PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

 

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

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  REGGAE: L'ALTRA FACCIA SCURA DEL BALLO. Nella seconda metà degli anni ’70, con l’esplosione mondiale della “disco-music”, cominciano a far capolino tra le scalette dei DJs da discoteca, anche i successi reggae...

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 R&B E DINTORNI:  Nel variegato e frastagliato universo della discografia mondiale degli ultimi anni si assiste ad una tendenza, ossia il voler inglobare all’interno di una stessa “definizione” artisti, produttori, musicisti e bands, che pur con talune similitudini, hanno differenti caratteristiche e propositi e non solo per esigenza di catalogo...

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  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

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  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

  EDWIN STARR


Un altro grande della musica Soul, dalla voce rocciosa ed inimitabile, il quale sul calare degli anni Settanta, fra il 1977 ed il 1980, ha dato un contributo di altro profilo qualitativo alla disco, che in quegli anni, particolarmente dopo la “Saturday Night Fever”, iniziava a passeggiare sui carboni ardenti, bruciando e dissipando quanto di buono era stato fatto prima, abbandonandosi alla deriva in acque melmose, mosse solo da una certa calligrafica ripetitività di maniera. Senza voler sminuire la figura di questo portentoso interprete, è, storicamente, corretto e verificabile, che la sua notorietà non raggiunse mai livelli eccessivi (a parte la parentesi “War” in comproprietà con i Temptations), se non nel periodo legato alle produzioni dance. Edwin Starr, negli ultimi anni della sua vita, dopo vari dissapori con la strana stirpe dei discografici americani, annessi e connessi, si era “rifugiato” in Gran Bretagna , dove vantava una nutrita schiera di seguaci e sostenitori, anche tra artisti e colleghi di fama mondiale. Edwin non aveva avuto una vita artistica felice, ma a farlo contento nel tratto finale delle vita era stata proprio la devozione dei tanti fan come Paul Weller, numero uno, in quella Vecchia Albione, da molto divenuta sua patria adottiva ed, in particolare, il trionfo nell'edizione 2000 di Glastonbury, dove era stato invitato dagli Utah Saints a cantare con loro la "sua" “Funky Music Sho Nuff Turns Me On” dinnanzi ad una folla oceanica. Il suo vero nome era Charles Edwin Hatcher, nato nel 1942, a Nashville ma trasferitosi da ragazzo a Cleveland, Starr, poco dopo la meta degli anni '50, formò i Futuretones, insieme a quattro amici. Con loro apparve, per la prima volta, nello show di una Televisione locale, esibendosi con altri gruppi “doo-wop” in vari club frequentati da teenager, dove si tenevano gare dilettantistiche. I Futuretones incidono un solo 45 giri e si sciolgono quando Edwin, nel 1960, parte per il servizio militare. Al suo ritorno lavora come cantantel al seguito di Bill Doggett per un paio d'anni ed è proprio questi ad affibbiargli il nome d'arte Starr. Nel 1965, inizia la camera solista, scrivendo anche qualche pezzo, poi comincia a produrre per una piccola etichetta, che, presto, verrà assorbita dalla Motown. Dopo un buon “Agent Double O Soul”, ispirato a Bond, ottiene il primo significativo hit con “Twenty Five Miles”, nel 1969, quindi incide in coppia con Sandra Williams, soprannominata "Blinky". A questo punto, Starr viene affidato ai due compositori e produttori Norman Whitfleld e Barrett Strong, che in quel periodo stavano plasmando i Temptations, con uno stile che mescolava soul, psichedelia, doo-wop e contenuti sociali. Il risultato si concretizzò in alcuni classici, tra i quali la possente ed anti-militarista War (1970), che supera qualitativamente la versione dei Temptations e quella portata al successo da Bruce Springsteen negli '80. Altri pezzi sono “Stop The War Now”, “Funky Music Sho Snuff Turns Me On” e “Cloud Nine”, le ultime due anche nel repertorio dei Temptations. Con la casa di Detroit, però, Starr si sente manipolato e trattato come un rincalzo: le sue scelte successive legittimeranno i dubbi riguardo alla scarsa compatibilità fra un autore e interprete personale e fieramente indipendente ed un'etichetta catena di montaggio, adusa a sfornare creazioni costruite con lo stampino per il mercato del singoli. La separazione dalla Motown di Berry Gordy, diventata una “griffe di lusso” per artisti miliardari, è inivitabile. Edwin Starr abbandona la “certezza” per avere maggiore liberta artistica: non a caso, per il successivo album sscelse un titolo emblematico: “Free To be Myself”, ossia, “Libero per essere me stesso”. Il successo, purtroppo, stenta ad arrivare, la Motown gli aveva fatto terra bruciata intorno: molte radio, alleate del potente Barry Gordy, mettono una specie di croce nera sul nome Edwin Starr. La rivincita e l’autentica notorietà internazionale arrivano proprio, quando la disco-music è allo Zenith. Edwin Starr, come avevano fatto buona parte degli artisti di colore in quel periodo, getta in pasto ai frequentatori delle piste da ballo due autentiche perle danzerecce, ancora celebrate in molte compilations: “Contact” è un possente disco-funk, dove Edwin calca la sua voce, su un ipnotico quattro quarti d’alta classe, che racchiude tutta l’esperienza maturata alla corte di Norman Whitefield, mentre “HA.P.P.Y. Radio”, dal tono più scanzonato ed ironico, l’anno successivo, lo riconferma come personaggio assai gradito al popolo delle discoteche. Forte dei successi e dei danari incamerati fonda la Ask, incidendo una raffica di singoli di discreto valore, tra questi, “Missiles (Don't Wanna Die)”, canzone pacifista, e “Marvin”, omaggio a Marvin Gaye. In quegli anni si esibisce soprattutto in Europa e nei suoi show include spesso un tributo allo scomparso Joe Tex, altro santone di colore dalla voce vulcanica ed esplosiva. Negli anni '90, l’ attività concertistica continua incessante nelle più disparate occasioni, dai festival tematici alla festa di matrimonio di Liza Mannelli, nel marzo 2002. Muore d'infarto il 2 aprile 2003 nella sua casa di Nottingham, in Inghilterra, tradito all'improvviso dal suo generoso cuore. Edwin Starr se n'è prematuramente andato, sessantunenne, proprio mentre la canzone che lo rese famoso aveva l'ennesimo ritorno di fiamma: inno la cui attualità purtroppo, perennemente, si rinnova “War”, diffuso dalle radio (a sedici anni di distanza, da quando Bruce Springsteen lo aveva riportato nelle classifiche) viene nuovamente cantato a squarciagola da un angolo all'altro del pianeta nei cortei, che invano cerano di impedire lo scatenarsi della seconda Guerra del Golfo.


Discografia Consigliata

SOUL MASTER (Gordy 1969)
25 MILES (Gordy 1969)
JUST WE TWO (Gordy 1970)
WAR & PEACE (Gordy 1970)
INVOLVED (Gordy 1971)
HELL UP IN HARLEM (Motown 1974) (Sound Track)
FREE TO BE MYSELF (Granite 1975)
EDWIN STARR (20th Century, 1977)
CLEAN (20th Century, 1978)
H.A.P.P.Y. RADIO (20th Century,1980)
STRONGER THAN YOU THINK I AM (20th Century, 1980)
EAR CANDY (20th Century, 1980)


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