PLAY THE RADIO   

  DISCO & FUNK INFO

 

  MOTOWN: QUANDO LA DANCE SI CHIAMAVA SOUL! (Antagonismo e similitudine con il Memphis sound). Nel momento in cui gli anni '50 rifluirono nei '60...

Continua

  REGGAE: L'ALTRA FACCIA SCURA DEL BALLO. Nella seconda metà degli anni ’70, con l’esplosione mondiale della “disco-music”, cominciano a far capolino tra le scalette dei DJs da discoteca, anche i successi reggae...

Continua

 R&B E DINTORNI:  Nel variegato e frastagliato universo della discografia mondiale degli ultimi anni si assiste ad una tendenza, ossia il voler inglobare all’interno di una stessa “definizione” artisti, produttori, musicisti e bands, che pur con talune similitudini, hanno differenti caratteristiche e propositi e non solo per esigenza di catalogo...

Continua

  ROSKO E I SUOI FRATELLI: IL ROCK DA DISCOTECA . E' superfluo dirlo: il primo rock non si scorda mai! Lo si può constatare in una qualsiasi discoteca, durante una festa Anni ’70...

Continua

 

  WELCOME TO "ONE NATION UNDER A GROOVE"

   BLAXPLOITATION…SESSO, SPARATORIE; DROGA E FUNKY TRACKS.
 

Negli USA la “blackploitaition” raggiunse in breve tempo il punto più alto, così dal cinema alla musica, la cultura afro-americana invase anche ambienti e soggetti fino a quel momento estranei a certi fenomeni. Con la sigla “blaxploitation”, sin dai primi Settanta, si faceva riferimento più o meno ad genere cinematografico con interpreti e problematiche vicine alla gente di colore (da “Superfly” e “Shaft” in poi), nonché legata alla musica di artisti soul-funk come Curtis Mayfield, Isaac Hayes, George Clinton, Sly Stone, James Brown, Roy Hayers. “Blacksploitation”, parola composta da Black (Nero) e Exploitation (Valorizzazione o Sfruttamento) rappresenta una delle tante etichette affibbiate alla musica di matrice R&B (in special modo da film) degli anni Settanta, con marcato accento sui contenuti politico-sociali. Il fenomeno, pur disseminando un lungo strascico di epigoni ed imitatori, in particolare passando dal cinema alla TV, (dove si sprecheranno interminabili serie interpretate da improbabili poliziotti alla Starsky & Hutch accompagnati nelle loro scorribande da “funkettoni strumentali”), ebbe vita breve, ma intensa. In questi tre anni nerissimi, tra il 1971 ed il 1974, il cinema americano fu aggreditola una virulentissima una febbre, la "blaxploitation", caratterizzata dal sound dei musicisti e degli interpreti R’n’B più “irrequieti”. Ecco il punto d’inizio: una porta si apre su un interne lussuoso ed una splendida ragazza di colore è trascinata fuori campo, mentre una mano avvolta ed isolata da un guanto le tappa la bocca. Contemporaneamente, si ode il grido di piacere di un'altra bellezza nera, che nello stesso momento se la spassa a letto con un detective muscoloso e sexy. Naturalmente nero. E’ cosi che inizia “Shaft” ed è cosi che esplode la "blaxploitation", moda che si consumerà nel breve volgere di qualche primavera, ma che lascerà un segno indelebile, traghettando verso le discoteche quel sound cadenzato e tagliente che aveva commentato le scene dei films, ma che ora cominciava a sedurre anche le piste da ballo. E’ uomo nero, è Richard Roundtree (il protagonists di “Shaft” del 1971), il disco black più venduto ha in calce la firma di Isaac Hayes, portando a casa un Oscar e un Grammy. In “Shaft” c'e tutto: la rivoluzione sessuale, razziale e sociale dei neri urbani d'America. Le imitazioni saranno molte. Finalmente, ai neri era consentito di esprimersi, “quasi liberamente” non solo attraverso la musica, ma utilizzando il linguaggio cinematografico. Mentre il rock dei bianchi continuava ad appropriarsi sempre di più dei grandi spazi, celebrando i propri eroi nelle arene e negli stadi, i neri davano il meglio di sé “al chiuso”: al cinema come in discoteca. Del resto, “blaxploitation” – come già spiegato - vuol dire “sfruttamento o valorizzazione a fini commerciali di temi, luoghi e personaggi della cultura dei neri”. Nei circa duecento film del filone, la musica è sempre centrale: quella di “Superfly” è incisa da Curtis Mayfield, mentre quella di “Black Caesar” da James Brown, “Trouble Man” si avvale dell’ugola vellutata di da Marvin Gaye, in “Sweet Sweetback's Baadassss Song” sono i ritmi infuocati ed i fiati avvolgenti dagli Earth Wind & Fire a dominare il set, infine, in “Together Brothers” Barry White è il solo ed incontrastato anfitrione. Sono gli stessi nomi che daranno alle discoteche dei primi anni ’70 motivo di esistere, di evolversi e di diffondersi a macchia d’olio, contagiando anche la vecchia Europa. Le storie sono violente e metropolitane: spacciatori, poliziotti dalla giacca di pelle aderente, pantaloni a zampa d'elefante, camice con colli a falde larghe, scarpe con la zeppa, capelli lunghi e scarmigliati, basettoni a melanzana, maglioni a collo alto, prostitute belle e pericolose in abiti cortissimi e sgargianti.. Un immaginario che, a distanza di qualche lustro, Quentin Tarantino citerà in “Jackie Brown”, non a caso interpretato da una regina della “blaxploitation”, Pam Grier. Il tutto comincia a declinare o a deviare, quando nelle sale arrivano film come “Car Wash” (1976), dove il soundtrack non e più parte integrante della sceneggiatura, ma una studiata compilation di hits, qui la musica, pur di eccellente fattura, diventa una sorta di “arredo” sonoro. Il funk pulsante dei Rose Royce comincia a portare fuori dal ghetto nero stili di vita e contenuti, oramai omologhi ed omologati ad un “modus-vivendi” più scanzonato e pronto al divertimento: la “blaxploitation” fa il suo ingresso trionfale in discoteca, spianando il terreno alla “disco” di matrice R’n’B, ma di largo consumo, senza spartiacque culturali o barriere razziali. Tutti in pista, appassionatamente!!!

 


ALL RIGHTS RESERVED ©2000/2007 ADVNEWS.com