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BLAXPLOITATION…SESSO,
SPARATORIE; DROGA E FUNKY TRACKS.
Negli USA la “blackploitaition” raggiunse in breve tempo il punto più alto, così
dal cinema alla musica, la cultura afro-americana invase anche ambienti e
soggetti fino a quel momento estranei a certi fenomeni. Con la sigla “blaxploitation”,
sin dai primi Settanta, si faceva riferimento più o meno ad genere
cinematografico con interpreti e problematiche vicine alla gente di colore (da
“Superfly” e “Shaft” in poi), nonché legata alla musica di artisti soul-funk
come Curtis Mayfield, Isaac Hayes, George Clinton, Sly Stone, James Brown, Roy
Hayers. “Blacksploitation”, parola composta da Black (Nero) e Exploitation
(Valorizzazione o Sfruttamento) rappresenta una delle tante etichette affibbiate
alla musica di matrice R&B (in special modo da film) degli anni Settanta, con
marcato accento sui contenuti politico-sociali. Il fenomeno, pur disseminando un
lungo strascico di epigoni ed imitatori, in particolare passando dal cinema alla
TV, (dove si sprecheranno interminabili serie interpretate da improbabili
poliziotti alla Starsky & Hutch accompagnati nelle loro scorribande da
“funkettoni strumentali”), ebbe vita breve, ma intensa. In questi tre anni
nerissimi, tra il 1971 ed il 1974, il cinema americano fu aggreditola una
virulentissima una febbre, la "blaxploitation", caratterizzata dal sound dei
musicisti e degli interpreti R’n’B più “irrequieti”. Ecco il punto d’inizio: una
porta si apre su un interne lussuoso ed una splendida ragazza di colore è
trascinata fuori campo, mentre una mano avvolta ed isolata da un guanto le tappa
la bocca. Contemporaneamente, si ode il grido di piacere di un'altra bellezza
nera, che nello stesso momento se la spassa a letto con un detective muscoloso e
sexy. Naturalmente nero. E’ cosi che inizia “Shaft” ed è cosi che esplode la "blaxploitation",
moda che si consumerà nel breve volgere di qualche primavera, ma che lascerà un
segno indelebile, traghettando verso le discoteche quel sound cadenzato e
tagliente che aveva commentato le scene dei films, ma che ora cominciava a
sedurre anche le piste da ballo. E’ uomo nero, è Richard Roundtree (il
protagonists di “Shaft” del 1971), il disco black più venduto ha in calce la
firma di Isaac Hayes, portando a casa un Oscar e un Grammy. In “Shaft” c'e
tutto: la rivoluzione sessuale, razziale e sociale dei neri urbani d'America. Le
imitazioni saranno molte. Finalmente, ai neri era consentito di esprimersi,
“quasi liberamente” non solo attraverso la musica, ma utilizzando il linguaggio
cinematografico. Mentre il rock dei bianchi continuava ad appropriarsi sempre di
più dei grandi spazi, celebrando i propri eroi nelle arene e negli stadi, i neri
davano il meglio di sé “al chiuso”: al cinema come in discoteca. Del resto,
“blaxploitation” – come già spiegato - vuol dire “sfruttamento o valorizzazione
a fini commerciali di temi, luoghi e personaggi della cultura dei neri”. Nei
circa duecento film del filone, la musica è sempre centrale: quella di
“Superfly” è incisa da Curtis Mayfield, mentre quella di “Black Caesar” da James
Brown, “Trouble Man” si avvale dell’ugola vellutata di da Marvin Gaye, in “Sweet
Sweetback's Baadassss Song” sono i ritmi infuocati ed i fiati avvolgenti dagli
Earth Wind & Fire a dominare il set, infine, in “Together Brothers” Barry White
è il solo ed incontrastato anfitrione. Sono gli stessi nomi che daranno alle
discoteche dei primi anni ’70 motivo di esistere, di evolversi e di diffondersi
a macchia d’olio, contagiando anche la vecchia Europa. Le storie sono violente e
metropolitane: spacciatori, poliziotti dalla giacca di pelle aderente, pantaloni
a zampa d'elefante, camice con colli a falde larghe, scarpe con la zeppa,
capelli lunghi e scarmigliati, basettoni a melanzana, maglioni a collo alto,
prostitute belle e pericolose in abiti cortissimi e sgargianti.. Un immaginario
che, a distanza di qualche lustro, Quentin Tarantino citerà in “Jackie Brown”,
non a caso interpretato da una regina della “blaxploitation”, Pam Grier. Il
tutto comincia a declinare o a deviare, quando nelle sale arrivano film come
“Car Wash” (1976), dove il soundtrack non e più parte integrante della
sceneggiatura, ma una studiata compilation di hits, qui la musica, pur di
eccellente fattura, diventa una sorta di “arredo” sonoro. Il funk pulsante dei
Rose Royce comincia a portare fuori dal ghetto nero stili di vita e contenuti,
oramai omologhi ed omologati ad un “modus-vivendi” più scanzonato e pronto al
divertimento: la “blaxploitation” fa il suo ingresso trionfale in discoteca,
spianando il terreno alla “disco” di matrice R’n’B, ma di largo consumo, senza
spartiacque culturali o barriere razziali. Tutti in pista, appassionatamente!!!
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