dal banco dei pegni. Ma gli Altarrs non lo convinsero, quindi decise di formare un suo gruppetto, specializzandosi negli ultimi successi R&B e nei classici del jazz. Poco dopo essersi sposato, venne notato dall'organista Brother Jack McDuff, arrivato a Pittsburgh nel '61 per una serie di concerti ed alla disperata ricerca di un chitarrista. Benson, subito assunto, rimase alle dipendenze di McDuff per quattro anni, il tempo necessario per conoscere i miti del jazz, John Coltrane, Jim Hall, Kenny Burrell e soprattutto Wes Montgomery, il grande chitarrista che divenne immediatamente il suo maestro e idolo. Nel '65 Benson lasciò lo staff McDuff per formare, a New York, il suo primo gruppo professionista, un quartetto formate da Lonnie Smith all'organo, Jimmie Lovelace alla batteria e Ronnie Cuber al sassofono baritono. John Hammond, leggendario boss della Columbia, innamoratosi del gruppo, lo ingaggia per due albums, “lt's Uptown”, e “Cookbook”, che mettono subito in luce le doti artistiche di Benson. Dopo altri due albums per la Verve, nel '68, grazie ad una raccomandazione di Wes Montgomery, arrivò a conoscere Herb Alpert, che come capo della A&M lo affidò, a sua volta, alle cure di Creed Taylor. Taylor coinvolse tBenson in un audace esperimento: un album di canzoni dei Beatles sommerse da una poderosa orchestra, “The Other Side Of Abbey Road”. Nei primi anni Settanta, Taylor fondò una sua etichetta, la CTI, e pensò immediatamente di ingaggiare George Benson, che, in cinque anni, incise svariati albums fra cui il fortunatissimo “White Rabbit” (Con la ripresa della famosa canzone dei Jefferson Airplane), che divenne il suo primo vero successo. Qualche anno prima, aveva partecipato al disco di Miles Davis “Miles In The Sky”, ed il taciturno, avaro di complimenti Davis aveva dichiarato: “Ceorge e il miglior chitarrista al mondo, non ve lo devo certo dire io!” La strada era ormai aperta al successo commerciale: abbandonata la CTI per la più importante Warner Bros, George si affidò a Tommy LiPuma per la produzione di “Breezin”: “Quando eravamo in studio per registrare quel disco — ricorda Benson — nessuno pensava che sarebbe stato un tale successo. Lavorare con Tommy fu subito facile perchè e un tipo sempre disponibile ad idee nuove. Quando ero alla CTI, non mi volevano far cantare, volevano solo che suonassi la chitarra. Molti non sapevano neppure che sapessi cantare, e quando lo proposi a Tommy, lui fu subito entusiasta”. Ripescarono una canzone di Leon Russel, “This Masquerade”, che nel 76 si piazzò al primo posto trascinando l'album in un vortice di vendite come mai era successo per un disco jazz. “Breezin” ha venduto fino quasi quattro milioni di copie, ha vinto tre Grammy Awards, e fu il miglior disco dell'anno per quasi tutte le riviste musicali mondiali. L'anno seguente “ln Flight” bissò il successo, guadagnando un altro disco di platino; quella stessa estate Benson si lanciò in un forsennato weekend di lavoro a New York, subito ribattezzato “Benson X Four”. II weekend comprendeva quattro concerti: uno al Metropolitan Museum Of Art con Bucky Pizzarelli, Les Paul e Cabor Szabo; uno al Palladium con Minnie Riperton; uno alla Avery Fisher Hall con la Dance Theatre of Harlem, e un secondo all'Avery con Alphonso Johnson, Harvey Mason, Ralph McDonald, Joe Sample e Grover Washington Jr. Una maratona che riuscì perfettamente, e sparse la sua fama di intrattenitore sul palco, subito placata con un doppio album dal vivo, “Weekend In LA” (Gennaio 1978), registrato al Roxy di Hollywood con una band all-stars. I tour si fecero più ricercati, e George sbarcò, con uguale successo, in Giappone, Europa ed Australia, suonando davanti al presidente Carter, e partecipando a vari jazz festivals. Dopo un anno di collaborazione con la Ibanez, Benson creò la