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GEORGE
BENSON: LA CHITARRA, IL JAZZ E… LA NOTTE.
Umbria Jazz 1988, George
Benson, dopo l’ennesimo cambio di giacca con lustrini fluorescenti, attacca le
prime note di “Give Me The Night”, sotto uno stellato cielo di luglio, il
pubblico va in delirio. Eppure quello era un pubblico del jazz, come mai tanto
entusiasmo per uno dei maggiori successi della fase decadente della “disco”?
Musica di classe sopraffina, ma pur sempre disco-music? Probabilmente, ad
artisti della caratura di George Benson si perdona tutto, oppure si riconosce lo
straordinario merito di aver avvicinato il jazz ai comuni mortali, attraverso
una sapiente miscela di alchimie sonore ricche di elementi funk, contaminazioni
pop e divagazioni dance. George Benson, a partire dalla seconda metà degli anni
’70, ha sempre diviso l’uditorio in due: su una sponda, i puristi del jazz ed i
custodi delle tradizioni, che lo videro come un pugno in un occhio, come un
superficiale traditore della musica, un uomo per tutte le stagioni, pronto a
saltare sul carrozzone del successo senza troppi scrupoli. Sull’altro versante,
ci sono stati, poi, gli appassionati dei ritmi delicati e curati, di una voce
che si arrampica insieme ad una chitarra sinuosa verso note irraggiungibili, di
un look curatissimo rifinito fino al particolare, di un signore non più
giovanissimo, ma molto sexy ed affascinante. Benson ha approfittato,
bonariamente, di questi giudizi contrastanti per giocare come sa, pronto a
gettarsi nelle mani del business più efficace e redditizio, ma altrettanto
intento a svolgere progetti sperimentali nel settore della musica più colta. In
oltre cinquantenni anni di musica suonata e vissuta, ne ha viste sicuramente di
tutti i colori, dall'approccio con i grandi maestri, Miles Davis e John
Coltrane, agli eroi delle canzonette anni ‘80, Michael Sembello e Jellybean
Benitez. La sua linea evolutiva non ha subito interruzioni, ma anzi ha
rafforzato la sua popolarità. E' ancora lui il detentore del titolo: il suo album
“Breezin'”, nel ’76, fu il primo disco di jazz nella storia a guadagnare il
platino, e ben tre Grammy. “Perche lui. — si è chiesto un critico crucciato e
spinto dal livore. — e non un centinaio di persone prima di lui? Dopo tonnellate
di numeri fiacchi ed una filosofia basata all'apparenza sul mercantilismo
personale, piuttosto che sul valore musicale, perché e toccato a lui questo
onore?”. Domande che trovano una risposta, proprio in quegli anni ’70 dove la
contaminazione fra generi raggiunse lo stato dell’arte. Nato a Pittsburgh
(Pennsylvania), ad appena quattro anni si getta nelle braccia della musica
suonando l'ukulele per strada e attirando l'attenzione della gente del quartiere
che lo soprannomina “Little George”. Il patrigno si rivelò molto comprensivo e
lo aiutò ad ascoltare un po' di tutto quello che passava alla radio; dopo
1'ascolto dell'orchestra di Benny Goodman e di un disco di Charlie Parker il
piccolo decise che il jazz era la sua vita. Per il compleanno ricevette in
regalo una chitarra, e imparati in fretta pochi accordi si sentì pronto ad
affrontare, a dieci anni, il ritorno in strada.Venne notato da un sedicente
produttore che lo portò a New York e gli fa incidere per la RCA Victor quattro
pezzi R&B, offrendogli un contratto. Le cose non andarono proprio bene,
soprattutto in considerazione dell’età, e George tornò a Pittsburgh, dove a
quindici anni, coinvolto in una rissa, passò sei settimane in riformatorio.
