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EDWIN STARR
Un altro grande della musica Soul, dalla voce rocciosa ed inimitabile, il quale
sul calare degli anni Settanta, fra il 1977 ed il 1980, ha dato un contributo di
altro profilo qualitativo alla disco, che in quegli anni, particolarmente dopo
la “Saturday Night Fever”, iniziava a passeggiare sui carboni ardenti, bruciando
e dissipando quanto di buono era stato fatto prima, abbandonandosi alla deriva
in acque melmose, mosse solo da una certa calligrafica ripetitività di maniera.
Senza voler sminuire la figura di questo portentoso interprete, è, storicamente,
corretto e verificabile, che la sua notorietà non raggiunse mai livelli
eccessivi (a parte la parentesi “War” in comproprietà con i Temptations), se non
nel periodo legato alle produzioni dance. Edwin Starr, negli ultimi anni della
sua vita, dopo vari dissapori con la strana stirpe dei discografici americani,
annessi e connessi, si era “rifugiato” in Gran Bretagna , dove vantava una
nutrita schiera di seguaci e sostenitori, anche tra artisti e colleghi di fama
mondiale. Edwin non aveva avuto una vita artistica felice, ma a farlo contento
nel tratto finale delle vita era stata proprio la devozione dei tanti fan come
Paul Weller, numero uno, in quella Vecchia Albione, da molto divenuta sua patria
adottiva ed, in particolare, il trionfo nell'edizione 2000 di Glastonbury, dove
era stato invitato dagli Utah Saints a cantare con loro la "sua" “Funky Music
Sho Nuff Turns Me On” dinnanzi ad una folla oceanica. Il suo vero nome era
Charles Edwin Hatcher, nato nel 1942, a Nashville ma trasferitosi da ragazzo a
Cleveland, Starr, poco dopo la meta degli anni '50, formò i Futuretones, insieme
a quattro amici. Con loro apparve, per la prima volta, nello show di una
Televisione locale, esibendosi con altri gruppi “doo-wop” in vari club
frequentati da teenager, dove si tenevano gare dilettantistiche. I Futuretones
incidono un solo 45 giri e si sciolgono quando Edwin, nel 1960, parte per il
servizio militare. Al suo ritorno lavora come cantantel al seguito di Bill Doggett per
un paio d'anni ed è proprio questi ad affibbiargli il nome d'arte Starr.
Nel 1965, inizia la camera solista, scrivendo anche qualche pezzo, poi comincia
a produrre per una piccola etichetta, che, presto, verrà assorbita dalla Motown. Dopo un
buon “Agent Double O Soul”, ispirato a Bond, ottiene il primo significativo hit
con “Twenty Five Miles”, nel 1969, quindi incide in coppia con Sandra Williams,
soprannominata "Blinky". A questo punto, Starr viene affidato ai due compositori e
produttori Norman Whitfleld e Barrett Strong, che in quel periodo stavano
plasmando i Temptations, con uno stile che mescolava soul, psichedelia, doo-wop e
contenuti sociali. Il risultato si concretizzò in alcuni classici, tra i quali la possente
ed anti-militarista War (1970), che supera qualitativamente la versione dei Temptations e quella portata al successo da Bruce Springsteen negli '80. Altri
pezzi sono “Stop The War Now”, “Funky Music Sho Snuff Turns Me On” e “Cloud Nine”,
le ultime due anche nel repertorio dei Temptations. Con la casa di Detroit,
però, Starr si sente manipolato e trattato come un rincalzo: le sue scelte successive
legittimeranno i dubbi riguardo alla scarsa compatibilità fra un autore e
interprete personale e fieramente indipendente ed un'etichetta catena di
montaggio, adusa a sfornare creazioni costruite con lo stampino per il mercato
del singoli. La separazione dalla Motown di Berry Gordy, diventata una “griffe
di lusso” per artisti miliardari, è inivitabile. Edwin Starr abbandona la
“certezza” per avere maggiore liberta artistica: non a caso, per il successivo album
sscelse un titolo emblematico: “Free To be Myself”, ossia, “Libero per essere me stesso”. Il
successo, purtroppo, stenta ad arrivare, la Motown gli aveva fatto terra bruciata intorno: molte
radio, alleate del potente Barry Gordy, mettono una specie di croce nera sul
nome Edwin Starr. La rivincita e l’autentica notorietà internazionale arrivano
proprio, quando la disco-music è allo Zenith. Edwin Starr, come avevano fatto
buona parte degli artisti di colore in quel periodo, getta in pasto ai
frequentatori delle piste da ballo due autentiche perle danzerecce, ancora
celebrate in molte compilations: “Contact” è un possente disco-funk, dove Edwin
calca la sua voce, su un ipnotico quattro quarti d’alta classe, che racchiude
tutta l’esperienza maturata alla corte di Norman Whitefield, mentre “HA.P.P.Y.
Radio”, dal tono più scanzonato ed ironico, l’anno successivo, lo riconferma
come personaggio assai gradito al popolo delle discoteche. Forte dei successi e
dei danari incamerati fonda la Ask, incidendo una raffica di singoli di discreto
valore, tra questi, “Missiles (Don't Wanna Die)”, canzone pacifista, e “Marvin”,
omaggio a Marvin Gaye. In quegli anni si esibisce soprattutto in Europa e nei
suoi show include spesso un tributo allo scomparso Joe Tex, altro santone di
colore dalla voce vulcanica ed esplosiva. Negli anni '90, l’ attività
concertistica continua incessante nelle più disparate occasioni, dai festival
tematici alla festa di matrimonio di Liza Mannelli, nel marzo 2002. Muore d'infarto il 2 aprile 2003 nella sua casa di Nottingham, in Inghilterra,
tradito all'improvviso dal suo generoso cuore. Edwin Starr se n'è prematuramente
andato, sessantunenne, proprio mentre la canzone che lo rese famoso aveva
l'ennesimo ritorno di fiamma: inno la cui attualità purtroppo, perennemente, si
rinnova “War”, diffuso dalle radio (a sedici anni di distanza, da quando Bruce Springsteen lo
aveva riportato nelle classifiche) viene nuovamente cantato a squarciagola da un angolo
all'altro del pianeta nei cortei, che invano cerano di impedire lo
scatenarsi della seconda Guerra del Golfo.
Discografia Consigliata
SOUL MASTER (Gordy 1969)
25 MILES (Gordy 1969)
JUST WE TWO (Gordy 1970)
WAR & PEACE (Gordy 1970)
INVOLVED (Gordy 1971)
HELL UP IN HARLEM (Motown 1974) (Sound Track)
FREE TO BE MYSELF (Granite 1975)
EDWIN STARR (20th Century, 1977)
CLEAN (20th Century, 1978)
H.A.P.P.Y. RADIO (20th Century,1980)
STRONGER THAN YOU THINK I AM (20th Century, 1980)
EAR CANDY (20th Century, 1980)
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