sua chitarra personale, messa in commercio in due modelli, la CB-10 e la CB-20. Ai primi mesi del '79 fece la comparsa nei negozi l'ultima collaborazione con LiPuma, “Livin' Inside Your Love”, che ricevette critiche miste ed un'accoglienza meno calorosa del solito. All'inizio del 1980 Quincy Jones aveva fondato la sua etichetta personale, la QWest, e per lanciarla in grande stile pensò di chiamare George. L'accordo venne raggiunto e, dalla collaborazione, nacque “Give Me The Nights”, uno straordinario album, il cui hit single spopola nelle discoteche di tutto il mondo, proprio in quel periodo, in cui i ritmi della disco, spostati verso il crossover-funk, avevano rallentato i giri. Non si dimentichi che in quegli anni Quincy Jones era sto uno dei principali artefici dei una “disco” di gran classe, producendo innumerevoli artisti, bianchi e neri.“Conoscevo George da tantissimi anni — ricorda Quincy. — e avevamo parlato di lavorare insieme fin da quando lui aveva fatto «Breezin». Ora che l'occasione si era presentata, avevo in mente alcune idee su come trattare un simile talento. Così pensammo che invece di dire «il più grande chitarrista che sa cantare» potevamo dire «un grande cantante che e anche un ottimo chitarrista". Con questo approccio, d'accordo con George, ci siamo concentrati sulla sua voce, che era sempre stata messa in secondo piano, purtroppo”. Non si dimentichi che in quegli anni Quincy Jones era sto uno dei principali artefici dei una “disco” di gran classe, producendo innumerevoli artisti, bianchi e neri. Jones, che era diventato una specie di fucina di successi a presa rapida, chiamò i suoi soliti collaboratori per firmare i pezzi, ed in studio portò Lee Ritenour, Herbie Hancock, Richard Tee e George Duke. Per Benson, l'esperienza non fu cosi facile: “Lavorare con Quincy e durissimo, lui e un perfezionista, un professionista, e io forse non lo sono... A me piacciono le cose più distese, lui vuole avere sempre il controllo su tutto. E capisco la sua filosofia: è un uomo che cerca di sfruttare al massimo ogni attimo della sua vita e del suo lavoro; e quasi morto due volte per un aneurisma, e mi ha confessato che per lui ogni mattina è un giorno conquistato. Perciò o tu segui in questa attitudine, e allora sei sicuro di avere un lavoro perfetto, anche se non troppo vicino alle tue idee, oppure lasci proprio perdere.”. Gli albums “ln Your Eyes”, “20/20”, e “While The City Sleeps” gettarono definitivamente, Benson nelle braccia della pop-dance di lusso e della programmazione delle radio commerciali: “Molti dicono che questa strada è troppo pop-oriented, e che suono poco la chitarra, e vero! Ma e il risultato di due problemi che sento oggi: 1) la difficoltà a trovare buoni pezzi strumentali; 2) produttori disponibili a cercarli e ad aiutarti a spingerli. Sono sicuro che “20/20” abbia deluso molti del miei fans e per questo sto lavorando a qualcosa di diverso. Sara un disco molto spontaneo, poche settimane di prove con un gruppo e poi via in studio. Molti dei miei dischi più riusciti, come "On Broadway"' sono nati con questa spontaneità. Non mi piace passare mesi in studio a limare le sfumature, non sono cosi pignolo. Ho passato quella fase tanti anni fa quando lavoravo nei night-dubs”. La sua carriera era ormai dominata da un produttore, solitamente famoso (Arif Mardin, Quincy Jones o Lenny Waronker), che gli preparava con cura una bella confezione scintillante: “Sono i miei produttori che vanno in giro a cercare i pezzi e i musicisti. Quando ho sentito le due canzoni di Michael Sembello da mettere in "20/20", mi sono piaciute subito, lui è un bravissimo cantante e chitarrista”. Ma tutto ciò non lo placava abbastanza, quindi non disdegno d’imbarcarsi in situazioni nuove e piacevoli, come l'operazione Sinatra/Quincy Jones: “Nelle note di quel disco, "LA Is My Lady", mi hanno nominato Best Dress Man. Quando ho saputo delle sessions, ho pensato a Sinatra che veste sempre benissimo, ho pensato a tutti quei grandi musicisti, e alle loro signore che avrei incontrato e mi sono detto: vestiamoci bene. Quando sono entrato in studio, tutti erano in jeans e mi hanno battuto le mani.”