Appena uscito, si unì al gruppo di un cugino, gli Altarrs, riscattando la sua
chitarra dal banco dei pegni. Ma gli Altarrs non lo convinsero, quindi decise di
formare un suo gruppetto, specializzandosi negli ultimi successi R&B e nei
classici del jazz. Poco dopo essersi sposato, venne notato dall'organista
Brother Jack McDuff, arrivato a Pittsburgh nel '61 per una serie di concerti ed
alla disperata ricerca di un chitarrista. Benson, subito assunto, rimase alle
dipendenze di McDuff per quattro anni, il tempo necessario per conoscere i miti
del jazz, John Coltrane, Jim Hall, Kenny Burrell e soprattutto Wes Montgomery,
il grande chitarrista che divenne immediatamente il suo maestro e idolo. Nel '65
Benson lasciò lo staff McDuff per formare, a New York, il suo primo gruppo
professionista, un quartetto formate da Lonnie Smith all'organo, Jimmie Lovelace
alla batteria e Ronnie Cuber al sassofono baritono. John Hammond, leggendario
boss della Columbia, innamoratosi del gruppo, lo ingaggia per due albums, “lt's
Uptown”, e “Cookbook”, che mettono subito in luce le doti artistiche di Benson.
Dopo altri due albums per la Verve, nel '68, grazie ad una raccomandazione di
Wes Montgomery, arrivò a conoscere Herb Alpert, che come capo della A&M lo
affidò, a sua volta, alle cure di Creed Taylor. Taylor coinvolse tBenson in un
audace esperimento: un album di canzoni dei Beatles sommerse da una poderosa
orchestra, “The Other Side Of Abbey Road”. Nei primi anni Settanta, Taylor fondò
una sua etichetta, la CTI, e pensò immediatamente di ingaggiare George Benson,
che, in cinque anni, incise svariati albums fra cui il fortunatissimo “White
Rabbit” (Con la ripresa della famosa canzone dei Jefferson Airplane), che
divenne il suo primo vero successo. Qualche anno prima, aveva partecipato al
disco di Miles Davis “Miles In The Sky”, ed il taciturno, avaro di complimenti
Davis aveva dichiarato: “Ceorge e il miglior chitarrista al mondo, non ve lo
devo certo dire io!” La strada era ormai aperta al successo commerciale:
abbandonata la CTI per la più importante Warner Bros, George si affidò a Tommy
LiPuma per la produzione di “Breezin”: “Quando eravamo in studio per registrare
quel disco — ricorda Benson — nessuno pensava che sarebbe stato un tale
successo. Lavorare con Tommy fu subito facile perchè e un tipo sempre
disponibile ad idee nuove. Quando ero alla CTI, non mi volevano far cantare,
volevano solo che suonassi la chitarra. Molti non sapevano neppure che sapessi
cantare, e quando lo proposi a Tommy, lui fu subito entusiasta”. Ripescarono una
canzone di Leon Russel, “This Masquerade”, che nel 76 si piazzò al primo posto
trascinando l'album in un vortice di vendite come mai era successo per un disco
jazz. “Breezin” ha venduto fino quasi quattro milioni di copie, ha vinto tre
Grammy Awards, e fu il miglior disco dell'anno per quasi tutte le riviste
musicali mondiali. L'anno seguente “ln Flight” bissò il successo, guadagnando un
altro disco di platino; quella stessa estate Benson si lanciò in un forsennato
weekend di lavoro a New York, subito ribattezzato “Benson X Four”. II weekend
comprendeva quattro concerti: uno al Metropolitan Museum Of Art con Bucky
Pizzarelli, Les Paul e Cabor Szabo; uno al Palladium con Minnie Riperton; uno
alla Avery Fisher Hall con la Dance Theatre of Harlem, e un secondo all'Avery
con Alphonso Johnson, Harvey Mason, Ralph McDonald, Joe Sample e Grover
Washington Jr. Una maratona che riuscì perfettamente, e sparse la sua fama di
intrattenitore sul palco, subito placata con un doppio album dal vivo, “Weekend
In LA” (Gennaio 1978), registrato al Roxy di Hollywood con una band all-stars. I
tour si fecero più ricercati, e George sbarcò, con uguale successo, in Giappone,
Europa ed Australia, suonando davanti al presidente Carter, e partecipando a
vari jazz festivals. Dopo un anno di collaborazione con la Ibanez, Benson creò
la sua chitarra personale, messa in commercio in due modelli, la CB-10 e la
CB-20. Ai primi mesi del '79 fece la comparsa nei negozi l'ultima collaborazione
con LiPuma, “Livin' Inside Your Love”, che ricevette critiche miste ed
un'accoglienza meno calorosa del solito. All'inizio del 1980 Quincy Jones aveva
fondato la sua etichetta personale, la QWest, e per lanciarla in grande stile
pensò di chiamare George. L'accordo venne raggiunto e, dalla collaborazione,
nacque “Give Me The Nights”, uno straordinario album, il cui hit single spopola
nelle discoteche di tutto il mondo, proprio in quel periodo, in cui i ritmi
della disco, spostati verso il crossover-funk, avevano rallentato i giri. Non si
dimentichi che in quegli anni Quincy Jones era sto uno dei principali artefici
dei una “disco” di gran classe, producendo innumerevoli artisti, bianchi e
neri.“Conoscevo George da tantissimi anni — ricorda Quincy. —
e avevamo parlato
di lavorare insieme fin da quando lui aveva fatto «Breezin». Ora che l'occasione
si era presentata, avevo in mente alcune idee su come trattare un simile
talento. Così pensammo che invece di dire «il più grande chitarrista che sa
cantare» potevamo dire «un grande cantante che e anche un ottimo chitarrista".
Con questo approccio, d'accordo con George, ci siamo concentrati sulla sua voce,
che era sempre stata messa in secondo piano, purtroppo”. Non si dimentichi che
in quegli anni Quincy Jones era sto uno dei principali artefici dei una “disco”
di gran classe, producendo innumerevoli artisti, bianchi e neri. Jones, che era
diventato una specie di fucina di successi a presa rapida, chiamò i suoi soliti
collaboratori per firmare i pezzi, ed in studio portò Lee Ritenour, Herbie
Hancock, Richard Tee e George Duke. Per Benson, l'esperienza non fu cosi facile:
“Lavorare con Quincy e durissimo, lui e un perfezionista, un professionista, e
io forse non lo sono... A me piacciono le cose più distese, lui vuole avere
sempre il controllo su tutto. E capisco la sua filosofia: è un uomo che cerca di
sfruttare al massimo ogni attimo della sua vita e del suo lavoro; e quasi morto
due volte per un aneurisma, e mi ha confessato che per lui ogni mattina è un
giorno conquistato. Perciò o tu segui in questa attitudine, e allora sei sicuro
di avere un lavoro perfetto, anche se non troppo vicino alle tue idee, oppure
lasci proprio perdere.”. Gli albums “ln Your Eyes”, “20/20”, e “While The City
Sleeps” gettarono definitivamente, Benson nelle braccia della pop-dance di lusso
e della programmazione delle radio commerciali: “Molti dicono che questa strada
è troppo pop-oriented, e che suono poco la chitarra, e vero! Ma e il risultato
di due problemi che sento oggi: 1) la difficoltà a trovare buoni pezzi
strumentali; 2) produttori disponibili a cercarli e ad aiutarti a spingerli.
Sono sicuro che “20/20” abbia deluso molti del miei fans e per questo sto
lavorando a qualcosa di diverso. Sara un disco molto spontaneo, poche settimane
di prove con un gruppo e poi via in studio. Molti dei miei dischi più riusciti,
come "On Broadway"' sono nati con questa spontaneità. Non mi piace passare mesi
in studio a limare le sfumature, non sono cosi pignolo. Ho passato quella fase
tanti anni fa quando lavoravo nei night-dubs”. La sua carriera era ormai
dominata da un produttore, solitamente famoso (Arif Mardin, Quincy Jones o Lenny
Waronker), che gli preparava con cura una bella confezione scintillante: “Sono i
miei produttori che vanno in giro a cercare i pezzi e i musicisti. Quando ho
sentito le due canzoni di Michael Sembello da mettere in "20/20", mi sono
piaciute subito, lui è un bravissimo cantante e chitarrista”. Ma tutto ciò non
lo placava abbastanza, quindi non disdegno d’imbarcarsi in situazioni nuove e
piacevoli, come l'operazione Sinatra/Quincy Jones: “Nelle note di quel disco,
"LA Is My Lady", mi hanno nominato Best Dress Man. Quando ho saputo delle
sessions, ho pensato a Sinatra che veste sempre benissimo, ho pensato a tutti
quei grandi musicisti, e alle loro signore che avrei incontrato e mi sono detto:
vestiamoci bene. Quando sono entrato in studio, tutti erano in jeans e mi hanno
battuto le mani.”. Ottima la sua partecipazione al disco di Chet Atkins che
comprendeva la crema dei chitarristi, da Mark Knopfler e Larry Carlton, fino
appunto a Gorge Benson: “Stay Tuned era nato come progetto solo fra noi due, poi
le case discografiche non si sono accordate, e Chet ha lasciato due dei nostri