. Ottima la sua partecipazione al disco di Chet Atkins che comprendeva la crema dei chitarristi, da Mark Knopfler e Larry Carlton, fino appunto a Gorge Benson: “Stay Tuned era nato come progetto solo fra noi due, poi le case discografiche non si sono accordate, e Chet ha lasciato due dei nostri pezzi fra cui "Sunrise", che ho scritto con Randy Coodrum, una cosa semplice, ma piena di feeling”. Siamo nel 1984 e mentre Geoge Benson accarezzava l’dea di un ritorno al passato ed al jazz, dichiarava: “Voglio tornare a suonare in Italia questa estate o al massimo in autunno, ho insist/to su questo punto, perchè ci sono stato otto anni fa con Thelonious Monk, Miles Davis, Sarah Vaughan, Bernie Kes-el, Jim Hall, Buddy Cuy, Archie Shepp, ed ero l'unico che la gente non conosceva.” Vennero le sue straordinarie partecipazioni ad Umbria Jazz, ma sembrava che il pubblico applaudisse e si entusiasmasse più per i successi dance come “Turn Your Love Around” e “Give Me The Night”: adesso, tutti lo conoscevano, anche i frequentatori delle discoteche. Nel 1987, sempre sotto l’egida di Tommy LiPuma, venne pubblicato l’album “Collaboration” nel quale Benson alla chitarra elettrica e Earl Klugh a quella classica si fondono in un’alchimia sonora soprendente. Il ritorno alla musica di gran classe è oramia in atto, così, come auspicato in passato, insieme alla Count Basie Orchestra, memore di una promessa fatta al suo fondatore, ossia di rendere giustizia alla sua musica, nel 1990, venne dato alle stampe un album che ne ricalcava appieno lo stile, mentre Benson vi appone il proprio sigillo, componendo in dedica la traccia “Basie's Bag”. Con il passaggio di Tommy LiPuma alla Verve, in veste di presidente, na metà anni Novanta, George Benson, dopo anni trascorsi alla Warner Bross, si trasferì armi e bagagli all’etichetta GRP/Verve, con cui venne editato “Absolute Benson” in cui appare evidente l’intento di ricreare e recuperare le atmosfere del tempo andato. Nel 2004 ancora un album “Irreplaceable” dove, di tanto in tanto, Benson, abbandona il virtuosismo di custode del jazz moderno per aprirsi a qualche lieve contaminazione pop, pur rimanendo nel perimetro abituale del suo consolidato stile chitarristico e compositivo. L'ultima produzione discografica risale all'ottobre del 2006: “Givin’ it up”, condivisa con Al Jarreau, è un lavoro a due teste, anzi a due ugole di seta e velluto: registrato con l'apporto di musicisti ed ospiti notevole caratura mondiale, vede i due rincorrersi in magistrali duetti, scambiandosi continui omaggi sottoforma di canzoni: l’uno canta quelle dell’altro ed insieme si dilettano con alcuni classici di sempre: George Benson rimane un meritato premio per chiunque coltivi la passione per la musica a 360 gradi, quella musica che nasce, vive e si evolve, mescolandosi e contaminandosi per dare vita a cose sempre nuove. L’ascolto di un suo disco, possibilmente un vecchi vinile, risulta essere un toccasana per lo spirito e per la mente, magari per placare, a causa di questi tempi convulsi, proprio “quello spirto guerrier ch’entro ci rugge...”


Discografia Cosnigliata

Livin' Inside Your Love,, 1977- WEA
Weekend in L.A,, 1977 - WEA
Space Album, 1978 - WEA
In Your Eyes, 1978 - WEA
Take Five , 1979 - WEA
Give Me The Night, 1979 - WEA
GB, 1981 -WEA
20-20, 1984 - WEA
While The City Sleeps,  1986 - WEA
Collaboration, 1987- WEA
Twice the Love, 1988- WEA
 

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