pezzi fra cui "Sunrise", che ho scritto con Randy Coodrum, una cosa semplice, ma
piena di feeling”. Siamo nel 1984 e mentre Geoge Benson accarezzava l’dea di un
ritorno al passato ed al jazz, dichiarava: “Voglio tornare a suonare in Italia
questa estate o al massimo in autunno, ho insist/to su questo punto, perchè ci
sono stato otto anni fa con Thelonious Monk, Miles Davis, Sarah Vaughan, Bernie
Kes-el, Jim Hall, Buddy Cuy, Archie Shepp, ed ero l'unico che la gente non
conosceva.” Vennero le sue straordinarie partecipazioni ad Umbria Jazz, ma
sembrava che il pubblico applaudisse e si entusiasmasse più per i successi dance
come “Turn Your Love Around” e “Give Me The Night”: adesso, tutti lo
conoscevano, anche i frequentatori delle discoteche. Nel 1987, sempre sotto
l’egida di Tommy LiPuma, venne pubblicato l’album “Collaboration” nel quale
Benson alla chitarra elettrica e Earl Klugh a quella classica si fondono in
un’alchimia sonora soprendente. Il ritorno alla musica di gran classe è oramia
in atto, così, come auspicato in passato, insieme alla Count Basie Orchestra,
memore di una promessa fatta al suo fondatore, ossia di rendere giustizia alla
sua musica, nel 1990, venne dato alle stampe un album che ne ricalcava appieno
lo stile, mentre Benson vi appone il proprio sigillo, componendo in dedica la
traccia “Basie's Bag”. Con il passaggio di Tommy LiPuma alla Verve, in veste di
presidente, na metà anni Novanta, George Benson, dopo anni trascorsi alla Warner
Bross, si trasferì armi e bagagli all’etichetta GRP/Verve, con cui venne editato
“Absolute Benson” in cui appare evidente l’intento di ricreare e recuperare le
atmosfere del tempo andato. Nel 2004 ancora un album “Irreplaceable” dove, di
tanto in tanto, Benson, abbandona il virtuosismo di custode del jazz moderno per
aprirsi a qualche lieve contaminazione pop, pur rimanendo nel perimetro abituale
del suo consolidato stile chitarristico e compositivo. L'ultima produzione
discografica risale all'ottobre del 2006: “Givin’ it up”, condivisa con Al
Jarreau, è un lavoro a due teste, anzi a due ugole di seta e velluto: registrato
con l'apporto di musicisti ed ospiti notevole caratura mondiale, vede i due
rincorrersi in magistrali duetti, scambiandosi continui omaggi sottoforma di
canzoni: l’uno canta quelle dell’altro ed insieme si dilettano con alcuni
classici di sempre: George Benson rimane un meritato premio per chiunque coltivi
la passione per la musica a 360 gradi, quella musica che nasce, vive e si
evolve, mescolandosi e contaminandosi per dare vita a cose sempre nuove.
L’ascolto di un suo disco, possibilmente un vecchi vinile, risulta essere un
toccasana per lo spirito e per la mente, magari per placare, a causa di questi
tempi convulsi, proprio “quello spirto guerrier ch’entro ci rugge...”
Discografia Cosnigliata
Livin' Inside Your Love,, 1977- WEA
Weekend in L.A,, 1977 - WEA
Space Album, 1978 - WEA
In Your Eyes, 1978 - WEA
Take Five , 1979 - WEA
Give Me The Night, 1979 - WEA
GB, 1981 -WEA
20-20, 1984 - WEA
While The City Sleeps, 1986 - WEA
Collaboration, 1987- WEA
Twice the Love, 1988- WEA
Archivio
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